Tra interpretazioni retroattive, simboli ambigui e paure collettive, il confine tra verità e illusione diventa sottile. E la domanda resta: possiamo davvero essere imparziali?
Ogni volta che il mondo vacilla, le profezie tornano a galla. È accaduto nel 2020 con la pandemia, accade oggi con le tensioni geopolitiche, accadrà domani per altre crisi ancora.
Nostradamus e Baba Vanga, figure lontane nel tempo e nello stile, vengono riportati al centro del discorso pubblico come se avessero lasciato mappe segrete del nostro presente.
Le loro parole — vaghe, simboliche, stratificate — diventano superfici su cui proiettiamo ciò che temiamo.
Chi erano Nostradamus e Baba Vanga
Nostradamus (1503 – 1566)
Medico, astrologo e scrittore francese, autore delle celebri Centurie, raccolte di quartine poetiche in linguaggio criptico e simbolico. Le sue visioni mescolano astrologia, storia e allegoria, e sono state interpretate nei secoli come anticipazioni di guerre, catastrofi e mutamenti politici. In realtà, le quartine non contengono date né riferimenti precisi: la loro forza sta nell’ambiguità, che permette infinite letture.
Baba Vanga (1911 – 1996)
Mistico bulgara, cieca dall’infanzia, divenne celebre nei Balcani per presunte capacità di chiaroveggenza. Non lasciò testi scritti: le sue “profezie” sono racconti orali tramandati da testimoni e giornalisti. Molte frasi le sono state attribuite post mortem, spesso adattate agli eventi contemporanei. La sua figura resta oggi un simbolo popolare di intuizione e mistero, più che di predizione verificabile.
Nel 2020 molti articoli sostenevano che Nostradamus avesse previsto una “grande peste” proveniente dall’Oriente.
Ma nessuna quartina autentica parla del Covid-19.
Le frasi circolate sui social erano ricostruzioni moderne, non citazioni.
Le Centurie contengono immagini di pestilenze, carestie, fuoco e guerre: temi universali, adattabili a qualsiasi epoca.
È il meccanismo dell’aggiornamento retroattivo (retrofitting): si prende un testo ambiguo e lo si piega a un evento già accaduto.
Per Baba Vanga la situazione è ancora più complessa:
- non esistono testi scritti da lei;
- le sue “profezie” sono racconti orali ricostruiti da terzi;
- molte frasi sono state attribuite dopo gli eventi.
L’idea che avesse previsto “un virus mortale dalla Cina” è comparsa solo dopo l’inizio della pandemia.
Quanto alle presunte epidemie future (2025, 2028, 2030…), sono interpretazioni moderne, non fonti verificabili.
Eppure, queste narrazioni continuano a circolare perché rispondono a un bisogno: dare un nome all’incertezza.

Il presente che cerca conferme
Quando leggiamo una profezia, non cerchiamo il futuro: cerchiamo noi stessi.
Cerchiamo un ordine nascosto, un filo che colleghi ciò che accade a qualcosa di più grande.
Per questo le profezie hanno peso:
non perché siano vere, ma perché risuonano.
Tra scettici e fedeli: dove sta la verità?
La verità non è un punto fisso.
È una linea mobile tra due sguardi:
- Lo scettico vede vaghezza, manipolazione, costruzioni retroattive.
- Il fedele vede coincidenze, intuizioni, simboli che parlano all’anima.
Entrambi cercano la stessa cosa:
una narrazione che renda il mondo comprensibile.
Possiamo essere imparziali?
E qui sta il cuore dell’articolo.
L’imparzialità assoluta è quasi impossibile.
Non perché manchino i dati, ma perché non stiamo parlando di fatti: stiamo parlando di paure.
L’unica forma di imparzialità possibile è riconoscere che tra verità e menzogna c’è uno spazio intermedio, umano, dove si muovono le nostre emozioni.
Le profezie non dicono il futuro.
Dicono chi siamo quando le leggiamo.
Il meccanismo del retrofitting
Adattare un testo ambiguo a un evento già accaduto.
È il motivo per cui molte “profezie avverate” vengono riconosciute solo dopo i fatti.
Cosa è autentico e cosa no
- Nessuna profezia verificabile parla del Covid-19.
- Nessuna fonte autentica annuncia epidemie imminenti nel 2026.
- Molte frasi attribuite a Baba Vanga sono nate sui social.
Oggi il mondo vive una stagione in cui le profezie trovano terreno fertile non perché anticipino il futuro, ma perché il presente è instabile.
Il Medio Oriente continua a essere un crocevia di tensioni, dove conflitti irrisolti, rivalità regionali e crisi umanitarie alimentano un clima di incertezza che si riflette ben oltre i confini dell’area.
L’Europa, dal canto suo, affronta una fase delicata: tra pressioni migratorie, transizioni energetiche, fragilità economiche e un equilibrio geopolitico che cambia rapidamente, il continente si scopre più vulnerabile di quanto immaginasse.
In questo scenario, le profezie tornano a circolare come specchi deformanti delle nostre paure.
Non descrivono ciò che accadrà, ma ciò che temiamo possa accadere.
Eppure, proprio per questo, hanno un valore: ci costringono a interrogarci su ciò che non funziona, su ciò che ci inquieta, su ciò che vorremmo diverso.
La vera domanda non è se Nostradamus o Baba Vanga avessero previsto qualcosa.
La domanda è: che cosa ci spinge, oggi, a cercare risposte nel passato invece che nel presente?
Forse perché il futuro, quello reale, non è scritto in nessuna quartina.
È scritto nelle scelte politiche, nelle responsabilità collettive, nella capacità dei popoli e dei governi di evitare che le crisi diventino voragini.
In un mondo che cambia così velocemente, l’imparzialità non è un punto d’arrivo, ma un esercizio quotidiano:
guardare i fatti senza cedere al fatalismo, riconoscere le paure senza trasformarle in destino, distinguere ciò che sappiamo da ciò che immaginiamo.
Le profezie non ci dicono dove stiamo andando.
Ci ricordano, semmai, quanto sia urgente decidere dove vogliamo andare.
Perché crediamo alle profezie? Perché offrono un ordine dove vediamo caos, una storia dove sentiamo rumore, una direzione quando il mondo sembra smarrirsi.
Forse non cerchiamo davvero il futuro. Cerchiamo un modo per respirare nel presente. E in quel respiro, tra paure e speranze, la verità non è un punto fermo: è un movimento di luce che ci attraversa.
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Le immagini sono state generate da Copilot
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