Maria Grazia Amoruso
«L’interpretazione è una forma di equilibrio: non è mera riproduzione né esibizione personale, ma un dialogo vivo tra la volontà dell’autore e la sensibilità dell’interprete»
Nel XIX secolo, il saggista e critico letterario inglese Walter Horatio Pater, uno dei fondatori del Movimento estetico, nei Saggi sulla storia del Rinascimento scrisse: «Ogni arte aspira costantemente alla condizione della musica.»
Il coevo Lev Tolstòj ne La sonata a Kreutzer sostiene: «Dicono che la musica abbia per effetto di elevare l’anima… sciocchezze! Non è vero. Agisce tremendamente […], ma niente affatto nel senso di elevare l’anima: non la eleva né l’abbassa: l’esaspera.»
Johann Sebastian Bach – anche grandissimo organista – nelle istruzioni agli allievi sul modo di suonare il continuo dichiara: «Si dovrebbe produrre un’armonia eufonica per la gloria di Dio e per il possibile diletto della mente; e come per tutta la musica, il suo “finis”e la sua causa finale non dovrebbe essere altro che la gloria di Dio e la ricreazione della mente. Se non si bada a questo in verità non c’è musica, ma soltanto grida e strepito.»
Abbiamo deciso di porre alcune domande a Maria Grazia Amoruso, organista e pianista, con un repertorio che spazia da Frescobaldi e Bach a Dallapiccola e Castiglioni.
Maria Grazia, in una nostra precedente conversazione, parlavi della musica come mezzo magico per donare emozioni. Oggi, dopo anni di concerti, festival, nuovi incontri artistici, che cosa rappresenta per te la musica?
Oggi sento la musica come una responsabilità ancora più grande: non è soltanto un linguaggio espressivo, ma una forma di conoscenza, un modo per interrogare il mondo e restituirne un’immagine più autentica. La musica ha la capacità di attraversare epoche, culture, sensibilità diverse, creando un territorio comune in cui l’ascolto diventa incontro, comprensione, memoria. Per me è diventata il luogo in cui la fragilità si trasforma in forza, in cui la vita interiore trova forma, respiro e ritmo. È uno spazio in cui si possono ricomporre emozioni, ricordi, intuizioni, restituendoli al pubblico non come qualcosa di privato, ma come un’esperienza universale.
Ogni volta che salgo sul palco mi ricordo che il compito dell’interprete è uno soltanto: entrare nel cuore della musica, coglierne la verità segreta e offrirla nella sua luce più limpida, senza forzature, senza eccessi, ma con quella fedeltà profonda che nasce dalla conoscenza e dall’amore per l’arte.

Sei una pianista e organista con una formazione profondissima. Con quali occhi guardi oggi ai tuoi studi passati, ai tuoi maestri e a ciò che ti hanno trasmesso?
Li guardo con gratitudine e con una consapevolezza nuova: allora imparavo la tecnica, oggi riconosco la vita che c’era dietro quella tecnica, l’eredità umana e artistica che ogni Maestro, in modo diverso, mi ha lasciato. Con il tempo ho capito che lo studio non era solamente un percorso musicale, ma una vera scuola di carattere, di pensiero, di profondità.
Gli insegnamenti di Lazar Berman, con la sua visione monumentale del pianismo russo, mi hanno trasmesso la responsabilità del suono, la necessità di un gesto sempre pensato e sorvegliato. Da Jan Marisse Huizing ho imparato la chiarezza analitica, la precisione stilistica, quel rispetto assoluto per l’architettura della partitura che rimane un punto fermo del mio metodo.
Le lezioni alla scuola di Tatiana Nikolajeva e alla tradizione di Heinrich Neuhaus mi hanno introdotto a un mondo in cui l’interpretazione nasceva da una sintesi raffinata tra riflessione intellettuale e sensibilità poetica: una disciplina dell’anima prima ancora che delle mani.
E poi, sopra tutti, Giorgio Questa. I suoi insegnamenti non erano soltanto musicali: erano lezioni di rigore, di dedizione assoluta, di fedeltà alla partitura e allo spirito dell’autore, ma anche un invito a guardare oltre il testo scritto, a cercare l’essenza della musica nel respiro, nel silenzio, nel gesto. Con lui ho imparato a “respirare” la musica, a sentirne la poesia più profonda, a riconoscerne la dimensione umana e spirituale. È grazie al Maestro Questa se oggi riesco a dialogare con l’organo come con un essere vivente, capace di rispondere, di vibrare, di raccontare.
Tutti questi Maestri, così diversi tra loro, hanno formato un patrimonio unico: un mosaico di scuole, pensieri, estetiche che si è trasformato negli anni nella mia voce artistica.

L’organo di Giorgio Questa, che hai ereditato, è diventato parte della tua identità artistica. Che cosa significa per te portarlo in concerto, montarlo, smontarlo, viaggiare con lui?
È come viaggiare con un compagno di vita. Ogni volta che apro le casse e vedo le 491 canne, torna immediatamente la presenza del Maestro: la sua voce, il suo gesto, la sua idea di musica così profondamente radicata nella materia, nel legno, nel suono. È uno strumento che chiede cura, tempo, ascolto: nulla è immediato, nulla è “automatico” perché ogni dettaglio – dalla meccanica alla pressione dell’aria – dipende da una sensibilità artigianale che oggi s’incontra di rado.
Montarlo e accordarlo è un lavoro complesso, talvolta faticoso: richiede attenzione millimetrica, pazienza, concentrazione fisica e mentale. Ogni canna deve trovare il suo equilibrio, ogni registro la sua posizione perfetta; il luogo in cui si suona – l’umidità, la temperatura, l’acustica – cambia continuamente e lo strumento deve adattarsi. Non è soltanto un’operazione tecnica: è un dialogo con la materia viva dello strumento, che ogni volta presenta una sfida diversa.
Quando poi l’organo risuona in una chiesa o in un teatro, accade qualcosa che supera la somma del lavoro compiuto: quella voce antica, fatta di legno e di respiro, non si limita a riempire lo spazio, ma lo trasforma, lo plasma, lo rende parte integrante della musica. È un momento unico, in cui la fatica, la precisione e l’impegno si ricompongono in un’armonia che appartiene a tutti: a chi suona, a chi ascolta e allo strumento stesso.
Portarlo in concerto significa quindi custodirne la storia, affrontarne le difficoltà e vivere ogni volta la sorpresa di un suono che non è mai identico a se stesso.
Il tuo repertorio spazia da Frescobaldi a Bach, fino ai contemporanei. Che cosa cerchi quando scegli un autore?
Cerco una verità. Ogni autore custodisce una sorgente diversa, una fiamma che arde in un punto preciso della sua musica: la purezza architettonica e quasi teologica di Bach, la libertà emotiva e imprevedibile di Frescobaldi, la trasparenza cameristica di Fauré, la poesia sospesa e scintillante di Debussy. Potrei continuare: ogni compositore è un universo, con regole, slanci e fragilità proprie.
Quando affronto una nuova partitura, il mio primo gesto non è “suonare”, ma ascoltare ciò che il testo suggerisce, ciò che l’autore non ha scritto ma ha lasciato intuire negli spazi, nelle indicazioni, nei silenzi. Studiare una pagina musicale significa immergersi nel suo contesto storico e culturale: comprendere l’epoca, il linguaggio, le estetiche dominanti, le tensioni dell’autore, persino ciò che accadeva nel mondo mentre quella musica nasceva. Soltanto questo percorso permette di avvicinarsi a quella “verità”, a quella sostanza che ogni compositore ha consegnato al tempo.
Il mio compito è far emergere quella fiamma nascosta senza sovraccaricare il testo, ma nemmeno annullando la mia voce interiore. L’interpretazione è una forma di equilibrio: non è mera riproduzione né esibizione personale, ma un dialogo vivo tra la volontà dell’autore e la sensibilità dell’interprete.
Ogni concerto diventa così un atto di ricerca, quasi una rilettura critica della partitura: un incontro che si rinnova ogni volta, perché noi cambiamo, gli ascoltatori cambiano, la vita cambia. Proprio in questo continuo rinascere, in questa tensione tra fedeltà e libertà, tra conoscenza e intuizione, risiede la parte più affascinante del mio lavoro.
Nel 2006 hai fondato il Festival Internazionale di Musica Isola di Capraia, oggi un’importante realtà. Com’è cambiato questo progetto dopo quasi vent’anni?
Negli anni il Festival è cresciuto fino a essere considerato uno dei più interessanti e importanti festival estivi del panorama italiano. La programmazione del 2025 s’inseriva in una linea culturale già consolidata e molto apprezzata dal pubblico delle ultime edizioni, riassumibile in alcuni punti fondamentali: un repertorio classico di altissimo livello, affiancato da pagine più leggere del Novecento musicale, dal jazz alla musica popolare; una costante attenzione al concertismo giovane, con artisti che si sono distinti nei principali concorsi internazionali; la presenza di affermati maestri, alcuni dei quali offrono anche preziose giornate di masterclass; una particolare cura per la musica del nostro tempo, sia attraverso figure già storicizzate sia sostenendo compositori emergenti che spesso scelgono proprio il Festival per presentare in prima esecuzione le loro opere. Questa visione artistica, strutturata e coerente, è stata riconosciuta anche dal FUS [n.d.r. Fondo Unico per lo Spettacolo], che ha confermato il valore culturale del Festival come realtà significativa nel panorama nazionale.

In tempi in cui tutto sembra immediato e digitale, come si coltiva ancora la profondità dell’ascolto?
Si coltiva con il coraggio del silenzio. Viviamo in un mondo che ha paura di fermarsi, ma la musica autentica vive proprio lì: in quel momento sospeso prima del suono, e in quello subito dopo, quando l’armonia continua a vibrare nell’aria e nell’animo. Per me, insegnare l’ascolto è parte integrante dell’essere musicista.
Dopo tante esperienze diverse, preferisci suonare da sola o in ensemble?
Ci sono momenti della vita artistica che chiedono la solitudine creativa e momenti in cui nasce il desiderio profondo di condividere la musica con altri interpreti.
La musica da camera, in particolare, occupa un posto speciale nel mio cuore: è un territorio di ascolto reciproco, di dialogo continuo, di equilibri sottili. Richiede la capacità di cedere e di accogliere, di trovare un respiro comune, ed è per questo un esercizio prezioso di umiltà, di sensibilità e di umanità. Suonare con altri musicisti significa costruire insieme una visione, respirare la stessa frase, lasciarsi sorprendere dall’altro: è un’esperienza sempre nuova e profondamente arricchente.
D’altra parte, il recital solistico è un viaggio interiore necessario: è lì che l’interprete si misura con se stesso, con il proprio pensiero musicale, con il silenzio della sala e con la concentrazione assoluta richiesta dalla pagina. È un percorso talvolta impegnativo ma essenziale per ritrovare la propria voce.
Poi c’è l’emozione unica del concerto con orchestra. Quel dialogo tra il solista e la grande macchina orchestrale crea un’energia irripetibile: è una forma di confronto, di tensione e di unità che mette in gioco un’altra dimensione dell’interpretazione. Amo moltissimo questa esperienza, perché amplifica la forza del discorso musicale e permette di scolpire il suono in un contesto più ampio, più drammatico, più teatrale.
In ognuna di queste forme ritrovo una parte diversa di me. Per questo non scelgo. Vivo tutte queste dimensioni come tre strade complementari che conducono allo stesso luogo: l’esistenza della musica.

Da pianista di lunga esperienza, che cosa ti lega ancora oggi al pianoforte?
Il pianoforte è casa. È il luogo dove tutto è iniziato, il primo spazio in cui ho imparato a dare un suono ai miei pensieri, a trasformare l’emozione in gesto. Anche dopo lunghi periodi dedicati all’organo, torno sempre a lui: è un ritorno naturale, quasi istintivo, come si torna a ciò che ci riconosce senza bisogno di parole. È uno strumento vivo, che si rinnova ogni giorno: cambia con me, con il mio stato d’animo, con il mio modo di ascoltare. Ci sono giornate in cui il pianoforte diventa un confidente silenzioso, altre in cui è un compagno di viaggio, altre ancora in cui mi sfida a superare un limite o a scoprire un colore nuovo. In questo senso è un maestro inesauribile: non smette mai di chiedere sincerità, precisione, libertà.
Forse è proprio questa sua capacità di riflettere la vita – le sue luci, le sue fragilità, le sue trasformazioni – a renderlo per me insostituibile. È il mio strumento, il mio primo amore, e rimane il luogo più vero della mia identità musicale. Nel pianoforte ritrovo sempre ciò che sono stata e ciò che desidero diventare.
Se potessi parlare agli studenti delle scuole musicali di oggi, quale messaggio daresti?
Direi loro di non cercare scorciatoie. La musica richiede tempo, dedizione e una costanza che all’inizio può sembrare impegnativa, ma è proprio in questo percorso che si forma il carattere: la tenacia di provare ancora, la disciplina quotidiana, la capacità di affrontare le difficoltà con pazienza e lucidità.
Studiare musica fa bene, nel senso pieno del termine: educa all’ascolto, all’equilibrio interiore, alla sensibilità verso gli altri. In cambio offre una ricchezza che rimane per tutta la vita: la possibilità di dare forma alle proprie emozioni e di guardare il mondo con uno sguardo più limpido e consapevole. Soprattutto direi che non esiste vera bravura senza ascolto: di sé, dell’altro e di quella voce profonda che ogni musica porta con sé.

Qual è il sogno artistico che ancora desideri realizzare?
Continuare a far vivere l’eredità di Giorgio Questa, portando il suo organo in luoghi nuovi, magari anche dove la musica non arriva spesso. Parallelamente, sento la necessità di costruire – anno dopo anno – uno spazio in cui giovani e grandi artisti possano incontrarsi davvero sia per suonare insieme sia per condividere un’idea di musica che sia umana, autentica, necessaria. In questo senso, il Festival di Capraia rappresenta un capitolo fondamentale del mio percorso. La sua crescita e la sua trasformazione, confermano quanto un progetto nato quasi in silenzio possa diventare un punto di riferimento. Capraia oggi è un centro vivo, un luogo dove la musica non è solamente ascoltata, ma vissuta: un laboratorio che unisce generazioni, sensibilità diverse, visioni artistiche complementari.
Continuerò a impegnarmi affinché il Festival possa espandersi ancora, custodendo quello spirito unico che lo caratterizza e accogliendo nuove energie e nuove voci che sappiano arricchirlo.

M. Grazia. Gran parte di quello che hai detto si sente davvero e si respira quando suoni(da sola o con altri).
Io ti ho ascoltato diverse volte ed è sempre un’emozione nuova : quando suoni l’organo davvero siete in due. Non sei più solo tu E lui ma tu Con lui. È uno scambio continuo di richieste che tu fai e di risposte che lui ti da. Insieme fate davvero vibrare le corde del cuore.
Grazie per la bellezza che ci dai con la tua musica.
Noi e il mondo ne abbiamo proprio bisogno.
Questa intervista evidenzia quanto la musica classica unisca profondamente la Terra al Cielo..
Bella intervista, dalla quale emergono sentimenti legati alla sensibilità dell’artista nell’interpretare uno spartito, grande capacità di ascolto e di condivisione. Nulla é banale.
Bellissima ed emozionante intervista. Conoscendo Maria Grazia ci trovo il suo costante entusiasmo, la sua volontà e la sua originalità!
Mi piacerebbe partecipare a un
concerto in cui la concertista
Maria Grazia Amoruso suona
l’ organo, che si monta e si smonta,
anche per chiederle che cosa si
prova a portarsi dietro uno strumento simile.
Non è un violino, una tromba, un contrabbasso…
Bel personaggio, bell’intervista.
Conosco Maria Grazia Amoruso, ho ascoltato la sua musica. Questa interessante intervista mi aiuta a comprenderla meglio e ad apprezzarla di piu.
Da questa intervista bella e delicata, la musica emerge non solo come emozione, ma come atto di responsabilità e conoscenza. Un’arte che, come la scrittura, interroga il mondo e restituisce senso attraverso l’ascolto.
Una intervista sorprendente che mi spinge a conoscere un mondo che è per me quasi tutto nuovo.
Grazie ovviamente alle parole della pianista Maria Grazia Amoruso e all’intervistatore Francesco Rodolfo Russo perché insieme hanno suscitato il mio interesse.
Una corposa intervista ci accompagna nel mondo dell’organo , un protagonista della musica che ha un suo posto tutto particolare in virtu’ della sua “personalita’” unica. A cominciare dalla nota sorprendente e illuminante di vederlo come un compagno di viaggio , da montare e rimontare adattandolo ai luoghi di concerto , con la necessita’ di unire tecnica e sentimento . Per realizzare ogni volta la migliore interpretazione e rendere al meglio l’architettura di Bach , l’emozione di Frescobaldi , le sfumature poetiche di Debussy….
La tua passione si respira attraverso questa profonda e personale intervista! Solo chi ama la musica può comprenderne appieno ogni parola ed ogni nota accarezzata sulla tastiera che sia un organo o un pianoforte!
Il mio nonno, ormai defunto suono l’organo nella sua chiesa per 60 anni, componeva musica ed io fin da bambina ricordo ancora le sue “suonate”..
La Musica è sempre presente nella nostra vita, possiamo dire che tutto è musica. L’organo e il pianoforte hanno un linguaggio estremamente coinvolgente. Questa intervista ha descritto momenti meravigliosi.
Brava l’artista, ma altrettanto bravo l’intervistatore che ha saputo ,con le sue domande, far emergere tutte le doti della musicista!