Pensieri ed emozioni…
Oh mar che di Nettun canti ‘l dolore,
irato del Ciclope triste fine
trasmetti con la forza del furore,
dell’onde il candor di bianco crine.
Mi domando da sempre da dove nasca quel vellutato benessere che mi allieta la mente ogni volta che entro nel mare agitato.
La sensazione si rinnova immancabilmente, quando le onde sembrano venirmi incontro e guardarmi, quasi volessero invitarmi al loro matrimonio.
Onde alte si sollevano e ricadono rumorosamente sul fondale sabbioso, tra schiume candide e frustoli d’alghe. Avanzano, si infrangono, vengono risucchiate e poi rimescolate con forza, in un continuo scambio di ruoli governato da un’irregolare precisione.
Le nuvole, sospinte dal Libeccio, corrono basse e rendono scuro persino il mare.
Lo spettacolo di una mareggiata è imperdibile. Non accade spesso e talvolta può essere devastante per ciò che gli uomini hanno costruito troppo vicino alla riva. Eppure, proprio allora, il mare sembra volerci ricordare qualcosa che tendiamo a dimenticare: che può tutto.
La sua volontà sovrasta quella degli uomini. Sfugge ai tentativi di imbrigliarlo, contenerlo, costringerlo entro confini artificiali. Quando vuole, sprigiona un’energia inattesa, immensa, sconvolgente, davanti alla quale ogni nostra pretesa di dominio appare improvvisamente fragile.
Sulla spiaggia restano piccoli frammenti di conchiglie, ciuffi di Posidonia strappati al fondale, pezzi di legno arenati al termine di un viaggio misterioso. Chissà da dove vengono, quali correnti li hanno trasportati, quali coste hanno sfiorato prima di fermarsi lì.
Poi arriva un’altra onda.
E cancella tutto.
Cancella anche le nostre impronte, quasi a rivendicare l’assoluto dominio del litorale e a ricordarci che sulla riva siamo soltanto ospiti di passaggio.
Forse è proprio per questo che il mare ci affascina tanto: riflette il nostro stato d’animo, ci fa da specchio e, nello stesso tempo, da maestro.
Calmo, agitato, tempestoso: sono parole che appartengono al mare, ma anche a noi.
Ci riconosciamo nella quiete di una superficie piatta, tesa dalla Tramontana, così come nel furore di una tempesta sollevata dal Maestrale o dal Libeccio. Nel suo incessante mutare ritroviamo qualcosa della nostra stessa natura: la serenità e l’inquietudine, la dolcezza e la collera, il silenzio e il tumulto.
Forse è questo il segreto di quel vellutato benessere che provo entrando nel mare agitato.
Per qualche istante non sono più soltanto un uomo che osserva le onde.
Sono dentro il loro movimento.
E il mare, meglio di mille poeti, mi racconta nello stesso istante la profondità della pace e la terribile bellezza dell’ira.

Una visione in similitudine col destino impotente dell’uomo, di fronte alle grandezze cosmiche:
L’uomo osserva, si compiace, pretende d’imbrigliare e domare tutto, si autodetermina maestro e dominatore della natura, ma al tempo stesso non presagisce la vendetta della natura, la quale richiama l’uomo a seguire l’ordine universale, lo stesso equilibrio interiore, al quale rifugge spesso l’essere umano, generando la desertificazione di se’ stesso……
Grazie… il vero problema dell’uomo è che si sente onnipotente come un dio e non è più in grado di sviluppare l’empatia nei confronti della Natura 🥰🥰🥰
Proprio così!!!
Hai descritto perfettamente quello che provo quando guardo o penso al mare. Purtroppo non ho il coraggio di entrare quando c’è una mareggiata
È vero Gian assolutamente!!
Bravo Gian hai descritto perfettamente la natura del nostro amato mare. Per me non finirà mai la sensazione di pace e serenità che provoca in me da sempre.
Grazie Ingrid il mare è il nostro più grande tesoro