Il teatro di Benedetto Alfieri per quasi due secoli fu uno dei simboli della città, fino alla notte in cui il fuoco lo cancellò.
Chi oggi attraversa piazza Castello e passa davanti al Teatro Regio difficilmente immagina che dietro quella severa facciata in mattoni rossi sia esistito uno dei teatri più ammirati dell’Europa settecentesca. Quella facciata è infatti l’unica parte architettonica sopravvissuta di un altro Regio, quello progettato da Benedetto Alfieri e inaugurato nel 1740. Tutto ciò che si trovava alle sue spalle – sala, palchi, decorazioni, palcoscenico – appartiene ormai soltanto alle incisioni, ai dipinti e alle fotografie d’epoca.
L’idea di costruire un grande teatro accanto al cuore politico della città era nata già con Vittorio Amedeo II e Filippo Juvarra. Alla morte di quest’ultimo, Carlo Emanuele III affidò nel 1736 a Benedetto Alfieri il compito di portare a compimento il progetto. Alfieri, che pochi anni dopo sarebbe diventato primo architetto civile del re, realizzò qualcosa che andava ben oltre un semplice luogo destinato agli spettacoli.
Il Regio Teatro venne costruito in appena due anni e inaugurato il 26 dicembre 1740 con l’Arsace di Francesco Feo. Era parte integrante della cosiddetta “zona di comando” sabauda. La famiglia reale e gli alti dignitari potevano addirittura raggiungerlo da Palazzo Reale senza scendere in strada, passando attraverso la Galleria del Beaumont e il palazzo delle Segreterie. Il teatro era dunque spettacolo, ma anche rappresentazione del potere.

Entrando nella sala, l’impressione doveva essere ben diversa da quella offerta dalla sobrietà della facciata. Lo spazio aveva forma ellittica, poteva accogliere circa 2.500 spettatori e disponeva di 152 palchi distribuiti su cinque ordini, decorati prevalentemente in cremisi e oro. Sulla volta campeggiava la decorazione di Sebastiano Galeotti.
Ma il Regio di Alfieri non era soltanto sontuoso. Era anche una macchina teatrale progettata con grande attenzione tecnica. Nei disegni compaiono una cavità sotto l’orchestra destinata a migliorare la resa acustica e palchetti orientati obliquamente verso il palcoscenico. Soluzioni che contribuirono alla fama internazionale dell’edificio.
I viaggiatori del Grand Tour lo visitarono e lo descrissero con ammirazione. Nel 1761 la Stamperia Reale pubblicò le incisioni di Giovanni Antonio Belmondo tratte dai disegni di Alfieri, facendole circolare in Europa. Undici anni più tardi, nel 1772, quelle immagini entrarono addirittura nelle tavole dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Il teatro torinese diventava così, anche sulla carta, un modello conosciuto ben oltre i confini sabaudi.
Eppure, dietro tanta magnificenza, la vita quotidiana del teatro riservava aspetti molto meno solenni. In platea non esistevano originariamente sedili fissi: le sedie potevano essere spostate. Si andava al Regio certamente per ascoltare l’opera, ma anche per incontrarsi, conversare, mangiare e persino giocare d’azzardo. All’interno erano presenti botteghe di “rinfreschi” e di “galanterie”. In altre parole, il teatro era anche un grande salotto della società torinese.
Nel gennaio del 1771 fra gli spettatori ci furono anche un ragazzo di quindici anni e suo padre, arrivati a Torino da Milano: Wolfgang Amadeus Mozart e Leopold Mozart. Assistettero all’Annibale in Torino di Giovanni Paisiello, che il giovane Mozart definì in una lettera una “magnifica opera”.
I decenni passarono e il Regio cambiò insieme alla città. Attraversò l’età napoleonica, la Restaurazione, l’Ottocento e l’ingresso di Torino nella modernità. Nel 1870 passò al Comune. Sul suo palcoscenico si legarono alla storia della città nomi come Arturo Toscanini e Giacomo Puccini: qui ebbero la loro prima assoluta Manon Lescaut nel 1893 e La bohème il 1º febbraio 1896.
Il teatro, però, non era più quello immaginato da Alfieri. Tra il 1901 e il 1905 venne chiuso per le precarie condizioni dell’edificio e radicalmente ristrutturato da Ferdinando Cocito, mentre Giorgio Ceragioli si occupò delle decorazioni. Gli ultimi due ordini di palchi lasciarono il posto a tre gallerie e la capienza salì a circa tremila persone. Il vecchio teatro aristocratico cercava ormai di adattarsi a una società profondamente diversa.

Poi arrivò una fotografia destinata, senza che nessuno potesse saperlo, a diventare un documento eccezionale. È datata 8 febbraio 1936. Mostra la sala del Regio ancora intatta. Quella sera in cartellone c’era Liolà di Giuseppe Mulè.
Poche ore dopo, nella notte fra l’8 e il 9 febbraio, nei sotterranei del palcoscenico si sviluppò un incendio. Là sotto si trovavano travature e impalcature di legno attraversate da una fitta rete di cavi elettrici. Le fonti ufficiali descrivono la propagazione delle fiamme come improvvisa e violentissima. Il fuoco raggiunse rapidamente il palcoscenico e quindi la sala. Intervennero i Vigili del Fuoco e i soldati del Genio Militare. Verso le due di notte migliaia di torinesi si radunarono in piazza Castello. Potevano soltanto assistere all’incendio del loro teatro.

All’alba, dietro la facciata di piazza Castello, il Regio che Torino aveva conosciuto per quasi due secoli non esisteva più. Della costruzione alfieriana sarebbe sopravvissuta proprio quella facciata, ancora oggi davanti ai nostri occhi. Dietro di essa rimaneva invece un vuoto, architettonico ma anche simbolico, che Torino avrebbe impiegato trentasette anni a colmare.
Ma questa è un’altra storia. È la storia del Regio ritrovato.
Un invito alla visione del mio video: Il Regio Perduto
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