L’inutile sciopero generale indetto per il 12 dicembre
Avremo ancora modo di entrare nel meccanismo della legge di bilancio e illustrare la portata della manovra finanziaria del 2026, oggetto di confronto all’interno della maggioranza e tra le pari sociali.
L’argomento del giorno, da più parti commentato è la marcia solitaria del barricadiero leader della CGIL Maurizio Landini che in una materia così fondamentale è riuscito a isolare la sua organizzazione dal contesto delle altre importanti sigle sindacali.
Organizzazioni che anche in questo momento sono portatori della volontà di tutelare l’occupazione e difendere il potere d’acquisto dei lavoratori, senza perdersi nel” tanto peggio, tanto meglio”, propri del massimalismo di Landini che, come dimostrano i fatti, non ha minimamente preso posizione di fronte allo smantellamento del maggiore gruppo industriale italiano, ma persegue esclusivamente finalità politiche.
Landini, per non sfigurare, è ancora una volta costretto a scegliere il venerdì, e precisamente venerdì 12 dicembre, nella sua dichiarazione di sciopero, per ingrossare la schiera degli ormai pochi lavoratori attivi che sono disposti a seguire il suo delirio, confidando nelle madri di famiglia che già al giovedì sera sono esauste e potranno approfittare del venerdì scioperaiolo per tirare il fiato.
Le richieste avanzate dalla CGIL al governo, sono un insieme di proposte prive di logica, tenendo conto delle coordinate oggettive del bilancio dello Stato. Ad iniziare dagli anatemi: “Manovra ingiusta, sbagliata” che “vogliamo cambiare”. Le ragioni? “Chiediamo che ci siano risorse aggiuntive – ha gridato Landini – perché il rinnovo del contratto dei pubblici dipendenti sia una cosa seria e non una mancia”. Vogliamo “che ci sia una detassazione che riguardi tutti i contratti pubblici e privati, senza tetti di reddito per tutti i lavoratori e per tutte le lavoratrici”. Ci batteremo affinché “venga restituito il fiscal drag: lavoratori, dipendenti e pensionati in questi ultimi 3 anni hanno pagato 25 miliardi di tasse in più solo perché di fronte all’aumento dei prezzi e dell’inflazione non sono stati rivalutati automaticamente le detrazioni e gli scaglioni”.
Proposte avventate e non finanziabili. Senza contare poi le maggiori risorse richieste per sanità, scuola, istruzione e la non autosufficienza. Consapevole di questa contraddizione, è lo stesso Landini che propone un contributo di solidarietà dell’1% a carico dei presunti ricchi, ovvero cittadini con una ricchezza pro capite pari a 2 milioni di euro – per ottenere “26 miliardi da investire nella sanità, per le assunzioni, sulla scuola, per aumentare gli stipendi a tutte le persone.” Numeri oltretutto gettati a caso, per eccitare i creduloni. Da un’analisi appropriata risulta che, superando ogni impostazione politica, da questa proposta si potrebbero ricavare, al più, qualche milione di euro. Altro che i 26 miliardi sbandierati!
La confusione mentale e la cinica demagogia di Landini non conoscono limiti, perché è riuscito a farsi smentire dalla stessa Banca d’Italia, nella sua recente audizione sulla legge di bilancio, che pure non era stata tenera con il governo.
A proposito del fiscal drag, nell’intervento, è stato precisato che, nel periodo 2022-25, “la differenza tra l’effetto delle misure di sostegno (rivolte principalmente ai redditi medio-bassi) e quelli del drenaggio fiscale e dell’erosione dei trasferimenti (che hanno inciso in modo più uniforme) è maggiore per i primi quattro quinti della distribuzione del reddito”. Calcoli che smentiscono nettamente l’accusa di un maggior drenaggio fiscale pari a 25 miliardi di euro a carico dei più fragili.
Ancora più puntuale la critica rispetto ad una richiesta che era centrale nell’intervento del Segretario della Cgil. L’idea, cioè, che la manovra di bilancio avrebbe dovuto contribuire ad un aumento generalizzato dei salari e degli stipendi.
“È improprio – osserva la Banca d’Italia – assegnare al bilancio pubblico il compito di recuperare il potere d’acquisto perduto dai lavoratori, soprattutto quando la redditività delle imprese può consentire che questo avvenga attraverso la contrattazione. In prospettiva, la crescita dei salari reali non può che essere sostenuta da un sistema di relazioni industriali ben funzionante e da un rilancio della produttività del lavoro (che si è ridotta di oltre un punto percentuale dalla fine del 2019)”.
Le altre sigle sindacali si confrontano invece con il governo sul piano della concretezza.
Daniela Fumarola, leader della Cisl, si batte, contro l’ulteriore rottamazione delle cartelle esattoriali – chiesto dalla Lega – ma sollecita, al tempo stesso di rifinanziare il fondo per la legge sulla partecipazione, di circoscrivere la detassazione degli aumenti contrattuali ai contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, di destinare più risorse a scuola, università e ricerca e di ripristinare l’Opzione donna.
Sullo stesso piano il confronto proposto da Pierpaolo Bombardieri, della Uil, che approva la detassazione degli aumenti contrattuali, una proposta da tempo sostenuta dal sindacato, anche se il limite governativo dei 28 mila euro è troppo basso. Critico invece su tutta la partita del fisco, pensioni e sanità.
Argomenti sui quali si è discusso nel confronto di Milano, per il Forum delle relazioni industriali promosso da Confindustria e Assolombarda.
Per CISL e UIL, come in precedenti occasioni, è meglio staccarsi dalla demagogia della Cgil, prevedendo fin da ora una specifica manifestazione da indire per la fine di novembre ed i primi di dicembre.
Chi cercherà di difendere il potere di acquisto dei lavoratori e i diritti delle face deboli? Il tribunizio Landini o gli atri?
