L’esame di maturità riscopre il leader della Socialdemocrazia italiana
Se cinquantanove anni or sono, l’allora Ministero della Pubblica Istruzione avesse proposto ai maturandi di tratteggiare la figura di Giuseppe Saragat, da qualche anno presidente della Repubblica, non avrei esitato un attimo.
Oltre a seguire le vicende politiche, nel 1965 avevo assistito al Circolo della Stampa di Torino alla presentazione di un saggio di Italo De Feo “Giuseppe Saragat, quarant’anni do lotta per la democrazia” con l’erudita partecipazione dei professori, Giuseppe Grosso, sindaco di Torino e preside della Facoltà di Giurisprudenza, Alessandro Passerin d’Entrèves, docente di Filosofia della Politica e primo preside della costituenda facoltà di Scienze Politiche, Luigi Firpo, docente di Storia delle Dottrine Politiche, per cui il ruolo rivestito e la figura del nostro presidente della repubblica erano ben presenti.
Giuseppe Saragat agli occhi di un giovane non condizionato dalle ideologie appariva come il politico moderno che a differenza di altre figure stantie, quali il curiale Aldo Moro e il provinciale Piero Nenni, aveva saputo compiere scelte coraggiose e lungimiranti per il futuro dell’Italia piegata dalle ferite della seconda guerra mondiale.
Nel 1947, con la scissione di Palazzo Barberini, Saragat aveva salvato la libertà, l’indipendenza e la democrazia di una fragile repubblica piena di contraddizioni e governata da forze centripete.
L’Italia, nonostante le umiliazioni subite dal Trattato di Pace si prodigò per giungere a tappe graduali verso l’integrazione europea, l’adesione alla Nato, il Patto Atlantico.
L’anelito alla libertà, nel suo pensiero, concepiva l’Europa già nei primi anni del Novecento, come antidoto alle guerre e alle divisioni, modello assai lontano dal coacervo della burocrazia con lo zampino predominate delle multinazionali, tristemente in atto.
Personaggio di caratura internazionale, aveva rapporti con Adenauer, con Paul-Henri Spaak, con Léon Blum, con Altiero Spinelli, con Luigi Einaudi. Pensava agli Stati Uniti d’Europa, quale integrazione di popoli, quando comunisti e socialisti erano contrari. Purtroppo, le coraggiose scelte di Saragat infastidirono i comunisti, succubi e sudditi dell’Unione sovietica e Saragat sparì così dalla memoria pubblica, nonostante gli altissimi ruoli ricoperti. Vien oscurato il pensiero di un riformatore che, anche dopo il mandato presidenziale, avrebbe avuto ancora molto da dire alla partitocrazia asfittica e sempre meno volta ai grandi valori.
Accolgo con vivo interesse, la scelta del tema di maturità dedicato a Giuseppe Saragat e al suo discorso inaugurale della Costituente, che rappresenta molto più di una traccia d’esame. È una scelta pedagogica del Ministro Valditara e riveste un significativo atto di giustizia storica verso una figura che per decenni è rimasta purtroppo ai margini della memoria pubblica italiana, quasi vittima di una vera e propria persecuzione politica.
L’ex presidente della Repubblica, protagonista della rinascita della democrazia italiana e della rottura con il comunismo staliniano nel nome del socialismo democratico, torna finalmente nel posto che gli compete: quello dei padri della Repubblica. In una fase nella quale il dibattito pubblico spesso si riduce a contrapposizioni immediate e a slogan privi di cogito, ricordare Saragat significa tornare alle radici di un’idea politica fondata su libertà, giustizia sociale e responsabilità istituzionale.
Il discorso pronunciato da Saragat davanti all’Assemblea costituente, sul quale i maturandi avrebbero dovuto dissertare, non era soltanto un atto formale, ma la dichiarazione di principio di un Paese che usciva dalla tragedia della guerra. La Costituente nasceva con il compito di riscattare l’Italia attraverso una nuova concezione della democrazia.
Oggi, l’attualità del suo messaggio dovrebbe emergere ancor di più in un contesto politico molto problematico e privo di certezze e di indirizzi. Le tematiche della libertà, giustizia sociale, insieme alla democrazia intesa come “dovere umano” da custodire nella concordia, debbono travalicare le generazioni. Saragat ha pronunciato parole che non appartengono soltanto al passato, ma che interrogano ancora oggi una società attraversata da divisioni, rancori e nuove forme di radicalizzazione. Da qui la sua lungimiranza e il suo alto insegnamento.
Saragat rappresentava una cultura politica che oggi appare quasi dimenticata: quella del socialismo riformista, europeo, occidentale, profondamente democratico, lontano dalla demagogia e dal pensiero unico oggi ricorrente.
La sua battaglia contro il comunismo autoritario non nasceva da un pregiudizio ideologico, ma dalla convinzione che la libertà politica fosse inseparabile dalla giustizia sociale. Fu un uomo della sinistra democratica che comprese prima di molti altri che nessuna trasformazione economica e sociale poteva essere autentica, se accompagnata dalla negazione dei diritti individuali. La sua vicenda politica, dal carcere e dall’esilio durante il fascismo fino alla Presidenza della Repubblica, racconta una generazione che aveva conosciuto sulla propria pelle il prezzo della perdita della democrazia.
Ad ascoltarlo c’erano i neoeletti alla Consulta, cioè esponenti politici che avevano dato la loro testimonianza e sovente, pagato di persona.
Per questo il tema scelto per gli studenti assume un valore particolare. Non si tratta soltanto di recuperare un nome da polverosi libri di storia, ma di restituire equilibrio alla memoria nazionale.
L’Italia repubblicana non nasce da una sola cultura politica, ma dall’incontro di diverse tradizioni democratiche che seppero trovare un punto comune dopo la dittatura.
Saragat, con il suo richiamo alla concordia e alla responsabilità, torna così a parlare alle nuove generazioni. La scuola ha compiuto una scelta importante: ricordare che la democrazia non è un bene acquisito per sempre, ma una conquista quotidiana. E forse proprio questo è il messaggio più attuale del vecchio leader socialdemocratico: la libertà non è soltanto un diritto da rivendicare, ma un dovere da difendere.
Le istituzioni certamente. ma anche la cultura, il mondo dell’informazione, dovrebbe comprendere che in questo contesto, non solo per il ricordo, ma per formare le giovani generazioni, a Saragat dovrebbe riservarsi il posto che merita nella storia del Paese.
© 2026 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF
