Al World Economic Forum 2026, i temi più vicini all’amministrazione degli Stati Uniti
A Davos è finita un’epoca, perché al summit che si terrà dal 19 al 23 gennaio, si abbonderanno, senza rimpianti, le ormai stantie tematiche ambientali che hanno prosciugato l’Europa e messo in ginocchio le nostre aziende.
Dopo 56 anni, sarà il primo World Economic Forum senza l’ingombrante presenza del suo fondatore Klaus Schwab, anziano e ormai in totale rotta di collisione con l’organizzazione che ha creato. Non sarà il primo evento di Davos con Donald Trump, ma sarà il primo nel quale il presidente degli Stati Uniti guida una discesa in forze di buona parte dei pesi massimi della sua amministrazione.
Davos 2026 arriva con un tema che suona quasi come un auspicio: “A Spirit of Dialogue”. Il World Economic Forum, vuole presentarsi come piattaforma “imparziale” per rimettere attorno allo stesso tavolo governi, imprese, finanza, scienza e società civile, in un momento in cui la politica internazionale sembra parlare sempre più per ultimatum e sempre meno per compromessi.
L’edizione 2026 punta su numeri da capitale globale per una settimana: quasi 3.000 leader da oltre 130 Paesi, circa 400 top leader politici (inclusi circa 65 Capi di Stato e di governo e sei leader del G7), oltre a quasi 850 CEO. E con un dettaglio che conta in termini di impatto pubblico: più di 200 sessioni trasmesse, più media e più platea potenziale rispetto al “Davos” percepito in passato, come incontro chiuso tra élite.
Nel Global Risks Report 2026, il WEF descrive un sistema multilaterale “sotto pressione” e colloca la “geoeconomic confrontation” tra i rischi in cima alla lista per la crisi “materiale” nel 2026. In parallelo, molte sintesi mediatiche evidenziano come, nel breve periodo, la confrontazione economica possa diventare più destabilizzante del conflitto armato, con tariffe, restrizioni agli investimenti e controllo delle risorse usati come strumenti di potere.
La Casa Bianca dà quasi l’impressione di voler prendere possesso dell’evento e della sua agenda: dai dibattiti sulle tecnologie a quelli, ormai molto più rari, sui problemi ambientali o dell’integrazione dei rifugiati.
Filtrano grazie le prime indiscrezioni sulla composizione della delegazione americana al World Economic Forum. Per gli Stati Uniti, oltre a Trump, saranno presenti il segretario al Tesoro Scott Bessent, il segretario al Commercio Howard Lutnick, il rappresentante al Commercio Jamieson Greer, l’inviato di Trump per la politica estera Steve Witkoff, lo «zar» del settore intelligenza artificiale e criptovalute David Saks, il capo della Science policy della Casa Bianca Michael Kratsios e quello delle politiche medicali Mehmet Oz. Fra i pesi massimi mancano solo i due rivali, in prospettiva, per la successione a Trump: il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio.
L’impegno di Trump per dominare l’agenda di Davos è tale che, per la prima volta, ci sarà sulla Promenade del villaggio alpino una «USA House», una sede ufficiale della delegazione americana riconosciuta dal Dipartimento di Stato. A pagare per i suoi costi — non sarà cosa da poco — sono le solite aziende del Big Tech e di Wall Street con cui Trump ha formato un’alleanza basata sulle convenienze.
La scelta di aprire a Davos una «House» dedicata al Paese tradizionalmente in passato era stata fatta da medie potenze emergenti: le monarchie del Golfo, la Russia e Paesi dell’Asia meridionale. Adesso lo stesso faranno gli Stati Uniti, senz’altro con la massima esibizione di potenza.
Di fatto è la candidatura di Trump a una presa di possesso politica e carismatica del World Economic Forum. Non è un caso se la Cina si limita a mandare uno dei quattro vicepremier (non è ancora noto quale).
Anche i temi per il momento accennati sembrano molto congeniali all’amministrazione: pochissimo sul riscaldamento climatico, poco sull’auto elettrica, poco sul protezionismo, ma molto su intelligenza artificiale, semiconduttori o sulla grande finanza di Wall Street.
L’idea di fondo è che una delegazione con questo profilo non si limiti a “partecipare” al Forum, ma finisca per riscriverne le priorità operative: l’agenda ufficiale verrebbe “scompaginata” proprio dalla quantità e dal rilievo dei bilaterali e dei tavoli ristretti, con dossier caldi come Gaza e Ucraina che, nel racconto, ruotano attorno a Trump e ai suoi uomini.
Da qui il messaggio implicito attribuito a molte analisi: Davos non come semplice vetrina, ma come concentratore di scelte e trattative su dazi, energia, finanza e tecnologia.
In questo quadro entra anche un altro elemento: la delegazione politica, così come viene descritta, si porta dietro una fetta consistente del grande capitalismo tecnologico. Tra i nomi citati compaiono Jensen Huang (Nvidia), Satya Nadella (Microsoft), la Anthropic di Dario Amodei, e poi realtà come Meta e Google DeepMind; vengono richiamati anche Alex Karp (Palantir) e, fino a OpenAI.
L’effetto, nella narrazione complessiva, è quello di una convergenza tra decisioni politiche e potere industriale-tecnologico, come se Davos diventasse il punto in cui le traiettorie su commercio, energia e innovazione si toccano direttamente, senza più la separazione “pulita” tra politica, finanza e big tech.
Dallo scenario europeo ci saranno il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron, il premier spagnolo Pedro Sanchez, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quella della Bce Christine Lagarde. Di Giorgia Meloni al momento in viaggio tra i Paesi dell’Oriente, non è ancora confermata la presenza, né la consistenza della partecipazione del governo italiano. Per il nostro premier e, più in generale, per l’Italia, Davos è strategico per un motivo molto concreto: il rischio “geoeconomico” tocca direttamente i fondamentali del Paese, che vive di manifattura, filiere e mercati esteri.
A Davos, tradizionalmente, si concentrano esponenti di primo piano delle istituzioni europee e diversi leader del G7. Per l’Italia, questo significa una cosa: anche se il Forum non è un vertice istituzionale UE, è uno dei luoghi in cui si costruiscono convergenze informali su come l’Europa reagirà a una fase di competizione economica più dura (commercio, industria, energia, difesa, tecnologia).
È anche uno spazio dove una leadership nazionale può provare a far valere un profilo: non necessariamente con annunci, ma con incontri, messaggi, allineamenti. E qui la parola “strategico” ha un significato preciso: evitare di subire una linea scritta altrove e arrivare ai tavoli reali già con una rete di sponde.
Un’altra ragione per cui Davos è un passaggio rilevante sta nei temi che incrociano economia, sicurezza e tecnologia: supply chain digitali, intelligenza artificiale, semiconduttori, dati, materie prime e componenti critici.
In interventi istituzionali sulla “geopolitica del digitale”, l’Italia ha collegato questi dossier anche all’esigenza di approvvigionamenti più sicuri di fattori produttivi critici. È la traduzione di ciò che molti analisti descrivono come “age of competition”: la competizione non riguarda solo i prezzi, ma le leve che permettono di produrre, innovare e difendersi.

Carissimo Francesco, ottima analisi e dissertazione più che coerente.
Bene hai fatto a sottolineare l’attenzione sulla “geopolitica del digitale”.
Grazie Elia, seguendo i lavori con tutte le modifiche già previsse, potremo capire se il new deal sta prevalendo o se l’istinto conservatore è duro a moriere