“Mancò la fortuna, non il valore 1 -7- 1942”
Andrea Elia Rovera esce dal grigiore dei giornali cittadini per darci notizia, il primo luglio scorso, su un’iniziativa di Casa Pound svoltasi a Torino con la latitanza di sindaco, autorità cittadine e associazioni combattentistiche e politiche, per presentare alla città, la lapide malconcia, ma rimessa in sesto, che si trova in Via Cavagnolo, nella Circoscrizione 6, nel Giardino a ricordo dei Caduti di El Alamein.
Riportiamo il comunicato citato nell’articolo “I militanti del centro sociale di Estrema Destra, per chiudere degnamente il mese di giugno, “hanno deposto una rosa rossa e una coccarda tricolore ai piedi della lapide commemorativa all’interno del Giardino dedicato ai Caduti di El Alamein, a Torino, dove è situata la lapide commemorativa, per rendere omaggio ai militari morti durante la battaglia”.
Nel plaudire all’iniziativa torinese, è bene affidare il ricordo ai giovani, perché lo tramandino.
La Seconda guerra mondiale, è terminata nell’orrore, e costellata da errori, scelte sbagliate decise da strateghi poco inclini alle strategie vincenti. Migliaia di testi hanno ormai sviscerato l’impossibile, dalle intenzioni belliche alla disfatta finale. Non tocca a noi che non siamo storici, aggiungerne un pezzo.
I veri motivi dell’intervento italiano rimangono chiusi nelle discussioni universitarie, serrati negli archivi, con indiscrezioni, a volte non provate, sussurrate nei convegni dei docenti.
Mussolini e i suoi gerarchi speravano in una soluzione breve, in una soluzione politica. Per il governo di Roma, il conflitto doveva risolversi con qualche scaramuccia per poi chiudersi attorno ad un tavolo, in una conferenza internazionale.
Non fu così. La Seconda guerra mondiale era una guerra del Novecento, una guerra moderna, una guerra totale. Una guerra che non prevedeva condizioni. Le democrazie anglosassoni non fanno prigionieri, ma Mussolini non lo comprese o non volle capirlo…
L’azzardo di tanti, si rivelò una tragedia. Eppure, nonostante la debolezza strutturale nazionale, malgrado la fragilità degli equilibri interni e l’impreparazione delle forze armate, l’avventurismo del Duce e l’incompetenza degli Stati maggiori (Badoglio, Visconti Prasca ma anche Graziani e altri “fascistissimi” condottieri…), il soldato italiano dimostrò coraggio, solidità, determinazione. Eroismo.
Il momento centrale fu El Alaimen, un piccolo punto nel deserto africano. Laggiù, in quella distesa di sabbia e pietre, la meglio gioventù italiana — i 400 paracadutisti del 186° reggimento Folgore del tenente colonnello Giuseppe Izzo, soldati dell’Ariete, della Trieste e delle altre divisioni — dimostrò tutto la sua robustezza. Il suo valore.
A distanza di tanti anni, anche se rischiamo di farlo in solitudine, vogliamo ricordare quei ragazzi meravigliosi, inchinandoci idealmente sui loculi che conservano i resti di 4634 nostri caduti, tra cui 2187 senza un nome.
Senza retorica. Con rispetto. Con tanto rispetto. Questo è lo spirito e la validità dell’iniziativa torinese.
