Aosta ospita nel centro Saint-Bénin una sala dedicata
a un genio indiscusso ma sconosciuto
articolo di Katia Bernacci, fotografie di Marino Olivieri Ph
Nel cuore della Valle d’Aosta dell’Ottocento, tra officine improvvisate e un’Italia ancora in costruzione, era nato un uomo che sembra uscito da un romanzo di Jules Verne, si tratta di Innocenzo Manzetti, un autodidatta geniale con una immaginazione fuori dal comune.
La sua prima grande invenzione fu un automa a grandezza umana in grado di suonare il flauto traverso. La musica era una delle grandi passioni di Manzetti, che volle costruire un meccanismo complesso, alimentato da aria compressa, che muoveva le dita e le labbra, sulla base di una musica di dodici arie.
Per poter comprendere la portata di questo meccanismo, occorre vederlo da vicino, e questo è fortunatamente possibile nel museo dedicato all’inventore, che si trova ad Aosta, nel centro espositivo Saint-Bénin, presso gli spazi della sagrestia dell’ex-chiesa, appunto, di Saint-Bénin, in via Jean-Boniface Festaz.
Il suonatore venne presentato nel 1849 a un pubblico che rimase talmente sbalordito da parlare di magia; dobbiamo infatti pensare che all’epoca non solo non esistevano i robot, ma non ve ne era neppure il concetto, e tutti gli esseri non umani in movimento, provenivano dalla letteratura, e avevano molto a che fare con atti magici e similari.

Manzetti avrebbe anche voluto far parlare il suo automa, e nel tentare, attorno agli anni 1864-65, costruì un apparecchio funzionante, con un microfono primitivo, un filo e un ricevitore. Riuscì a “trasmettere la voce elettricamente”, dissero i giornali: aveva inventato il telefono, ma non aveva il denaro per depositare il brevetto e quando Meucci e Bell entreranno in scena, il povero Manzetti, morto a soli 51 anni, non era già più in questo mondo.
Come se non bastasse, nel 1864 progettò anche una vettura a vapore capace di muoversi autonomamente; un’auto ante litteram, nata in una piccola officina di Aosta, mentre il resto d’Europa stava ancora discutendo se le locomotive fossero o no sicure.
Tra le altre invenzioni del visionario si ricorda anche una macchina per la pasta, il cui funzionamento è ancora oggi alla base delle apparecchiature utilizzate per produrre pasta, ma anche una formula per la calce, un pantografo, un’idrovora e un velocipede a tre posti.
Insomma, Manzetti era un brillante e instancabile inventore, il cui genio era sotto gli occhi di tutti, ma che venne presto dimenticato, un po’ per la sua precoce morte, ma anche perché non faceva parte del jet-set dell’epoca, lo si riscontra persino dagli articoli dell’epoca, che lo deridono per l’invenzione del telefono, quando all’estero il suo lavoro era tenuto in considerazione e probabilmente seguito.
Al Museo Manzetti definiscono l’inventore come il “maestro dell’energia”, e presso la sala a lui dedicata, si possono non solo scoprire le sue invenzioni, ma anche vedere un video dove è stato ricostruito un concerto dell’automa.

Innocenzo Manzetti rimane una figura sospesa tra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Le sue invenzioni sono frammenti di un futuro immaginato troppo presto, scintille di un’intelligenza che non trovò il suo tempo. Oggi, guardando ai suoi progetti, non possiamo che riconoscere la forza di una mente che lavorava in anticipo di decenni, quasi in solitudine, e che proprio per questo rischiò l’oblio.
Eppure, ogni volta che solleviamo un telefono, osserviamo un automa, o pensiamo alla tecnologia come a un’estensione della nostra voce e del nostro corpo, un po’ di quella visione ritorna.
Manzetti non ha cambiato il mondo mentre era in vita, ma ha lasciato in eredità un’idea potente, che l’ingegno nasce soprattutto quando si riesce a leggere il presente in un modo diverso, e che a volte basta un solo sguardo particolare per aprire una strada nuova.
