Il ritorno alla pittura non manca così come non mancano i riferimenti alle grandi correnti del passato
Anche questa Biennale 2026 non è stata avara di spunti per provare a riflettere sul ruolo dell’arte nella società attuale. Come sempre, l’ha fatto con una variegata carrellata di esperienze creative dalle quale traspare un dato oggettivo: l’emergere di artisti provenienti dall’Africa e dall’America latina provvisti di linguaggi ormai totalmente affrancati dall’influenza occidentale. Fenomeno questo già visto nelle precedenti edizioni, ma che, in questo caso, si armonizza senza evidenziare quelle differenze di carattere etnico-culturale che ci si potrebbe attendere. Insomma, forse oggi appare ormai obsoleto – se non politicamente scorretto – parlare di Paesi emergenti, poiché siamo al cospetto di una produzione sempre più ampia e costruita su schemi totalmente slacciati dai ceppi di convenzioni estetiche radicate nella cultura dominante di matrice europea.
In effetti si tratta un leitmotiv che il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, aveva già indicato come conditio sine qua non per l’edizione di quest’anno: evidenziare le “tonalità minori” e favorire “l’attitudine spirituale, collettiva, legata alla terra, capace di sottrarsi all’eurocentrismo quanto alla saturazione del mercato”.
Una saturazione che è anche figlia di una sorta di schizofrenia alimentata dall’iperproduzione – fatto questo evidente non solo nel mondo dell’arte – e di conseguenza della difficoltà di individuare linee guida che consentano di non perdere l’orientamento e farsi un’idea precisa degli indirizzi poetici attuali.
Mentre risultano sempre più sfumati i confini tra le discipline, si constata che gli artisti, nella stragrande maggioranza dei casi, fanno delle problematiche sociali e dei rapporti tra uomo e ambiente la trama e l’ordito della loro ricerca. Si tratta di scelte di campo effettuate seguendo quelli che sono un po’ i canoni dell’arte contemporanea: allestimenti, performance e costruzioni di universi ritenuti “isole di bellezza, pensiero e resilienza spesso ignorate”. Emblematico in tal senso il Padiglione Italia, con le affascinanti opere di Chiara Camoni e curato da Cecilia Canziani.
Il ritorno alla pittura non manca: così come non mancano i riferimenti alle grandi correnti del passato, ma si tratta di richiami forse voluti a quei classici di cui non possiamo fare a meno, e che ci consentono di mantenere una sorta di
cordone ombelicale con quanto è parte integrante delle nostre attuali concezioni di estetica contemporanea.
Se la spettacolarizzazione del fare artistico prevale negli spazi dell’Arsenale, ai Giardini, soprattutto nel padiglione centrale, si avverte la volontà di costruire un dialogo con l’osservatore che tende a ridurre l’astrazione per privilegiare una più fluida percezione del fatto creativo, agevolando la comprensione anche al non addetto ai lavori.
L’azione narrante degli artisti si amplifica con il riferimento alle tematiche più sentite dalla società attuale: le guerre, l’ingiustizia, l’emarginazione, il colonialismo.
Le dinamiche creative che sono alla base di una parte non rilevante delle esperienze proposte in questa edizione 2026, in certi casi pare abbiano qualcosa di comune, destinate quindi a essere legate, nessuna è un’isola, ma ognuna sostiene comunque con forza la propria identità.
Nell’insieme la varietà è talmente estesa da stordire, ma ciò non determina un senso di perdizione, bensì costituisce uno stimolo ad andare oltre le apparenze.
Inutile cercare un percorso di vista ottimale, poiché è come se la strada maestra espositiva si aprisse in molteplici sentieri, non sempre destinati a ricondurre alla via affrontata in partenza. Comunque, il percorso oltre lo specchio di Alice che la Biennale sa produrre, continua attraverso l’oceano mare della creatività, delle ideologie, delle idee, ma anche delle paure, delle ansie e della poesia.
Senza ombra di dubbio l’osservazione del contemporaneo consente di intravedere i futuri possibili e quest’alchimia è effettuata da artisti provenienti da ogni parte del mondo, che con le loro realizzazioni, ci fanno sentire nella storia, stimolando quella riflessione che è già una forma di azione.
Cento i Paesi partecipanti che hanno portato a Venezia il risultato di ricerche che possono affondare nel riverbero di poetiche capaci di rievocare Calder, come nel Padiglione Turchia, che si rifanno all’universo dell’ibridazione mitica con le sculture di Mutu Wangechi, oppure che hanno la potenza di celebrare l’apoteosi della memoria, come nell’allestimento proposto dal Padiglione Ungheria; seguendo linee guida che da sempre lo caratterizzano, il Padiglione dei Paesi nordici prosegue la simbiosi tra azione creativa e natura, con risultati sempre di straordinario effetto scenico. Originalissima e senza il ricorso alla retorica l’erosione del colonialismo messa in
atto da Bonnie Devine, che ricompone il senso dell’esistenza delle popolazioni autoctone nordamericane, con un tocco etnografico di indubbio senso estetico e oltre che storico.
Numerosi gli eventi e le esposizioni collaterali sostenute da un elevatissimo numero di artisti presenti di cui si riesce ad avere una percezione razionale solo attraverso gli elenchi forniti dagli appositi mezzi di informazione per il visitatore, mentre l’immersione negli spazi espositivi ti fa sentire in una dimensione che pare essere senza fine.
In occasione della Biennale, la storica Chiesa dell’Abbazia della Misericordia di Venezia, riaprirà al pubblico dopo un importate serie di restauri, per diventare sede di Etnia House of Arts: una piattaforma culturale dedicata alla sperimentazione artistica, al dialogo e alla creatività contemporanea.
