… sono esperienze di un puro stato d’essere.
In ciò che accade esiste una bellezza immensa, trascendente e pur così tangibile che non ce ne accorgiamo neppure, concentrati come siamo nel vedere solo ciò che vogliamo vedere o ci siamo abituati a considerare come “tutto” quanto è reale e importante. Per essere certi di non sfuggire alla trappola che noi stessi abbiamo forgiato come personale armatura di protezione dalla realtà, ci siamo ingegnati di usare un materiale praticamente inattaccabile da qualsiasi agente interno o esterno: la capacità di dare un nome alle cose e alle situazioni. Così facendo possiamo utilizzare ogni accadimento richiamandolo per nome, anche senza averne mai approfondito il significato e senza necessariamente conoscerne essenza e ragione d’essere.
La vita però non si lascia fuorviare dai nostri sterili tentativi di piegarla ai nostri desideri e necessità; con instancabile tranquillità e quieto operare (anche quando disastroso per la nostra risibile capacità di intendere e volere) propone e dispone secondo piani coerenti con il fine della sua stessa esistenza. Così, con una certa sottile ironia propositiva, ogni tanto ci stimola a deporre, almeno momentaneamente, la corazza e, attraverso il contatto pelle a pelle, respirare, assimilare, metabolizzare e restituire sotto forma di domande, udibili dalla coscienza, quanto trasmesso al nostro essere più profondo, nei modi più disparati, sfidandoci a rispondere senza scrupoli, sforzandoci a farlo senza paura di sembrare diversi da ciò che crediamo di essere e di rivelarci per quelli che siamo con tutte le conseguenze del caso.
Così, mentre dissipiamo il nostro potenziale nel rincorrere questo e quello, a cui abbiamo dato un nome (amore, felicità, benessere, soddisfazione etc etc) e identifichiamo con un valore riconoscibile, riconosciuto e condiviso, la vita imperterrita dispensa tutto senza pretendere niente.
Che nome diamo all’istante in cui,
incrociando fugacemente lo sguardo di un altro,
l’intero essere ne viene ribaltato e trasformato
senza che lo si possa impedire?
Che nome diamo al senso della presenza
onnipervasiva e appagante
dell’altro da noi
che nella visione della nostra mente
è intento alle sue insignificanti o sublimi occupazioni?
Che nome diamo alla nota di fondo
che sostiene ogni nostro respiro
lasciandoci liberi di fare quello
che siamo costretti a fare stupidamente
per ignoranza o convinzione?
Che nome diamo alla possibilità
di risvegliarci ogni mattina
ancora capaci di entrare nuovamente in contatto con la coscienza,
qualunque sia il senso che le diamo?
Che nome diamo a quei momenti in cui non ricordiamo nulla
ma siamo ancora “coscienti” di respirare?
Che nome diamo a tutto quello
che non sappiano neppure che esiste
e grazie al quale ha preso forma funzionale lo strumento che noi siamo?
Che nome diamo al fatto,
pur opinabile,
che ognuno di noi è solo una apparente e transitoria evidenza
di ciò che è presente in ogni altro essere
in un’altra apparente e transitoria evidenza?
Che nome diamo a tutto ciò che accade in tutti gli istanti
in cui non accade niente di ciò a cui abbiamo dato un nome?
Sono solo domande. Poche. Possono ricevere risposta oppure semplicemente restare in attesa di risposta. Sono solo elucubrazioni mentali oppure esigenze essenziali. Sono solo un modo per complicarci la vita oppure rendercene partecipi. Sono solo un modo di ridurre la pressione esercitata dal nostro essere in cerca del modo di esprimersi oppure un modo per nascondersi ancora meglio nella più profonda oscurità dell’essere. Ma sono comunque un tentativo di non cedere alla omologazione condivisa di una semplificazione basata sulla mancanza degli sforzi necessari per comprendere il senso di ciò a cui abbiamo dato un nome, perdendone via via il senso originario ogniqualvolta lo richiamiamo senza la dovuta attenzione e responsabilità.
Uno sforzo a partire da quanto contenuto in questo articolo, negli articoli di questo giornale, nelle relazioni con le persone attorno a noi, nelle interazioni con l’ambiente che ci circonda e del quale e nel quale viviamo, alle informazioni che riceviamo, ascoltiamo, rilanciamo, ai pensieri, sensazioni e sentimenti che produciamo e esprimiamo, a tutto ciò che costituisce riferimento di valori certi, di schieramento di parte basato sul giudizio.
Uno sforzo e un esercizio di “reale libertà” che, anche se limitata ed ancora imperfetta, è tuttavia possibile a chiunque e che nessun potere è in grado di impedire per quanto lo voglia. Un modo per riconquistare un minimo di quella dignità umana che abbiamo barattato per acquisire il “diritto” di esistere senza il “dovere” di ripagarlo, in modo coerente, con il nostro operare.
Un modo, se non l’unico, per arrivare alla fine dei nostri giorni e doverci porre quale ultima domanda: che cosa ne ho fatto del tempo che avevo a disposizione? E non sentirci arrivare, questa volta irrevocabilmente, una risposta, che lascio a voi intendere quale.
grafica e testo
pietro cartella
NdR: con questo inizia una serie di articoli in cui gli accadimenti quotidiani saranno riportati ai lettori in modo multisfaccettato e da varie prospettive, nel tentativo e speranza, mai sopiti, che serva a qualcosa, anche se non so a cosa e che nome potrà avere o esserle affibbiato.
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