A Torino, un’antica corporazione del legno continua a vivere grazie a un rinnovato impegno culturale che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici
A Torino esistono istituzioni che non compaiono nei percorsi più battuti, eppure custodiscono una parte essenziale della storia della città. Tra queste vi è la Università dei Minusieri, erede diretta di quella complessa organizzazione di arti e mestieri che, per secoli, ha regolato la vita produttiva e tecnica delle botteghe.
Il termine minusieri, oggi quasi del tutto scomparso dall’uso comune, indicava gli artigiani specializzati nella lavorazione “minuta” del legno. Una definizione che, tuttavia, non deve trarre in inganno. La semplice denominazione di “Università dei Minusieri” ben presto si arricchisce di altre specifiche e sul frontespizio del “Registro dei Mastri” che si tiene dal 1675, si legge: Università dei Minusieri, Ebanisti, Mastri da carrozze, Montadori d’armi, Botallari et Fabricatori di cadreghe di Torino e dei suoi Borghi. Più in generale tutti coloro che operavano nella trasformazione raffinata del materiale ligneo.
Una testimonianza concreta ci viene offerta da una targa marmorea, un tempo collocata presso la sede storica, dove si legge l’iscrizione: “Mastri stipettai e fabbricanti di carrozze di Torino e suoi borghi”. Parole che restituiscono con immediatezza il perimetro operativo di una comunità artigiana capace di spaziare dalla costruzione di arredi alla realizzazione di elementi funzionali per il mondo della mobilità d’epoca.
Non si trattava di una semplice associazione, ma di una vera e propria istituzione di mestiere. L’Università stabiliva regole, vigilava sulla qualità delle opere, disciplinava l’accesso alla professione e garantiva la trasmissione delle competenze attraverso il sistema delle botteghe. In un contesto nel quale la reputazione si costruiva sulla perizia tecnica e sulla capacità esecutiva, il riconoscimento di maestro rappresentava un traguardo tutt’altro che formale.
È in questo ambiente che maturarono alcune delle più alte espressioni dell’ebanisteria piemontese. Tra i nomi che emergono con maggiore evidenza vi è quello di Pietro Piffetti, protagonista assoluto del Settecento torinese, le cui opere per la corte sabauda costituiscono ancora oggi un punto di riferimento imprescindibile per la storia del mobile europeo, ma non solo, ci è doveroso citare: Luigi Prinotto, Giuseppe Maria Bonzanigo, Giovanni Battista Galletti, Gabriele Capello che assieme a molti altri contribuirono a rendere grande la Storia dell’artigianato piemontese.
Ma se tutto questo appartiene al passato, sarebbe un errore considerarlo concluso.
L’Università dei Minusieri non è una reliquia. È una presenza discreta ma attiva, sostenuta da un gruppo di persone che, con spirito di volontariato culturale, ha scelto di farsi carico di una tradizione complessa, non sempre immediatamente leggibile, ma di straordinario valore.
Si tratta di un lavoro silenzioso, fatto di studio, di ricostruzione storica, di attenzione al dettaglio e, soprattutto, di volontà di trasmettere. In un’epoca in cui il sapere tecnico rischia spesso di essere semplificato o disperso, iniziative di questo tipo assumono un significato che va ben oltre la dimensione locale.
Chi oggi si avvicina a questa realtà percepisce chiaramente che non si tratta soltanto di conservare, ma anche di rimettere in circolo conoscenze, competenze e memoria. Vi è, in altre parole, la consapevolezza che una tradizione sopravvive e si espande solo se riesce a trovare nuove forme di racconto e di condivisione.
Non è un caso che, accanto alla tutela del patrimonio immateriale, si intraveda un rinnovato dinamismo. Senza clamori, ma con determinazione, si stanno delineando prospettive che lasciano intuire una fase nuova, nella quale la storia dell’Università potrà essere restituita al pubblico con modalità più accessibili e leggibili.
Torino, del resto, ha costruito una parte significativa della propria identità anche attraverso la qualità delle sue arti applicate. Ricordarlo oggi non significa indulgere nella nostalgia, ma riconoscere una continuità.
L’Università dei Minusieri è, in questo senso, un esempio concreto di come il passato possa ancora dialogare con il presente. Non come semplice testimonianza, ma come realtà viva, capace di rinnovarsi senza perdere la propria autenticità.
E forse è proprio in questa discreta ma tenace capacità di resistere e trasformarsi che si coglie il suo valore più attuale.
Il mio breve filmato: L’Università dei Minusieri
https://www.sergiosalomone.eu/

Semplicemente accattivante , stimolante ed introduttivo ; da l’emozione del baule scoperto in cantina del nonno falegname che aveva conservato tutto il suo sapere e tutti i suoi oggetti da lavoro disegni e documenti storici , dandoci cosi la possibilità di riscoprirli e pubblicarli per la conoscenza delle prossime Generazioni
Forza Ragazzi ce la possiamo fare . La ricerca deve continuare ” promesso ” .
La ringrazio sentitamente per il suo intervento, che restituisce con particolare efficacia il valore profondo di questo lavoro.
L’immagine evocata del baule del falegname è estremamente significativa: rappresenta in modo concreto la trasmissione di un sapere fatto non solo di tecnica, ma di cultura, esperienza e memoria storica.
L’intento dell’articolo è proprio quello di contribuire, per quanto possibile, alla riscoperta e alla valorizzazione di questo patrimonio, affinché possa essere conosciuto e compreso anche dalle generazioni future.
Il suo apprezzamento costituisce un incoraggiamento importante a proseguire in questa direzione.