Cosa cercano oggi i giovani nel lavoro?
Innanzitutto, i ragazzi oggi in Italia un lavoro lo cercano e lo vogliono. Il numero di coloro che non lavorano, non studiano e non cercano un lavoro non è irrilevante, ma per fortuna non è rappresentativo della gioventù italiana. Se molti imprenditori non trovano la manodopera più o meno qualificata che cercano, innanzitutto si mettano una mano sulla coscienza e pensino agli stipendi che offrono; magari saranno anche in linea anche con i contratti sindacali nazionali, ammesso che qualcuno li segua ancora, senza deroghe, per esempio, per il lavoro femminile, quindi senza far sentire in colpa e poi licenziare le lavoratrici madri solo perché hanno fatto valere i diritti che la legge dà loro o peggio ancora costringendo le dipendenti che si sposano a dichiarare che s’impegnano a non avere figli, se vogliono continuare a lavorare in azienda. Sappiamo tutti che l’occupazione, anche stabile, oggi non è sinonimo di benessere: abbiamo stipendi da fame, tanto che il numero di giovani capaci e meritevoli che decidono di lavorar all’estero è molto alto.
E i nostri giovani all’estero, anche e soprattutto per lavori che richiedono una laurea o alte qualifiche corrispondenti, buone capacità relazionali e competenze specifiche approfondite, sono molto richiesti e si trovano a svolgere altrove, per esempio, proprio le ricerche che le nostre università hanno impedito loro di sviluppare. Dopo di che, per fortuna, molti rientrano, ma molti no, con il bel risultato che lo stato italiano ha investito su di loro tutto il denaro necessario per istruirli e formarli e poi i nostri giovani pagano le tasse nel Regno Unito o negli Stati Uniti e aiutano il progresso economico, sociale e culturale di altri paesi, mentre in Italia non sappiamo più dove andare a trovare fondi per pagare le pensioni e le scuole elementari chiudono perché non nascono più bambini. Ci sono mille altre ragioni che possono spiegare questo triste fenomeno, ma non è questa la sede.
Così come sono altrettante le ragioni della denatalità o, del numero, mai abbastanza basso, di giovani che non lavorano e che non studiano; alla fine, comunque si rigiri la questione, il quadro è desolante. E non solo per le ragioni che ho appena esposto; ce n’è un’altra, per me che sono diversamente giovane, che forse è ancora più triste e che spero possa, se non sparire, almeno diminuire un po’ con il tempo.
Mi riferisco alla mancanza di passione per il proprio lavoro, alla tristezza e alla noia di passare gran parte della giornata svolgendo una mansione che non si apprezza e in cui non si crede. Per mia fortuna non ho mai sperimentato niente di simile, ma deve essere una condizione davvero alienante; e passi se almeno garantisce un buon tenore di vita, ma se non si ottiene neanche quello, davvero, è triste pensare a quanto squallide debbano essere le ore di lavoro per questi sfortunati.

Per chi ha cominciato a lavorare negli anni settanta/ottanta del secolo scorso intorno ai venticinque anni, quindi con una laurea in tasca, spesso la scelta della facoltà universitaria e poi la scelta del lavoro erano dettate da ragioni molto semplici: scelgo quella facoltà perché mi piace studiare quelle materie e presumibilmente il lavoro che farò sarà coerente con la mia scelta universitaria e quindi mi dovrebbe piacere. Le facoltà e le professioni non erano così tante e non era così difficili da capire cosa facessero l’avvocato, il medico, l’insegnante, il commercialista, il notaio, l’infermiere, il fabbro, il falegname e via dicendo. Oggi a volte senza internet sottomano riuscire a capire cosa facciano precisamente molti funzionari di banca, tante società finanziarie, dipendenti di agenzie di comunicazione, di marketing, ma anche più semplicemente di società di stoccaggio o addirittura di fabbriche o aziende in ambito di vendita e perfino di produzione, davvero, è spesso molto complesso. Ma questa è un’altra storia, o meglio non è questo il punto su cui vorrei soffermarmi qui.
Quello che rende il lavoro di oggi, o almeno di molti giovani-e-non di oggi, rispetto a quanto accadeva in passato, a mio avviso, è la mancanza di passione. Non è giusto generalizzare, ovviamente: un inviato di guerra o un medico che lavora per Medici senza frontiere, ovviamente, non appartiene a questo gruppo. Ma anche semplicemente l’infermiere che non abbandona un paziente in difficoltà prima di essere certo di lasciarlo in buone mani, anche oltre il suo orario di lavoro, o i medici che insistono inspiegabilmente a lavorare nei pronto soccorso in zone difficili, soprattutto se sono donne e sanno che la collega che le ha precedute ha corso il rischio di essere violentata, o addirittura lo è stata, ecco tutti costoro non appartengono certo alla maggioranza che, a quanto mi pare di vedere, svolge il proprio lavoro senza passione.
Senza passione non significa male, chiariamoci; vuol dire semplicemente sapere che abbiamo un compito da svolgere e lo portiamo a temine, magari anche bene e nei tempi richiesti, ma avendo ben chiara la linea che separa il lavoro dal resto della nostra vita. E anche questo non è un male, anzi: chi si chiude in un laboratorio o in una biblioteca e si dimentica del resto del mondo difficilmente riesce ad avere una vita completa ed appagante.
Ma direi che esiste una sana via di mezzo che, appena entrata nel mondo del lavoro, mi sembrava molto diffusa; di fronte alla difficoltà era la passione a spingere ad informarsi più a fondo per scoprire, tra i risultati delle analisi di laboratorio, quel dato che speravamo proprio di trovare – o di non trovare – per arrivare ad una diagnosi, a cercare strategie diverse da quelle imparate all’università o nei corsi di formazione per mantenere alta l’attenzione degli studenti o ampliare il parco dei compratori o diversificare quello dei fornitori in un’azienda. E soprattutto era la passione quella che ho visto negli occhi di tanti giovani lavoratori di allora quando, dopo tanto impegno, arrivavano finalmente i risultati sperati.
Era la passione quella che spingeva a non preoccuparsi di che ore fossero mentre si ragionava tra colleghi su come presentare un prodotto o scrivere un giudizio o cercare un cavillo per far trionfare la giustizia. E se anche qualche volta si rinunciava al sabato sera con gli amici o alla domenica pomeriggio con la famiglia, pazienza: tanto tutti sapevano che eri contento di rimanere nel tuo studio con gli ultimi dati utili per la presentazione e tu sapevi di essere apprezzato per la tua scelta, perché il sabato dopo l’avrebbe fatta qualcun altro.
Ecco è questa passione, questo condividere vita e lavoro per passione, non per costrizione e senza ansia che purtroppo è diventata sempre più rara. Il lavoro spesso è per molti solo un modo per ottenere autonomia e permettersi costose scelte di vita; per carità, non c’è niente di male a volersi emancipare o tanto meno a voler migliorare le proprie condizioni di vita; ma se non c’è passione per il proprio lavoro, per quell’occupazione che ci accompagna gran parte della giornata, dopo un po’ è inevitabile cadere non solo nella routine, ma anche accorgersi di quanto tempo dedichiamo a fare qualcosa che in fondo ci interessa poco e i cui risultati ci lasciano abbastanza indifferenti.
Certo non tutti i miei coetanei o giù di lì hanno avuto la stessa esperienza, ma purtroppo vedo tanto giovami oggi considerare il lavoro tutto tranne che qualcosa di appagante e piacevole. Le motivazioni e le spiegazioni in proposito si sprecano, come ho già spiegato, ma vorrei solo sommessamente ricordare che se ormai è stato sdoganato tutto, dal saluto fascista al peggior turpiloquio, dalla violenza e all’intolleranza giustificate sempre e dovunque, forse sarebbe il caso di sdoganare espressioni ormai considerate retoriche ed obsolete, ma che personalmente ritengo possano essere fonte di pace e serenità per l’animo di ognuno di noi: diligenza, impegno, assiduità, costanza e soprattutto entusiasmo nel fare il proprio dovere. Ok, lo so che il senso del dovere ormai aspetta di essere sdoganato da molto tempo. Ma forse vale la pena di provarci.
