Profili giuridici, sociali e spirituali
A chi scrive, a chi mette ‘nero su bianco’ certe riflessioni, non sarà sfuggito, leggendone, che un argomento attualmente molto trattato e discusso è quello che riguarda il vivere e il morire oggi nella società ultra progressista occidentale. Del vivere non ci sarebbe apparentemente molto da dire, basterebbe semplicisticamente rammentare che vivere altro non è che esperire se stessi nella propria natura materiale e spirituale in un incessante movimento di istanti presenti, che si concretizzano in tempi passati e in tempi futuri. Il morire è argomento più difficile da affrontare. Al di fuori del contesto religioso, nell’ambito del quale tutte le risposte sono già preconfezionate ed esibite giusto anche per evitare agli individui la fatica di pensare, parlare della morte, intesa come fine dell’esistenza del corpo fisico, induce istantaneamente al silenzio, inibisce e intimorisce anche gli animi impavidi.
La morte è tabù, un argomento sul quale quasi nessuno si sente di esprimere un proprio pensiero e sentire, sebbene tutti, prima o poi sappiano di avere con essa l’appuntamento più importante, che non si può rinviare a piacimento e neanche disdire. Ancora più osteggiata risulta oggi nell’era della scienza tecnica che ci illude da una parte di diventare immortali e dall’altra cerca di eliminare quante più vite può con la stessa tecnologia, per motivi meramente lodevoli quali quelli professati da psicopatici come Bill Gates, Y.N. Harari, Elon Musk, tutti eredi del perfido Thomas Malthus, pastore anglicano ed economista che per primo dichiarò nel 1800 la necessità di limitare la popolazione mondiale; quella povera naturalmente.
Ma attualmente, proprio a causa della nostra immaturità mentale/emotiva sull’argomento corriamo il rischio di subire passivamente un indottrinamento di sistema sul nuovo senso del vivere e del morire che vengono trattati e sdoganati con estrema faciloneria dalla corrente di pensiero progressista neoliberista, portatrice della nuova frontiera del progresso umano. Sembra che vogliano farci credere, modificando la nostra percezione della realtà, che vivere non è fondamentale e che la morte è bella e dolce e risolve tutti i problemi.
Ma esiste un diritto alla vita! È un diritto universale, riconosciuto ad ogni essere umano ad esistere e a salvaguardare la propria esistenza e la propria integrità fisica e psichica.
Nella Costituzione italiana implicitamente all’art. 2 si ‘riconosce e garantisce’ insieme ad altri il diritto alla vita come uno dei diritti fondamentali: inviolabili e indisponibili, dove per diritto indisponibile s’intende quel diritto che il titolare non può trasferire ad altri, né può rinunciarlo. Il diritto alla vita è il fondamentale dei fondamentali, senza l’attuazione di esso non potrebbero essere esercitati gli altri diritti, tra i quali il diritto alla libertà, alla dignità umana e alla salute di cui all’art. 32 Costituzione.
Secondo le scienze biologiche il diritto alla vita nasce nel momento del concepimento con la nascita dello zigote dal quale si formerà l’embrione. Nel Diritto invece, pur riconoscendo al concepito (embrione-feto) potenzialmente i diritti alla vita, alla salute, al nome, all’eredità etc., la reale acquisizione degli stessi si avrà solo con l’avvenuta nascita dell’individuo e l’acquisizione legale della capacità giuridica. Quindi si, il feto avrebbe in nuce il diritto a nascere, a nascere in buona salute e a vivere. Ma tale suo diritto è subordinato al diritto all’autodeterminazione della madre. Se la donna non può tenerlo, per qualsivoglia motivo, il feto potrà essere legalmente abortito.
L’istituto dell’aborto volontario si è evoluto velocemente nell’arco dell’ultimo cinquantennio. Dall’aborto terapeutico si è approdati all’aborto volontario entro i primi 90 giorni (Italia), all’aborto delle donne sia maggiorenni che minorenni con la pillola del giorno dopo, spacciata come forma di contraccezione, e venduta come prodotto da banco senza necessità di ricetta medica, per arrivare ai giorni nostri in certi civilissimi paesi occidentali come l’Inghilterra, l’Olanda e diversi Stati americani dove si consente l’aborto tardivo dalla ventiduesima settimana fino all’epoca del parto e anche successivamente al parto.
In ossequio al diritto all’autodeterminazione della donna il bambino può essere soppresso anche immediatamente dopo la nascita, con buona pace dei codici penali che prevedono il delitto di infanticidio. Ma grazie alla scienza nulla va perduto, tutto vive in qualche misura. Dagli organi del feto o bambino abortito alle sue cellule staminali, tutto viene vivisezionato e usato dalle aziende filantropiche che investono in farmaci e trapianti di organi.
Si potrebbe affermare che sebbene in via più formale che sostanziale, in Occidente il diritto alla vita è riconosciuto dalle Costituzioni e dai Trattati internazionali. Ma nella realtà effettuale questo diritto viene sempre più spesso disatteso e subordinato alla precipua realizzazione di altri diritti soggettivi o collettivi non fondamentali, che disattendono i valori morali ed etici appartenenti alle cosiddette civiltà delle democrazie liberali.
E del resto, se per i transumanisti l’essere umano potrà essere sostituito con le macchine e l’AI, perché non ne dovrebbe essere consentita la sua soppressione attraverso vari strumenti?
E se il diritto alla vita non ha attualmente vita semplice, chi e cosa occupa il suo spazio nella corrente del divenire? Il suo opposto naturalmente, colei con la quale si rincorre nel gioco dell’esistenza: la morte. Potremmo allora affermare che anche il diritto alla morte è un vero diritto degno di ricevere tutela giuridica?
In Italia il ghiaccio è stato rotto dalla sentenza della Corte Costituzionale 242/2019 con la quale si è in parte depenalizzato il reato di procurato aiuto al suicidio di malato irreversibile ancora in grado di dare cosciente consenso al proprio suicidio. La Corte ha altresì invitato il Parlamento a legiferare sulla predetta materia pena il proprio ulteriore e più incisivo intervento futuro. I poteri dello Stato (legislativo, esecutivo e giurisdizionale) si scavalcano ed entrano a gamba tesa nelle materie di competenza l’uno dell’altro, creando conflitti di attribuzione di poteri impunemente subiti dai cittadini.
In particolare in Italia assistiamo da anni all’intromissione del potere giurisdizionale nel potere legislativo di competenza del Parlamento. Le leggi e gli atti ad esse equiparabili vengono assunte attraverso sentenze dalla Corte Costituzionale – sul fronte della legittimità – e dalla Corte di Cassazione – sul fronte del merito -. Dai Tribunali alle Corti, oggi comandano i giudici!
A febbraio 2025 la regione Toscana ha legiferato sul suicidio assistito, invadendo la sfera di competenza e attribuzione di potere nazionale sulla materia, sulla quale può legiferare solo il Parlamento, mentre le regioni hanno solo competenza amministrativa attuativa. Ma tant’è! Nessuno s’indigna più per niente, né i politici, né i cittadini.
Nel frattempo in Senato si inizierà la discussione del progetto di legge Bazoli sul fine vita proprio il 3 giugno prossimo, mentre gli italiani che hanno hanno fatto ricorso al suicidio assistito grazie alle normative regionali sono salite a 16 (Ass. L. Coscioni).
A prescindere dalla legislazione e legittimazione urge dare risposta alla domanda se anche la morte potrà assurgere ad essere riconosciuta e considerata un diritto soggettivo dell’individuo. È lecito porsi tale domanda proprio in questi anni in cui un po’ ovunque in Occidente, e in diversa misura, l’idea di procurare la morte legale viene enfaticamente promossa da certe organizzazioni filantropiche – autodefinitesi fari di civiltà – attraverso il suicidio assistito e l’eutanasia, osannati come strumenti di libertà all’autodeterminazione dell’individuo. Per avallare tale tesi e renderla moralmente/eticamente accettabile dalla società, sostengono che solo in tal modo si può tutelare il diritto a mantenere una ‘vita’ dignitosa.
Insomma, con la ‘dolce morte’ termine estrapolato dal greco euthanasia che letteralmente significa buona morte o morte facile si vuole evitare il dolore al paziente dando quasi una mistica percezione di un passaggio sereno e confortevole nell’altra dimensione. Personalmente mi sforzo di comprendere in che modo la morte, archetipo della Vita, tappa dell’evoluzione umana, possa banalmente essere etichettata come dolce o amara. È come se si dovesse definire Dio buono o cattivo. E perché poi privare l’essere umano del coraggio, del potere, della forza e della responsabilità di viversi così come naturalmente è sempre accaduto?
Profondo affetto e comprensione per coloro che a seguito della sofferenza optano per questa scelta, anche se i molti contrari alla ‘dolce morte’ denunciano tali scelte come determinate più dal senso di abbandono affettivo e medico in cui versano tali malati che dal profondo convincimento che ‘farla finita’ è la migliore soluzione per loro. Pochi dei sostenitori della ‘dolce morte’ si indignano leggendo i numeri dell’assistenza sanitaria: il 75% dei malati aventi diritto non riescono ad usufruire delle cure palliative. La scelta della morte procurata può diventare l’unica scelta possibile per tali malati, altro che diritto all’autodeterminazione.
Forse che queste persone non perdono il senso della dignità e della qualità della loro esistenza per come vengono rifiutati dal sistema e dalla società stessa per i quali diventano un fardello economico ed emotivo? Che forse se questo sistema e società fossero più inclusive non degli arcobaleno ma dei malati, degli ultimi, degli indigenti, degli anziani non riusciremmo ad affrontare con buon senso e saggezza i temi della vita e della morte senza farne delle bandiere ideologiche da sventolare irresponsabilmente per garantire l’evolversi del progetto di depopolamento? Che forse aprire un varco al riconoscimento di un diritto usato e poi abusato potrebbe farlo diventare un dovere, un obbligo legale, come accade in altri Stati dove si procede all’eutanasia anche per la malattia della depressione, ridefinita come malattia incurabile? – giusto per farla rientrare nel novero delle patologie per le quali è praticabile l’eutanasia -.
La Vita è il più misterioso fenomeno del movimento dell’Energia Universale, il più sacro e inviolabile. L’esistenza in vita è la manifestazione di tale eterno movimento, il bene più prezioso che possa esistere, un dono senza uguali che andrebbe maggiormente dignificato. Ma l’essere umano poco si rende conto d’aver ricevuto gratuitamente questo bene e lo usa senza discernimento, lo abusa irrispettosamente, rischiando di tornare nel non Manifesto privo dell’esperienza che gli è stato richiesto d’acquisire.
‘Che Dio ci aiuti!’ direbbe qualcuno…
Che ci si possa affrancare dall’ignoranza che ci ottunde, dico io.

Bellissimi gli ultimi due capoversi, soprattutto l’ultimo!
Grazie Giovanni