L’occultamento del corpo, l’assenza del cagnolino inseparabile e le rassicurazioni incongruenti dell’ex compagno compongono un quadro che attende risposte dalle indagini della Procura
La morte di Daniela Florea, 35 anni, trovata avvolta in un lenzuolo e nascosta nel cassone del letto del suo appartamento in Barriera di Milano, è un fatto che scuote Torino nel profondo. Non solo per la brutalità dell’occultamento, non solo per i giorni di silenzio che hanno preceduto il ritrovamento, ma per quei dettagli che non si incastrano e che aprono interrogativi inevitabili.
Le indagini sono in corso, la Procura procede per omicidio volontario e c’è già un indagato. È doveroso non trarre conclusioni affrettate. Ma è altrettanto naturale chiedersi come si componga il quadro, quali fili si intreccino tra ciò che sappiamo e ciò che ancora manca.
La storia
Florea era originaria della Romania, ma da anni viveva a Torino. Si era trasferita nel nuovo appartamento, quello dove poi è stato trovato il corpo, pochi mesi fa. Era andata a vivere lì dopo la separazione dal compagno e con sé aveva portato il figlio avuto da quella relazione finita. La donna lavorava in un’impresa di pulizie presso l’ospedale Regina Margherita e da giorni non si presentava al lavoro. Nel condominio in cui viveva, nessuno l’aveva più vista giocare in cortile con il cane e il suo bambino, così il cugino era andato a trovarla per avere sue notizie. Preoccupato, ha lanciato l’allarme.
I vicini, come è stato ricostruito, avevano spiegato l’assenza della trentacinquenne con una partenza per le ferie estive. Nessuno si era quindi allarmato. «Non sentivamo nemmeno il cane abbaiare», avrebbe detto un inquilino alle forze dell’ordine intervenute. «Credevamo fosse partita».
Dopo la fine della relazione, l’ex compagno aveva continuato ad andarla a trovare per stare con il figlio. Daniela era affezionatissima al bambino e al suo cagnolino bianco che non è stato trovato nell’appartamento. Il dettaglio è rilevante per gli investigatori, che hanno notato anche che la casa era in ordine e senza segni di scasso al momento del ritrovamento del cadavere. Florea avrebbe aperto la porta di casa a qualcuno che conosceva bene. Chi l’ha uccisa ha poi occultato il corpo senza vita nel cassone del letto per ritardarne la scoperta ed è fuggito, forse portando via anche il suo cagnolino.
Le incongruenze che interrogano la città
Non è compito di un giornale sostituirsi agli investigatori, né trarre conclusioni premature. Ma è doveroso segnalare ciò che, nella ricostruzione dei primi giorni, non quadra.
Il primo elemento riguarda il cagnolino bianco, inseparabile da Daniela. Tutti lo confermano: lei non si muoveva senza di lui. Eppure, il cane non è stato trovato nell’appartamento. Non è stato trovato nel quartiere. Non è stato trovato affatto. Una residente racconta di aver visto l’ex compagno con il cane poche ore prima dell’arrivo del 112. Un dettaglio che pesa, perché non è compatibile con l’idea di una donna “partita per le ferie”.
Il secondo elemento riguarda la versione dell’ex compagno. A chi chiedeva notizie, l’uomo avrebbe risposto che Daniela “stava bene”, nonostante da giorni nessuno la vedesse e nonostante lei non si fosse presentata al lavoro. Una rassicurazione che oggi, alla luce dei fatti, appare quantomeno incongruente.
Il terzo punto è la casa in ordine, senza segni di scasso. Daniela ha aperto la porta a qualcuno che conosceva bene. Qualcuno di cui non aveva motivo di diffidare. Qualcuno che è entrato, ha agito, ha occultato il corpo e se n’è andato portando via – forse – anche il cane.
Sono elementi che non formano ancora una verità, ma formano domande legittime. Domande che non accusano, ma che chiedono coerenza. Domande che una città ha il diritto di porsi quando una donna viene trovata così, nascosta e silenziata.
Il seguito delle indagini
L’autopsia è prevista e punta ad accertare come sia stata uccisa Daniela e quando è deceduta. I rapporti con l’ex compagno, secondo quanto racconta chi la conosceva, sembravano distesi. I due avevano continuato a vedersi per il figlio. La trentacinquenne era molto riservata e difficilmente condivideva con altre informazioni sui suoi rapporti con il padre del bambino. L’uomo è stato lungamente sentito dagli investigatori, ma sono diversi i rapporti personali sotto la lente di ingrandimento della Procura.
Daniela, come ricordano i vicini, era abitudinaria e il sabato portava il figlioletto a fare colazione sempre allo stesso bar in compagnia dell’ex compagno e del suo cane. Una residente della zona ha infatti raccontato di aver incontrato l’ex di Daniela proprio davanti al locale nel pomeriggio di lunedì e di aver chiesto informazioni sulla trentacinquenne, che già da qualche giorno non si faceva vedere. Secondo quanto apprende Fanpage.it, l’uomo l’avrebbe rassicurata, dicendole che Florea stava bene.
Nei giorni della morte della madre, il bambino si trovava con il papà. L’uomo sarebbe stato visto poche ore prima dell’intervento del 112 proprio nei pressi dell’appartamento in compagnia del figlio e proprio del cagnolino bianco da cui Daniela non si separava mai.
Conclusione
La notizia, riportata il 22 luglio dai principali quotidiani, ha lasciato Torino nel dubbio e in mezzo a interrogativi che non si dissolvono. Al di là di chi possa aver maturato un assassinio così crudele, resta l’amarezza di relazioni dove il rispetto della vita sembra valere meno dell’orgoglio ferito, delle dinamiche tossiche del “noi prima e gli altri dopo”. Le indagini sono andate avanti: l’ex marito è ora indagato e l’interrogatorio prosegue. Non è nostro compito condannare, perché ogni persona è innocente fino a prova contraria. Ma la sensazione è che gli investigatori abbiano imboccato la direzione giusta per ricomporre un quadro che, finora, ha parlato soprattutto attraverso il silenzio.
E un pensiero va a Daniela, troncata negli anni migliori, strappata alla vita e all’affetto del figlio. Un bambino che ora si trova oscurato da un vortice più grande di lui, un trauma che lo accompagnerà nel corso degli anni. Ogni delitto non ferisce solo chi muore: ferisce chi resta, chi cresce, chi dovrà ricostruire un equilibrio dopo che l’equilibrio è stato spezzato. Per questo la verità non è solo un dovere giudiziario, ma un dovere umano.
