Perché la verità fa ancora paura?
Non sono bastati i cori suggestivi e incessanti dei Propal e degli amici e sostenitori di Askatasuna sbraitati in ogni dove, soprattutto nel corso della campagna referendaria. In questi giorni gli pseudo antifascisti militanti, stanno propagano una nuova trovata.
Si è diffusa l’indiscrezione – non smentita dagli organizzatori – che per la 25esima edizione della fiera dell’editoria “Più Libri Più Liberi” in programma il prossimo dicembre a Roma sarà necessario sottoscrivere una sorta di “patentino antifascista” con il quale i partecipanti dovranno confermare la loro adesione agli obblighi costituzionali: un’indiscrezione che ha fatto immediatamente il giro del web, arrivando – naturalmente – anche alle orecchie degli esponenti di governo, tra i quali il premier Meloni, che ha commentato il patentino antifascista sui social, con un post condiviso sul suo profilo X nel quale critica la concezione distorta di “libertà di pensiero” degli editori. A suo avviso, infatti, il patentino antifascista sarebbe solo un modo per “cancellare le idee non di sinistra”, camuffandosi dietro all’etichetta antifascista, in una vera e propria forma di “censura incompatibile con qualsiasi società democratica”.
A Meloni ha fatto eco anche il generale Vannacci che si è soffermato sul tema del patentino antifascista in seno alla prima Assemblea del suo partito, dando “perfettamente ragione” alla premier su quello che ritiene essere un attacco alla “libertà di espressione” sancita dalla Costituzione. Per il generale, infatti, è inaccettabile vivere in un Paese dove è obbligatorio “dichiarare che sei di una parte piuttosto che dell’altra”, ignorando le idee altrui al di là delle loro motivazioni.
Su tutt’altra lunghezza d’onda sul patentino antifascista, invece, si è espresso il deputato di AVS Angelo Bonelli che ha ricordato che “l’antifascismo è il valore fondante della nostra Costituzione” e che “negarlo” significa, quasi inevitabilmente, “non accettare le basi costituzionali” della nostra Repubblica; mentre, secondo il segretario del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, quello di Meloni sul patentino antifascista è un disperato tentativo di sottrarre voti a Vannacci “che cresce grazie ai suoi fallimenti”.
Massimo Cacciari invece ha detto: “Penso si siano bevuti il cervello, chiedono di firmare una dichiarazione come quella in cui dichiari di non essere mafioso. Una dichiarazione di questo genere supera ogni limite, tra poco dovremo firmare le dichiarazioni per dire che si è contro Putin o contro Trump”.
Se gli pseudo intellettuali che nei format preconizzano il pericolo fascista e si elevano quali simbolo della purezza democratica, fossero capaci di parlare ai giovani di cultura e di storia, dovrebbero esprimersi con ben altro stile, lasciando gli slogan e badando ai contenuti.
Un giovane che non sia disposto a subire supinamente gli slogan vuoti degli sfascia città, per poter leggere giudizi sereni e studi non frammentari sull’antifascismo militante e sulla resistenza, dovrà forse attendere gli storici delle future generazioni che non abbiano risentito del clima di parte, pesantemente fazioso che ancora si respira ai nostri giorni?
Abbiamo avuto l’onore di conoscere, perfettamente inseriti nella vita civile del dopoguerra, personaggi positivi che, dopo aver rischiato la vita e combattuto giovanissimi, per un ideale, finite le ostilità belliche, hanno recuperato gli anni di studio tralasciati e, senza chiedere alcunché, paghi della loro testimonianza, si sono inseriti, con profitto per il Paese, nella vita professionale e produttiva. Costoro sono poco citati dalla storiografia ufficiale, per cui è bene rammentarne almeno il nome, soprattutto a vantaggio dei più giovani lettori. Innanzitutto, tre Piemontesi medaglie d’oro al valor militare: Edgardo Sogno, Enrico Martini Mauri e Mario Bogliolo.
Il comunista Nicola Grosa che avanti in età s’era dedicato alla pietosa sepoltura dei suoi compagni periti sui monti; Silvio Geuna, del Comitato Militare del CLN, scampato per un soffio all’eccidio del Martinetto; Il Professor Alessandro Passerin d’Entréves che ha trasmesso a generazioni di studenti, il lucido messaggio di quanto elevato fosse l’anelito che animava gli estensori della Carta di Chivasso, per creare una nuova Italia, dove democrazia, autonomia dei popoli in un contesto europeo allora ancora da costruire, responsabilizzazione e meritocrazia, costituissero il presupposto per la rinascita della Nazione uscita dal totalitarismo.
Altri di cui, almeno in questa sede, omettiamo i nomi, dopo aver fatto il salto di campo, con velocità supersonica, dalle brigate nere alla pseudo resistenza, hanno trascorso tra onori e privilegi, la loro vita in Parlamento o nelle redazioni di giornali poi divenuti di regime, additati indegnamente ad esempio.
Purtroppo per i nuovi urlatori degli slogan resistenziali i modelli si ispirano, non a personaggi esemplari, ma ad assassini come Francesco Moranino, il sanguinario comandante Gemisto, a Franco Calamandrei a Giorgio Amendola e ad altri, che con i loro istinti sanguinari non condivisi neppure dal CLN, causarono la rappresagli delle Fosse Ardeatine.
Questi sarebbe i modelli da seguire? Ma tutto passa e l’onestà dovrà, prima o poi, trionfare come la realtà storica.
Da tutti i contesti dove la testimonianza politica o l’espressione ideologica hanno lasciato spazio alla crudeltà fine a se stessa, si dovrebbe almeno aver il coraggio di esprimere una corale condanna.
Ancora oggi i famigliari di tante vittime, dopo avere tentato per decenni tramite ogni canale possibile, non sono riusciti a conoscere dove i loro congiunti siano finiti o sepolti.
Purtroppo, le omissioni o le posizioni oscurantiste, dell’Anpi non sono d’esempio.
Per fortuna però c’è chi ancora oggi quei fatti storici, documentandosi, li studia e la verità cerca di raccontarla.
Una verità che a coloro che oggi si definiscono eredi morali dei partigiani comunisti non piace affatto e la cancellano.
L’attesa di un gesto di onestà intellettuale comunque rimane.
