Tauromachia di Marco Chiaravalle
L’inevitabile scontro, interno alla cultura occidentale, tra mito e mondo
Un contributo
di Marco Chiaravalle
Cos’è un mito?
Michael Shermer, uno storico della scienza americano, la vede in questo modo:”I miti sono storie che esprimono, un senso, una morale e una causa. Se sono vere o no, è irrilevante.” Personalmente condivido pienamente questo assunto e condivido, sempre riallacciandomi allo stesso autore, l’idea che il mito non sia sparito nella dimensione sociale contemporanea come molti hanno voluto farci credere, tutt’altro, proprio in questo periodo storico stiamo assistendo a una contrapposizione radicalizzata tra il mito come forma di razionalizzazione particolare – paradossale caso di coincidenza tra in se e per se che farebbe trasalire Kant – e le leggi di coesione interna del reale, ovvero la sua razionalità intrinseca, in pratica, il mondo come lo abbiamo sempre conosciuto, con la sua organizzazione funzionale, le sue regole di base e i corrispettivi livelli relazionali.
Partiamo dal presupposto che non parliamo necessariamente del mito nella sua storicità e quindi nelle sue figurazioni retoriche: i Greci, gli Egizi o i racconti polinesiani sull’origine dell’umanità, in questo caso, parliamo della sua struttura semantica pura e semplice:
ovvero un fatto iperidealizzato, dotato di una carica simpatetica – dal greco sun e pathos, la capacità di unirsi di fronte a un racconto, stante la sua potenza emozionale ed estetica – tanto straordinaria da divenire il fulcro di una specifica comunità, in uno specifico periodo storico, attivando in essa un processo di fantasmagorizzazione collettiva cui la stessa comunità si subordina elevando quel fatto a metro di misura privilegiato del reale e realizzando quel processo per il quale, pur mancando le caratteristiche proprie della “religio”, persiste comunque sotto mentite spoglie la “devotio” che, formando le con-vinzioni degli uomini, edifica a seguire le con-venzioni sociali, siano esse generali o, in questo caso, di gruppo. Nella definizione dello Shermer c’è tutta la violenza – non dell’autore naturalmente – dell’astratto assiomatico verso il reale e la sua razionalità.
Il mito come struttura narrativa, in questa fase critica della tarda modernità, è infatti utilizzato in modo funzionale da gruppi specifici per massimizzare in via politica – nel senso di inserirsi nella gestione della “polis” – gli effetti della fantasmagorizzazione fattuale. Quel senso, quella morale e quella causa, non sono però espressioni della volontà generale, ma di un “particolare”, non sono cioè il Senso, la Morale o la Causa in termini di fondazione o trascendenza, ma rappresentano una volontà iperidealistica di ridurre il mondo alla propria forma di gestione della struttura e delle relazioni sociali.
Nella società occidentale attuale, questa volontà è appannaggio dell’idealismo di sinistra, che Marx chiamava, riferendosi al gruppo dei filosofi dai quali proveniva egli stesso, la Sacra Famiglia; questa setta filosofica, un epilogo infausto dell’heghelismo, che nella sua visione prevede una completa sottomissione dei processi di trasformazione del reale alla volontà dei singoli, a prescindere dallo stato reale delle cose e dalle condizioni oggettive che lo determinano. Una follia in termini filosofici e pratici – già confutata da Marx stesso – che ha sussunto in se, in modo deformato, quelle che un tempo, sotto l’universale astratto della religio, sono state le aspirazioni alla costruzione di una città dell’uomo, se non identica, quanto più vicina possibile alla città di Dio, quindi il punto massimo di perfezione raggiungibile dall’essere umano su questo pianeta.
Oggi, ci troviamo quindi ad affrontare ancora una volta una ulteriore “mitizzazione particolare”, ma non per questo meno pericolosa di altre che si sono susseguite nel moderno, espresse necessariamente in forma razionalizzante, come se la mancanza del sacro nella società moderna richiedesse costantemente un recupero e una riproposizione di un meccanismo empatico-estetico aggregativo delle masse, o di una parte di esse, rispondente a quelle caratteristiche. Probabilmente se è vero che il sonno della ragione genera mostri, anche quelle del sacro non è da meno quanto a orrori prodotti.
Nella società occidentale questo processo di mitologizzazione ha assunto tipologie differenti, emerse però dallo stesso oceano del moderno e concretizzatisi in un periodo che va dalla metà del secolo XIX alla metà del XX, con una lunga durata – direbbe Braudel – nella prima parte del nostro secolo. Se attraverso razza, nazione e classe, il mito tendeva, con fare prometeico, a erigere una nuova umanità, tendendo alla sua organizzazione a partire da uno stato identitario preciso, ancorché nuovo, dagli anni ’60 del secolo scorso è la de-costruzione il linguaggio proprio del mito; sembra paradossale, che un mito si esprima attraverso una forma “dialettica negativa” eppure è così, si deve distruggere la società per non edificare nulla, qui la negazione nichilista non è la premessa per la ricostruzione, ma è l’assioma centrale del mito, ed esso si impone a prescindere dal reale.
Facciamo un esempio, che l’immigrazione sia ormai un problema di condivisione antropica dello stesso spazio sociale tra la comunità autoctona e quelle importate è lampante, lo è per me e per voi lettori che lo viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle ed è un problema reale che riguarda, come ho spesso accennato, la capacità logistica di un sistema di farsi carico, con le risorse che ha a disposizione, di elementi estranei in entrata nel sistema stesso. Quando le risorse tendono a esaurirsi, come nella condizione attuale del mondo occidentale, ecco che gli elementi immessi, quelli in soprannumero rispetto alla necessità – sempre minore stante l’incremento tecnologico nei processi – di impiego del sistema, si produce un effetto entropico che se non viene controllato attraverso il reimpiego forzato o l’espulsione delle risorse in eccesso, porta al collasso del sistema generale, ma non ad una rivoluzione: collasso significa, caduta, crollo, non vi è nessun rivolgimento, semplicemente lo stato reale delle cose è spazzato via, diventa “rovina” e seguire archeologia culturale. Le battaglie terzomondiste, la neo-lingua, la teoria del gender fluid, nonché l’odio contro Israele a prescindere dalla reale portata che il conflitto arabo-israeliano ha assunto nel corso delle storia, affinché lo Stato ebraico avesse un proprio Dasein, un proprio Esserci nella storia direbbe Heidegger, rappresentano tanti tasselli del mito idealista; esso prescinde sempre dall’analisi razionale delle condizioni oggettive e posso fare anche un esempio pratico: in una discussione con una persona proveniente da quell’ambiente, il passaggio a destra nelle prossime elezioni in varie nazioni europee, è visto e percepito come un vistoso scivolamento delle masse nell’irrazionale. Naturalmente non è il programma idealista, iper umanitario, nonché paradossalmente deflazionista, di quei governi a essere totalmente fallimentare, il problema sono le persone, il loro essere ignoranti e fondamentalmente razziste e, aggiungo, probabilmente fasciste. Come affermava ironicamente Bertold Brecht, in occasione della repressione delle rivolte operaie del 1953 nella Germania Orientale, se vi è conflitto tra la classe politica e il popolo, cambiamo il popolo: siamo ancora li, non ci siamo discostati di un millimetro. In modo del tutto identico, vi sono altre e molteplici figurazioni retoriche mitoidealiste, noi che viviamo in occidente le copriamo quasi al 100%, abbiamo tutte le colpe del mondo; affinché la città dell’uomo si realizzi in terra, avvicinandosi il più possibile a quella di Dio si devono realizzare le seguenti condizioni: gli ultimi, autoctoni e stranieri, saranno i primi – tutti gli altri, gli ex primi e quelli che si accontentano o vivono in modo parco, saranno probabilmente morti, uccisi e spogliati dai nuovi primi – ci sarà una chiesa universale che raggruppa tutti senza differenze, anche questo un prodotto della Sacra Famiglia, di un tale Feuerbach, nella sua filosofia infatti Dio è un prodotto dell’uomo, quindi ognuno – e dico veramente “ognuno” – si farà una chiesa sulle proprie ubbie e i credenti, quelli che continueranno a seguire la rivelazione – la prima pedagogia umana – i deisti, il clero tradizionale, nonché gli estimatori laici della libertà religiosa, confluiranno tutti in un grande progrom organizzato sempre dai discepoli della Sacra Famiglia. Un modo singolare di vedere l’oltreuomo, dato che in Nietzsche, l’uomo è la corda che porta dalla scimmia al super umano, mentre in questo caso il super umano è la scimmia stessa. In un certo qual modo la cosa ha un senso, Aristotele diceva che la polis è necessaria per gli uomini, al di fuori di essa e delle sue regole, vivono gli dei e gli animali; chiaro che, per quanto se ne parli, non essendo divenuti dei, si regredisca alla scimmia, quindi all’Eden; un modo attraverso il quale, per tornare alla perfezione dell’ordine divino, l’uomo, recupera un posto speciale tra gli animali, evitando il tormento della conoscenza e quindi della civiltà tout court.
Il che spiega bene il perché l’ambientalismo contemporaneo – narrazione in cui l’ambiente è iperidealizzato, non è quello reale – rientri a tutti gli effetti tra i pilastri del mitoidealismo. Vengono quindi eliminate le foscoliane “nozze e tribunali e are”, infatti senza religione anche il diritto, che nasce da quella prima pedagogia, è considerato un prodotto stantio; ci sono le sanzioni – o punizioni – è prescrittivo e quindi cattivo, contiene il giudizio, la norma, quella cosa che fonda la norma-lità; a stretto giro anche la famiglia è liquidata. Distrutte tutte le strutture del vivere civile, alla fine cosa resta? Niente, al massimo una volta che eliminata la società civile, combatteranno fino all’ultimo scemo per stabilire chi è più vicino alla fonte originaria del mito o, magari come molti di loro pensano estingueranno l’umanità, tanto la odiano. Quando parliamo di scontro frontale tra mito e mondo, intendiamo proprio questo, tra mito e mondo sussiste sempre uno iato, quello iato è la vita reale degli esseri umani, è questa la cosa che sfugge all’iperidealista:
il reale e la sua razionalità, non sono, come pensa, “strumentali”, esiste una cosa chiamata Razionalità Generale e questa non è mai strumentale, essa si riafferma sempre nelle verità del reale, possiede la sue leggi di coesione sistemiche e se si tenta di aggirarle o negarle esse saranno riaffermate in un modo o nell’altro. Arriviamo quindi al problema del passaggio a destra dei popoli nelle loro maggioranze, questo passaggio fa parte della riaffermazione delle regole di coesione interne, chiaramente se queste vengono negate in modo assoluto – privo di mediazione – saranno reintrodotte e riaffermate in un modo tanto più radicale, quanto radicale è stata la loro negazione. Si può evitare un passaggio così doloroso? Mi sembra troppo tardi per innescare un processo di razionalizzazione del discorso che avremmo dovuto imporci prima come società; il moto pendolare oscillatorio fa parte della storia, è ineludibile, l’uomo tenta a seconda dei propri interessi di bloccare il pendolo o viceversa farlo oscillare alle estreme, perché a volte il rivolgimento del potere può reintrodurre sotto nuove spoglie il vecchio, i nobili per esempio amano il comunismo perché persegue lo sterminio della borghesia, il loro avversario diretto e restituisce sotto vesti diverse il potere più o meno alle stesse famiglie, che stavolta non si radunano presso il re, ma presso il dittatore comunista o l’anello centrale del partito: quello che amano non è il socialismo in se, ma l’esito reazionario dell’ideologia.
Quando invece teniamo socialmente l’oscillazione del pendolo in un range centrale e conteniamo i moti estremi, allora lì si crea lo spazio per la gestione razionale del sistema, l’immigrazione viene contingentata e controllata, i colpevoli vengono puniti in base alle leggi statuite e al loro grado di colpa, il giudice applica il diritto e non lo interpreta, la classe politica si divide sulle metodologie gestionali dello stato, battendosi per programmi che ne aumentano l’efficienza senza perdere di vista la socialità e non cercando di imporre valori propri incompatibili con la Costituzione, da una parte o dall’altra.
Aristotele definiva questo sistema della “politeia”; essa è la vera politica, spinta dalla classe media, soggetto che cerca sempre politicamente di ottener una media ragionevole per tutti gli attori sociali, è nella politeia che si trova la ragione discorsiva habermassiana, fuori c’è solo lo scontro mito-mondo. Se il mito idealista della Sacra Famiglia, non avesse contaminato la gran parte delle classi dirigenti – o generali – forse si potrebbe recuperare la situazione in qualche modo, ma lo stato non è più in grado di reagire, perché la classe generale che lo gestisce è un prodotto di quella “visione” e ne è parte integrante, da questa prospettiva si comprende la guerra a morte verso la classe media e l’aggancio con l’iperclasse delle oligarchie finanziarie. Per limitare almeno i danni più gravi, si sarebbe dovuto intervenire, riaffermando l’autorità e la razionalità del discorso politico nel decennio 1968-1978, ora è tardi, il dialogo con chi vuole il grande falò savonaroliano della vanità – del mondo – è impossibile; d’altra parte come società ci aspettiamo ancora che lo stato reagisca, non riuscendo o non volendo capire che esso è ridotto a una semplice ombra inconsistente, cosa ormai evidente nella prassi amministrativa contingente, della quale ci lamentiamo in continuazione pur essendo rassegnati nel profondo.
La Storia si incaricherà di definire i tratti della re-azione e non sarà piacevole, resta l’amaro in bocca per non avere saputo intervenire quando potevamo, invece di cullarsi in quella magnanimità ecumenica, permissiva, di maniera, propria dei periodi nei quali prosperità e benessere sono diffusi, che denota il tipico atteggiamento dei morti di fame da poco arricchiti. Oggi che termini come prosperità e benessere sono quasi del tutto svaniti dal nostro orizzonte, ricominciamo a vedere e a chiamare le cose con il loro nome autentico, come fosse passata una forte sbronza. Comunque vada, una eventuale vittoria del mito sul mondo sarà una sconfitta per tutti, perché, come dico spesso, quel famoso mondo, alla fine, non è l’atlante geografico che tenevamo in casa quando la cultura contava qualcosa e faceva lustro: siamo noi con le nostre vite reali.
