Giovanni Bellini come non si è mai visto
È di questi giorni la notizia dell’avvio del primo restauro integrale della Pala di San Giobbe di Giovanni Bellini, un’opera incredibile, conservata presso Le Gallerie dell’Accademia di Venezia.
Tra i lavori che segnano la maturità del Rinascimento veneziano, pochi possiedono la forza quieta e la solennità luminosa della Pala di San Giobbe, dipinta da Giovanni Bellini intorno al 1487 per la chiesa omonima. L’artista, maestro della luce, costruisce in quest’opera un microcosmo perfetto, dove architettura, colore e devozione si fondono in un equilibrio esteticamente perfetto che lascia incantati.
Figlio di Jacopo Bellini e fratello di Gentile, Giovanni nacque a Venezia intorno al 1430, in una famiglia che era considerata una piccola dinastia della pittura lagunare. La sua formazione avvenne in un ambiente fertile, ma fu la sua capacità di assorbire e trasformare le influenze esterne a renderlo decisivo per la storia dell’arte veneziana. Fu importante anche l’incontro con l’arte di Andrea Mantegna, suo cognato, che introdusse nella sua pittura un rigore prospettico e una tensione plastica che egli stemperò però con una sensibilità tutta sua, più lirica che scultorea.

Nel corso della lunga carriera, Bellini diventò il vero architetto della “maniera veneziana”, fu infatti lui a inaugurare quella pittura fatta di luce atmosferica, di toni morbidi, di una spiritualità che passa attraverso il colore più che attraverso il disegno. Maestro riconosciuto, influenzerà profondamente Giorgione e Tiziano, aprendo la strada alla grande stagione del Cinquecento.
La Pala è concepita come una sorta di cappella dipinta, dove un’abside a mosaico, scandita da colonne e nicchie, si apre come un’architettura plausibile, inserita quasi come un trompe l’oeil nella chiesa; questa disposizione crea una continuità tra il dipinto e il mondo dell’osservatore. L’effetto è quello di entrare in una dimensione parallela, dove si è pronti ad ascoltare la parola del divino.
Al centro della Pala, la Madonna col Bambino siede su un trono monumentale, avvolta da un manto blu profondo che assorbe e restituisce la luce. La sua presenza è insieme regale e materna, importante ma non distante. Il Bambino, nudo e sereno, introduce una nota di umanità che stempera la solennità dell’insieme. Attorno a loro, i santi, di epoche diverse, Giobbe, Sebastiano, Domenico, Francesco, Giovanni Battista e Ludovico Tolosa, convergono silenziosamente verso la Vergine, come pianeti attratti da un centro di gravità spirituale.
La luce è dorata, morbida, che scivola sulle superfici senza violenza, modellando i volti e i panneggi con una delicatezza che sembra respirare. La fonte luminosa non è identificabile; proviene da un altrove metafisico, come se la scena fosse illuminata da una presenza divina più che da un fenomeno naturale. In questo, Bellini anticipa la grande stagione tonale veneziana, da Giorgione a Tiziano.
In basso, tre angeli musicanti siedono ai piedi del trono, rappresentano la dimensione sonora della sacra conversazione, un’armonia che non si ode ma si percepisce. Le loro espressioni raccolte, la cura minuziosa degli strumenti, la disposizione simmetrica contribuiscono a creare un’atmosfera di contemplazione che avvolge l’intera scena.

Nel corso dei secoli, il grande supporto ligneo dell’opera, formato da tredici tavole di pioppo disposte orizzontalmente e unite a colla, ha iniziato a mostrare segni di cedimento: fessure, deformazioni, indebolimenti strutturali che hanno finito per compromettere anche la stabilità della superficie dipinta. I vari interventi condotti tra XIX e XX secolo, pur rispondendo alle esigenze conservative del loro tempo, hanno introdotto a loro volta nuovi fattori di stress. L’attuale restauro nasce dunque dalla necessità di affrontare in modo unitario e definitivo queste criticità, intervenendo sia sul supporto sia sulla pellicola pittorica, con un approccio rispettoso della materia originale.
Le indagini diagnostiche più recenti, dalla riflettografia infrarossa, che ha rivelato il disegno preparatorio, alle analisi stratigrafiche dei materiali, hanno confermato la finezza tecnica di Bellini: una preparazione a gesso e colla, una sottilissima imprimitura chiara a base di biacca e una tavolozza ricca di pigmenti, talvolta preziosi, stesi con una tecnica apparentemente sobria ma capace di produrre una luminosità straordinaria.
Considerata la complessità dell’opera e le sue dimensioni, si è scelto di non trasferire la pala in laboratorio. La sala che la ospita è stata temporaneamente trasformata in un cantiere di restauro appositamente progettato, in grado di garantire condizioni operative ottimali senza interrompere il percorso museale.
Il laboratorio diventa così uno spazio aperto e visibile, dove i visitatori possono osservare da vicino il lavoro dei restauratori e comprendere in modo diretto le pratiche della conservazione.
L’Ufficio stampa delle Gallerie dell’Accademia di Venezia confermano l’intento: “Il restauro rappresenta così non solo un intervento conservativo di grande rilievo, ma anche un’occasione per condividere con il pubblico il lavoro di tutela che rende possibile la trasmissione del patrimonio artistico alle generazioni future. Un cantiere aperto che trasforma la conservazione in esperienza visibile, conoscenza e responsabilità collettiva”.
Per chi si trova a Venezia nei prossimi mesi, questo cantiere aperto rappresenta un’occasione rara, poter assistere da vicino al restauro di un capolavoro del Rinascimento, seguendo passo dopo passo il lavoro dei restauratori mentre l’opera rivela lentamente la sua materia, la sua storia e la sua luce.
Immagine di copertina: L’esecuzione delle riflettografie all’infrarosso fotografiche. Foto di Matteo Panciera, Gallerie dell’Accademia di Venezia
