Un racconto di Anna Di Marco
Potrebbe essere così
«Ma perché il Creatore avrebbe dato vita all’universo intero e poi all’uomo, che non è altro che un puntino quasi invisibile? Anzi, la stessa Terra è appena un granello di polvere nell’immensità delle galassie.
È davvero possibile che tutto questo sia stato creato per noi? Distanze che non potremo mai percorrere, mondi che forse non raggiungeremo mai… a quale scopo?
È solo un caso il perfetto equilibrio tra Sole, Terra e Luna che rende possibile la nostra esistenza? Oppure esiste un disegno preciso?
Siamo forse un allevamento, uno zoo costruito da esseri tanto evoluti da risultare inconcepibili alla nostra mente? Oppure siamo ciò che resta di una civiltà superiore che, nel tentativo di superare ogni limite, è precipitata in una nuova forma di primitività, costretta a ricominciare da capo? E noi stiamo semplicemente ripercorrendo quel cammino?»
Di questo si discuteva quel venerdì pomeriggio al solito bar.
Gli stravaganti erano sempre più numerosi e, con loro, crescevano anche le domande. Nessuno pretendeva di possedere la verità. Tutti cercavano soltanto un frammento di luce.
Seduti davanti ai loro cocktail, fissavano il liquido colorato come se da un momento all’altro dovesse emergere la risposta definitiva. Ma, più cercavano un punto fermo, più i punti interrogativi si moltiplicavano.
Fu allora che Antonio sorrise.
«Vi racconto una storia.»
Il brusio cessò.
«Potrebbe essere così.»
Esistono persone che risolvono formule matematiche impossibili senza aver mai studiato. Altre suonano uno strumento come virtuosi pur non conoscendo una sola nota. Alcuni eseguono calcoli prodigiosi senza sapere cosa sia un’equazione.
Li chiamiamo geni.
Forse non possiedono un cervello diverso dal nostro. Forse hanno semplicemente imparato ad aprire una porta che gli altri ignorano perfino di avere.
Uno di loro si chiamava Peppino.
Per tutti era lo scemo del villaggio.
Faceva discorsi incomprensibili, sorrideva da solo e passava ore seduto sulla stessa panchina.
Ma aveva una particolarità.
Volava.
Gli bastava sollevare un braccio e il suo corpo perdeva ogni peso, leggero come un palloncino sospinto dal vento. La gravità sembrava dimenticarsi della sua esistenza.
Con piccoli movimenti delle braccia cambiava direzione, attraversava il cielo, raggiungeva le stelle, sfiorava pianeti lontanissimi e poi ritornava tranquillamente sulla sua panchina, come se fosse uscito soltanto a fare una passeggiata.
Per lui gli anni luce duravano pochi secondi.
Il tempo non era una legge.
Era soltanto un’invenzione degli uomini.
Molti cercarono di imitarlo.
Seguivano alla lettera i suoi consigli, ripetevano gli stessi gesti, pronunciavano le sue parole.
Niente.
I loro piedi rimanevano incollati al terreno.
Peppino li osservava con tenerezza.
«State cercando di imparare a volare con il corpo» diceva. «Ma il volo comincia molto prima.»
Durante i suoi viaggi aveva compreso una cosa.
L’universo non premia chi possiede risposte.
Premia chi continua a farsi domande.
Per questo non cercava mai una verità definitiva. Preferiva la meraviglia alla certezza, il viaggio alla destinazione.
Diceva che ogni risposta chiude una porta.
Ogni domanda, invece, apre un cielo.
E poi aggiungeva, con il sorriso ingenuo che lo aveva reso famoso:
«A dire il vero… è anche perché volare è la cosa più figa che esista.»
Per qualche secondo nessuno parlò.
Poi Antonio alzò il bicchiere.
«Ecco perché vi invito a volare.»
«Farsi domande è il gioco più bello che esista. È il modo migliore per costruire una mente viva, un’identità autentica, una coscienza luminosa. Una mente riempita soltanto di risposte preconfezionate diventa sterile, ripete ciò che ha ricevuto e lascia che il tempo le passi accanto.
Una mente che continua a cercare, invece, rimane giovane. È creativa. È curiosa. È viva.
Ed essere vivi è tremendamente figo.»
Dopo l’ultimo sorso si voltò un’ultima volta verso gli amici e disse:
«Ricordatevi una cosa. Le risposte mettono un punto. Le domande aprono orizzonti.
Ogni volta che ci chiediamo “perché?”, la nostra mente si allarga un po’. Ogni volta che osiamo immaginare ciò che ancora non conosciamo, facciamo un piccolo volo.
Forse non sapremo mai come è nato l’universo. Forse non capiremo mai fino in fondo chi siamo o perché esistiamo. Ma il vero miracolo non è trovare tutte le risposte. Il miracolo è continuare a cercarle.
Perché è nella ricerca che l’uomo diventa davvero libero. È nella curiosità che cresce. È nello stupore che rimane giovane.
La ricerca è la forma più bella della speranza: significa credere che dietro ogni orizzonte ce ne sia un altro, dietro ogni risposta una nuova domanda, dietro ogni scoperta una meraviglia ancora più grande.
Forse il senso della vita non è arrivare, ma continuare a camminare. Non è possedere la verità, ma lasciarsi trasformare dal desiderio di incontrarla.
E chissà… magari è proprio questo il segreto del volo.»
Quando il bar rimase vuoto, il silenzio sembrò sorridere.
Fuori, il cielo era lo stesso di sempre.
Ma chi aveva ascoltato quella storia non lo guardava più con gli stessi occhi.
Quella sera nessuno uscì dal bar camminando come era entrato.
Qualcuno sorrideva.
Qualcuno guardava il cielo.
Qualcuno, senza farsi notare, provò perfino a fare un piccolo saltello, sperando di staccare i piedi da terra anche solo per un istante.
Non ci riuscì.
Non ancora.
Ma qualcosa era cambiato.
Il barista abbassò la saracinesca, sorrise e, almeno nella fantasia, volò fino a casa.
Anche quella sera gli era andata bene.
E i tre amici tornarono silenziosamente nella mente di Anna.
Avevano fatto ancora una volta il loro lavoro.
Adesso Anna poteva dormire.
Forse sognando di volare.
Immagine di copertina realizzata con CHATGPT

In “Potrebbe essere così” di Anna Di. Marco, un ristretto gruppo di uomini si interroga sul perché il Creato sia definito tale se l’uomo essendo di questo stesso Creato una infinitesima parte, con infinitesime possibilità rispetto ai pianeti o alle costellazioni o a qualcosa di veramente prorompente. Come scrive l’autrice: “ La ricerca è la forma più bella della speranza: significa credere che dietro ogni orizzonte ce ne sia un altro, dietro ogni risposta una nuova domanda, dietro ogni scoperta una meraviglia ancora più grande”.
Sembra quasi di essere di fronte ad un piccolo bambino la cui prima fonte di conoscenza sono i genitori o gli adulti ed i suoi strumenti sono i continui “perché ?” Un piccolo bambino che unisce tutti i tasselli delle risposte, elabora una ricerca/azione e costruisce pian piano il suo vissuto esperenziale in cui il primo posto è occupato sempre dalla fantasia. Proprio quest’utima è stata paragonata in modo abile ed indiretto dall’autrice del racconto alla speranza.
Personalmente penso: chi è Peppino?”, per me è il bambino di cui ho parlato sopra, che mette in atto la capacità che noi tutti abbiamo di immaginare, trasformare le immagini in realtà, ma soprattutto di volare perché come Anna Di Marco scrive: “ L’universo non premia chi possiede risposte”. Dunque concludo dicendo che Dio riserva un posto speciale nel suo inimmaginabile disegno per i puri di cuore e gli innocenti.
Rosanna Simile