Il III convegno di criminologia di Torino ha fatto il tutto esaurito
Articolo di Katia Bernacci, fotografie di Marino Olivieri Ph
Sabato 7 marzo si è tenuto il III Convegno di criminologia della casa editrice e centro studi Yume, un appuntamento che ogni anno affronta un tema diverso e quest’anno era incentrato sulla follia. Il pubblico ha dimostrato di apprezzare gli interventi dei relatori, scelti tra gli esperti del settore e l’approccio della Yume, che propone tematiche verticali ma che vengono affrontate attraverso la ricchezza degli argomenti e l’esperienza dei relatori.

Toccante il momento in cui si è parlato di Laura Fezia, scrittrice che ha scritto il libro “Torino 1921, un delitto (quasi) perfetto”, sul caso Cogo, un efferato omicidio avvenuto ad inizio ‘900, del quale ha parlato l’avvocato Mario Fezia, ricordando la sorella, e spiegando come mai questo crimine ha un legame profondo con la famiglia.

L’antropologo Massimo Centini ha affrontato la mostruosità criminale, parlando di Cesare Lombroso e della fisiognomica, una disciplina oggi considerata pseudoscientifica, basata sull’idea che il carattere e le inclinazioni morali di una persona possano essere dedotti dai tratti del volto e dalla conformazione del corpo. Nel XIX secolo questa visione trovò nuova forza nelle teorie di Cesare Lombroso, che cercò di applicarla allo studio della criminalità e della follia.

È stata poi la volta del criminologo e storico dell’arte Andrea Pellegrino, che ha raccontato la gustosa vicenda di Nelly Bly, la prima giornalista investigativa. Nellie Bly, nata Elizabeth Jane Cochran nel 1864, decise di indagare sulle condizioni dei manicomi femminili di New York: si finse folle, venne internata a Blackwell’s Island e per dieci giorni visse tra violenze, incuria, fame e freddo. Il suo reportage, Ten Days in a Mad-House, scosse l’opinione pubblica e costrinse le istituzioni a riformare il sistema, mostrando che il giornalismo poteva essere un’arma di giustizia sociale.

Il professor Alfredo Verde, noto criminologo, psicologo e professore ordinario dell’Università di Genova, ha affrontato il legame tra crimine e letteratura, argomento che fa parte delle sue ricerche per comprendere come il crimine viene raccontato. Tra gli esempi, Teresa Raquin di Zola, dove viene raccontato un omicidio che nasce dalla claustrofobia dell’ambiente: Teresa, cresciuta in una famiglia oppressiva, e Laurent, impulsivo e frustrato, uccidono Camille per liberarsi. Ma il delitto non li libera affatto, la colpa li assedia, il fantasma della vittima diventa una presenza ossessiva, la loro relazione si trasforma in paura e repulsione. Senza tribunali né polizia, sono puniti dall’interno, dal loro stesso crollo psicologico.

E ancora Fabrizio Russo, psicologo clinico, psicoterapeuta, criminologo e psicopatologo forense che ha affrontato il criminal profiling e la psicopatologia. Il criminal profiling cerca di ricostruire le caratteristiche psicologiche, comportamentali e relazionali di un autore di reato partendo dalle tracce lasciate sul luogo del crimine e dalla modalità dell’azione. La psicopatologia, invece, studia i disturbi mentali, le alterazioni del pensiero, dell’affettività e del comportamento. Quando i due ambiti si incontrano, subentra una lettura del crimine attraverso la logica interna dell’autore: come pensa, come percepisce la vittima, come organizza l’azione, quali bisogni o distorsioni guidano il gesto. La psicopatologia aiuta a distinguere tra crimini motivati da disturbi psichici (deliri, impulsività patologica, dissociazione) e crimini guidati da dinamiche di personalità, come narcisismo, manipolazione, freddezza emotiva. Il profiling, quindi, non “indovina” chi è il colpevole, ma interpreta il comportamento criminale alla luce della mente che lo ha prodotto, integrando elementi clinici, relazionali e situazionali.

E infine la sottoscritta, con una relazione sulla follia e la mente stregata. Quali e quanti sono stati i casi in cui le manifestazioni di follia e di alterità hanno lasciato un segno profondo nella storia, anche nell’ambito dell’eresia, della stregoneria, della possessione? Spesso il diverso è diventato capro espiatorio di disagi sociali e tensioni di vario genere, ne possiamo anche leggere vari esiti nelle opere d’arte, e persino nei libri del passato.

Insomma, l’appuntamento con il crimine della Yume sembra essere diventato un appuntamento atteso e partecipato, ma perché questo amore per il crimine? Secondo i relatori, non nasce dal desiderio di commetterlo, ma dal bisogno umano di capire ciò che ci spaventa e ci affascina. Il crimine mette in scena i limiti dell’umano, la trasgressione, la paura, il conflitto morale. È una storia, con un enigma, un movente, un prima e un dopo, e la nostra mente è naturalmente attratta dai racconti che cercano un senso. Inoltre, guardare il crimine da fuori permette di esplorare emozioni forti in modo sicuro, come una catarsi. Allo stesso tempo, il criminale diventa uno specchio delle nostre paure collettive: ciò che la società teme, rimuove o giudica, e apre una finestra sulla mente “al limite”, sulle motivazioni, sulle distorsioni, sulle identità che si costruiscono e si sgretolano. Per questo il crimine affascina, perché parla di noi, dei nostri confini e delle nostre ombre.
La Yume organizza eventi e occasioni di approfondimento durante tutto l’anno, il prossimo 9 maggio si terrà, sempre a Torino, il Convegno sulla stregoneria, e anche in questo caso si andranno ad analizzare alcuni dei crimini della storia più incomprensibili. Maggiori informazioni sul sito www.yumebook.it
