Foto di Monica Bruno
Chi ha scelto la vita di montagna, nelle foto di Monica Bruno (di Dario Noascone)
“Restanza” non è un termine comune. Dopo aver fatto capolino in qualche raro testo del sec. XIV, la parola è stata riesumata negli anni 2000 dal CENSIS per descrivere un curioso fenomeno “controcorrente” (e “controtempo”, verrebbe da dire…) tipico, in particolare, del Sud Italia – ma non solo, nel nostro caso – in tendenza opposta al mai terminato movimento migratorio da Sud a Nord.
Qualcuno, pochi in verità, ha infatti scelto le proprie radici, la propria terra di origine, decidendo di restare, rinunciando al mito del progresso a tutti i costi e abbracciando mestieri antichi, paesaggi ancestrali, e tutti gli eventi con cui la Natura, madre generosa ma anche ineffabile tiranna, da millenni sfida l’uomo in constante tensione di sopravvivenza.
E proprio dal principio e dal titolo di Restanza parte il racconto per immagini che la canavesana Monica Bruno, sorprendente artista della fotografia dalla non comune sensibilità, sia umana che professionale, dedica al proprio territorio, duro di montagne e ammantato di viriditas, e a quei Canavesani che, remando contro l’inesorabile contemporaneità del movimento inurbante, hanno scelto di ridare potenza alle proprie radici, non più sintomo di attaccamento al passato, ma di genuina rigenerazione.
In una manciata di fotografie senza fronzoli, come la gente di montagna da esse ritratta, e inframmezzate solo da qualche sporadica ma significativa citazione letteraria che spazia da Thoreau a Rigoni Stern, Monica Bruno racconta il fenomeno della Restanza tra le montagne canavesane, attraverso persone, animali, edifici, luoghi, interni, oggetti, sguardi e piacevoli casualità, con particolare enfasi sull’arte casearia, uno dei mestieri più diffusi – e, aggiungiamo, più apprezzati dai fruitori finali – tra chi ha sposato la restanza come stile di vita.

La stessa sede della mostra non è casuale: una trattoria d’altri tempi, la “Stella d’Italia”, al centro di Sparone (Torino), un piccolo ed antico centro abitato i cui stessi edifici raccontano di epoche arcaiche e antenati dalla scorza impenetrabile, coronato dalle maestose cime alpine e dominato dalla storica Rocca, teatro dell’assedio di arduinica memoria.
Si potrebbe parlare di nostalgia, di attaccamento a tempi e mondi che non torneranno più… eppure sono le stesse immagini di Monica Bruno a raccontare una storia e una prospettiva differenti. Nella vita quotidiana da lei ritratta troviamo gli elementi e i riti immutabili della montagna e dei suoi abitanti, tra attenzione amorevole al lavoro e sguardi docili di animali – capre, vacche, cani, gatti, tutti parte funzionale di un sistema di vita – spesso inframmezzati da elementi contemporanei quali strumenti d’acciaio, reti da cantiere, attrezzi contemporanei, a ricordarci che è possibile una sintesi fra tradizione e mondo attuale, e che proprio questa sintesi può costituire uno stile di vita atipico, originale e pienamente sostenibile.

“Tradizione è mantenere vivo il fuoco, non adorare le ceneri”, ci ricordava il grande compositore Gustav Mahler (in realtà citando il socialista francese Jean Jaurés…), e la restanza è, a tutti gli effetti, fuoco vivo in mano a pochi, ma in grado di dare energia a un modus vivendi che oggi può costituire una valida alternativa. I volti austeramente sorridenti dei personaggi ritratti con grande amore – quasi devozione – da Monica, mentre mostrano con equilibrato orgoglio le loro forme di formaggio, terminate o in fase di lavorazione, i musi buffi dei bovini, gli occhi saggi dei cani da pastore, e quel vecchio orologio incastonato in una cornice indefinibile di frammenti di vita montana (forse l’immagine più significativamente ermetica della serie…) sono il miglior contraltare alle prospettive inquietanti del recente “Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne”, che ha sorpreso più d’uno prevedendo, per le aree a bassa popolazione, null’altro che un “accompagnamento al declino”…

Per contro l’artista, nella sua presentazione, fa cenno alla necessità di una vera e propria “politicizzazione” della restanza, come valida risorsa di rigenerazione territoriale. Opinione senz’altro condivisibile, magari con una piccola rettifica: trattandosi di Tradizione, è ascrivibile, più che alla Politica, alla Metapolitica che orienta ogni pensiero al benessere comune e alla crescita non solo economica, ma integrale – materiale e spirituale – di un popolo.
La mostra, che invita a riflettere in prospettiva attraverso una visione poetica ma concreta della vita montana “per scelta”, sarà ancora aperta al pubblico fino a domenica 27 luglio.
Dario Noascone
