L’eredità del dissenso e del dubbio dei luminari è complice & colpevole
“C’è chi dice e c’è chi fa” (detto popolare).
Estate 2026: il mondo si sta sciogliendo. Per decenni, il consenso scientifico sull’origine antropica del riscaldamento globale è stato oggetto di una contro-narrativa mirata. Sebbene oggi il 99% della letteratura scientifica concordi sul ruolo cruciale delle emissioni umane, una minoranza rumorosa di accademici e ricercatori ha sempre fornito miopia alla procrastinazione politica ed economica, con drammatici effetti sul presente.
Il Club di Roma fondato nell’aprile del 1968 da Aurelio Peccei e Alexander King è stato il primo gruppo a concentrarsi sulle questioni ambientali. Nei convegni e nel celebre Rapporto sui limiti dello sviluppo pubblicato nel 1972, il dibattito non si concentrò sul riscaldamento globale o sull’effetto serra, ma su sostenibilità ecologica, esaurimento delle risorse e rischi legati al modello di sviluppo industriale illimitato.
Il monito del Club di Roma fu sottovalutato, andava contro il dogma economico e politico della crescita infinita, basato sul PIL e sul consumo di un mondo visto come inesauribile. È stato l’inizio di un rifiuto che ci ha portato alla tragica fase odierna.
La cautela accademica & l’urgenza dell’emergenza
È tempo di denunciare delle scomode ignoranze
Negli anni ’90, quando l’aumento del riscaldamento globale era palese, molti grandi della fisica italiana ed europea preferivano rimanere all’interno del proprio perimetro di ricerca pura, guardando con prudenza l’esposizione mediatica su temi di rilevanza politico/ambientale.
Per giovani come noi, studiosi universitari del 1980, pionieri di una soluzione al percepito cambiamento climatico, la fisica basica dell’effetto serra e l’impatto dei combustibili fossili non richiedevano calcoli quantistici dei premi Nobel. La soluzione era semplice, analogica, attuabile, sotto il naso di tutti:
- stop ai combustibili fossili,
- impiego avveduto e ben dislocato delle fonti rinnovabili
- fine del consumo di suolo, della cementificazione e della deforestazione,
- architettura “passiva e attiva”, energeticamente indipendente,
- riciclo della biomassa e uso di biocarburanti,
- drastica riduzione della richiesta energetica inessenziale.
Serviva solo la volontà di farlo. Queste azioni erano la strada maestra. Se applicate quarant’anni fa, avrebbero risparmiato al Pianeta Terra la devastante crisi attuale. Per chi le ha difese per anni oggi è triste valutare certa influente retromarcia accademica ormai inutile e soltanto cattedratica. Avrebbe dovuto mostrarsi molto tempo prima.
Questo atteggiamento di scienziati “remissivi” ha purtroppo lasciato campo libero a chi il dubbio lo fabbricava per interesse.
Le Strategie del Dubbio
Tra gli anni ’80 e i primi anni 2000, le grandi compagnie energetiche e diversi think tank (Centri studi/ laboratori di idee), hanno finanziato campagne di comunicazione avvalendosi del prestigio di singoli scienziati. La strategia non richiedeva di smentire del tutto la fisica del clima, ma di insinuare l’idea che la scienza fosse “ancora incerta”.
A livello internazionale, figure come Fred Singer e Richard Lindzen (oggi giudicati come presuntuosi imbecilli), hanno contestato la gravità dei modelli previsionali. Questo meccanismo ha offerto ai governi un’ottima “copertura” per rinviare decisioni impopolari o troppo onerose, posticipando le transizioni ecologiche di almeno un ventennio.
Il Caso Italiano: scetticismo accademico & disinformazione dai media
Anche in Italia il dibattito è stato penalizzato da interventi che hanno rallentato la presa di coscienza collettiva che, oggi frenetica, colpevolizza governi.
Le petizioni dei “dissidenti”: nel 2019, la petizione inviata alle istituzioni italiane da fisici e geologi (tra cui Antonino Zichichi e Franco Battaglia) definiva “esagerato” l’allarmismo sul riscaldamento antropico, attribuendo l’aumento delle temperature a cicli naturali della Terra.
Carlo Rubbia è stato spesso al centro di accesi dibattiti. Pur non avendo mai negato la componente umana, in diverse audizioni parlamentari negli anni 2010 ha sottolineato la complessità delle variabili naturali e la variabilità storica delle temperature. Dichiarazioni percepite come un elemento di cautela eccessiva, in una fase in cui serviva una convergenza netta.
L’effetto amplificatore: i media hanno spesso applicato la regola della “falsa equivalenza”, mettendo sullo stesso piano migliaia di studi peer–reviewed dell’IPCC e le opinioni isolate dei pochi contrari, creando nel pubblico una percezione distorta della realtà scientifica.
Difatti e brevemente, note personalità del mondo dei media e dell’attivismo che, dopo il 2000, hanno promosso lo scetticismo climatico o si sono opposti alle politiche di contrasto al riscaldamento globale sono: Tucker Carlson, Alex Jones, Rupert Murdoch e Marc Morano.
Giorgio Parisi, Nobel per la fisica nel 2021 per gli studi sui sistemi complessi alla base dei modelli fisici sul clima, sviluppati già dagli anni ‘70/’80 e poi divenuti fondamentali per i modelli climatici, è invece valutabile dal solo punto di vista temporale.
Il fulcro del dibattito riguarda la comunicazione pubblica. Se una figura del suo calibro avesse preso la parola con maggior vigore già negli anni ’90, l’impatto sull’opinione pubblica e sulla politica sarebbe stato enorme.
Oggi l’evidenza climatica ha demolito lo scetticismo accademico e l’inchiesta su quelle posizioni passate non è una resa dei conti intellettuale di modesti studiosi, nei confronti dei luminari tentennamenti, ma un chiarimento: il dubbio e l’incertezza hanno sottratto all’umanità il bene più prezioso, il tempo.

Aver contribuito a posticipare le politiche di decarbonizzazione ha favorito scelte devastanti ed effetti riconducibili ai cambiamenti climatici.
L’aumento degli eventi estremi, poiché Il ritardo nelle emissioni tendenti a zero ha reso inevitabile l’incremento di anomalie termiche, siccità, incendi, grandine e alluvioni. I costi dell’emergenza sono elevatissimi. Agire oggi costa enormemente di più rispetto a una pianificazione avviata trent’anni fa. E i risultati molto più complessi da concretizzare.
In questa estate torrida la consapevolezza serpeggia tra la gente a caccia d’un angolo di ombra, di una fontana, di una notizia confortante dalle previsioni meteo. I soliti esaltati danno la colpa al governo di turno. Qualche scienziato si risveglia. Qualcun’ altro ha tentato di farlo tempo fa.
A tal proposito è doveroso citare altre voci importanti:
- l’Accordo di Parigi sul clima adottato il 12 dicembre 2015 durante la conferenza COP21, pietra miliare internazionale, con l’obiettivo di limitare al di sotto di 2° il riscaldamento globale, rispetto ai periodi preindustriali, entrato ufficialmente in vigore il 4 novembre 2016;
- Papa Francesco ha firmato l’enciclica Laudato si’ il 24 maggio 2015 (solennità di Pentecoste). L’enciclica è stata un profondo e rivoluzionario monito morale, ma è stata in gran parte frenata dagli interessi economici ed energetici delle grandi industrie, così come tutte le iniziative atte a ridurre il riscaldamento globale.
- António Guterres ha fatto della lotta al cambiamento climatico e del rispetto degli obiettivi dell’Accordo di Parigi un pilastro centrale del suo operato fin dal suo insediamento come Segretario generale dell’ONU, avvenuto il 1° gennaio 2017;
- Ultima ora: Jeff Bezos & Leonardo DiCaprio si sono uniti per una battaglia ambientalista.
Con tutto il rispetto delle intenzioni e della levatura dei personaggi citati, i focus sull’emergenza ambientale sono in ritardo d’un ventennio almeno, e purtroppo non sono stati determinanti, superati da miliardari interessi e cecità della competizione geopolitica.
Non è la polemica che parla, ma la cronaca quotidiana di un disastro annunciato. Il 2026 è l’anno più caldo di sempre. E il prossimo? Quale premio Nobel ci salverà? Forse solo Dio lo sa.
Carlo Mariano Sartoris
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Carlo,
Voce di un profeta che gridi nel deserto …
Carlo,
Anche su questo argomento sei voce di un profeta che gridi nel deserto …
molti profeti hanno gridato dal deserto. Io giornalista ed esperto in materia sto indicando la strada da quarant’anni. La gente che sa la conosce, chi non vuole sapere è il più difficile da coinvolgere. Dunque, continuo nella mia missione e nel mio mestiere. l’importante è trovare dei discepoli che diffondano il verbo… Intanto la terra che lo sa, si secca e lentamente muore
Apprezzo molto l’articolo. Sì credo anch’io che il problema principale sia questo dogma economico della crescita infinita. A cui gli economisti non hanno saputo trovare alternative. Più che gli scienziati per me la responsabilità maggiore sul negazionismo climatico ce l’hanno politici, economisti, poteri forti e… la ggente.
Politici: per esperienza ci vuole moltissimo coraggio a proporre politiche ecologiche. Apprezzo il Green Deal europeo perché pur con errrori almeno ha dimostrato che si possono diminuire le emissioni aumentando il PIL; ma non ha messo in dubbio che il PIL deva crescere; e ormai pure il Green Deal è stato criminalizzato.
Economisti: Nel 2013 partecipai al Politecnico di To al convegno “Science & the Future” che riprendeva i messaggi del club di Roma e del’IPCC; c’erano tanti ing., fisici, e meteorologi ma gli economisti brillarono per l’assenza (pare che da loro fossero arrivate voci tipo: gas serra? gli ingegneri troveranno una soluzione!).
A me risulta che la transizione ecologica costa tantissimo, ma fare senza costerà 6 volte tanto (a chi sopravviverà).
Sì l’unica mi pare, per chi ci crede, continuare a crederci.
Da un lato è così, ma quando presentammo la tesi (182 pagine di novità) sui punti elencati nell’articolo, non è presunzione dire che potevamo salvare il mondo. Per me le colpe vanno distribuite. In questo articolo mi sono occupato dei negazionisti scientifici. Troppo comodo tirar fuori la testa dalla sabbia nel 2015 o giù di lì. Il treno delle scelte da fare era già passato. Oggi passano in tv, dicono cose importanti e io vorrei ucciderli a colpi di fichi molli! E qualcuno ancora tentenna… Non è opinione politica, è sopravvivenza! E se gli scienziati hanno inciampato Sui loro principi, sono molto, molto colpevoli. al prossimo passo Renzo, Lavoriamo insieme dove si può
Caro Carlo, ho letto e riletto l’ articolo: bravo tu e bravi i tuoi compagni di Architettura degli anni ’70 ( anni nei quali sono nate le nostre speranze, poo rivelatesi misere illusioni!) ; ma purtroppo le vostre voci , tutte quelle dei giovani che credevano in un futuro migliore, sono rimaste inascoltate.
Ora la situazione sta sempre più precipitando, ma i negazionisti non mancano neppure adesso, come anche- e credo siano la maggioranza-
i menefreghisti, i superficiali, gli stupidamente ottimisti. Loro dicono che esagerano coloro che sostengono che è necessario cambiare, diminuire drasticamente il consumo di fonti fossili, incrementare il transito ad energia pulita o almeno meno inquinante…E sono gli stessi che credono di poter fermare l’ immigrazione dal sud del mondo verso il nord, come se non si trattasse di un fenomeno di portata storica, come analoghe migrazioni avvenute in passato; sono gli stessi che hanno un atteggiamento specista, miope, incapaci come sono non solo di prevedere, ma anche di vedere la realtà del nostro tempo.
Mi pare che oggi la comunità scientifica sia abbastanza compatta nel denunciare la gravità della situazione, almeno per quanto riguarda il clima e le responsabilità antropiche ; piuttosto sono i politici, le multinazionali, i detentori del potere finanziario , ecc., sono loro che non vogliono recepire il messaggio, tutti presi solo dal desiderio di accrescere la loro immediata ed effimera ricchezza e potere e del tutto indifferenti all’eredità che si apprestano a lasciare alle nuove e future generazioni.
È vero le soluzioni si potevano effettuare tanto tempo fa e non erano co mplicate!!!
Indubbiamente una analisi che mette in evidenza come i ritardi nelle azioni, passate, presenti e (spero di no) future abbiano causato ciò che oggi stiamo vivendo. La grande assente in tutto questo panorama è la politica a tutti i livelli. Pochi sono coloro veramente impegnati nella battaglia per mantenere il livello di temperature ai livelli attuali, tornare indietro è impossibile almeno nel breve-medio periodo, e questi pochi si devono scontrare con il fenomeno del capitalismo imperante che vuole solo produrre e vendere. Arricchimento di pochi e impoverimento di tanti. E’ ora di riprendere in mano il nostro futuro.