Una pratica disumana che trasforma la paura degli animali in combustibile e il bosco in bersaglio: dietro le fiamme, interessi, calcoli e una crudeltà che ferisce natura e comunità.
Ho letto questa notizia dei gatti usati per incendiare i boschi. La sera prima, mentre ascoltavo distrattamente il telegiornale — credo fosse l’edizione delle 20 — mi era parso di sentire che alcuni piromani avrebbero utilizzato dei gatti come innesco. Una frase sfuggita, quasi confusa, che in quel momento ho lasciato scorrere. Mi sono persino chiesto se avessi capito male.
Poi, stamattina, davanti alla notizia riportata dal giornale Voce, l’ho capito: non mi ero sbagliato. E sono rimasto allibito.
Ci sono notizie che si vorrebbe non dover commentare, che spingono al silenzio. Ma non si può. La gente sana, i nostri lettori, devono saperlo. Questa notizia va documentata, anche se a malincuore.
La denuncia della Protezione civile
Secondo quanto riferito dal direttore generale della Protezione civile calabrese, Domenico Costarella, in alcune aree colpite dagli incendi sono stati trovati gatti vivi ai quali era stato legato alla coda uno straccio imbevuto di liquido infiammabile. Animali terrorizzati, lanciati nei campi come micce viventi, costretti a correre tra l’erba secca mentre il fuoco li inseguiva e, con loro, si propagava.
Non una distrazione. Non una cicca gettata dal finestrino. Non il barbecue dell’idiota di turno.
Qui siamo davanti a qualcosa di diverso: un metodo, un calcolo, una crudeltà organizzata.
Costarella ha mostrato gli inneschi ritrovati:
- candele preparate per bruciare con ritardo,
- bottiglie con stoppini,
- stracci impregnati di combustibile.
E poi la parte più difficile da ascoltare: gli animali usati come strumenti di propagazione del fuoco.
Chi concepisce un’azione del genere non è solo un piromane. È un criminale che utilizza la sofferenza di un essere vivente per moltiplicare la distruzione. È un pericolo per gli animali, per l’ambiente, per le persone, per intere comunità.
Le reazioni e la richiesta di verità
Le associazioni animaliste — OIPA, LNDC, AIDAA — hanno presentato denunce e chiesto verifiche immediate. Tutte usano il condizionale, come è giusto che sia: le indagini devono confermare ogni dettaglio. Ma la prudenza non è silenzio. La prudenza è responsabilità.
E la responsabilità, oggi, significa raccontare ciò che è stato denunciato, pretendere chiarezza, chiedere che chi sa parli, che chi ha visto si faccia avanti.
Perché storie simili, purtroppo, non sono nuove: episodi analoghi sono stati denunciati in Sicilia nel 2016, mentre altri casi sono stati smentiti nel 2017. Proprio per questo servono verifiche rigorose, non voci. Servono fatti.
Quando brucia un bosco
Perché quando brucia un bosco non brucia solo legname. Bruciano nidi, tane, cucciolate. Bruciano anni di equilibrio naturale. Bruciano case, aziende, territori già fragili. Bruciano vite.
E bruciano anche le speranze — quelle che la natura possa resistere, rinascere, continuare a vivere nonostante tutto. Lo sfruttamento, l’incuria, la mano criminale dell’uomo portano solo delusione, solo ferite che si sommano alle ferite del clima: perché già il caldo estremo innesca incendi spontanei, già mette in pericolo chi è chiamato a contenerli.
E lo sappiamo: c’è chi, nel compimento del proprio dovere, ha perso la vita. Un pompiere morto mentre cercava di salvare un bosco, una casa, una comunità. Un uomo che ha affrontato il fuoco mentre qualcun altro, altrove, studiava come renderlo più veloce, più feroce, più difficile da fermare.
Ora servono indagini vere
La denuncia della Protezione civile calabrese non racconta solo l’orrore di gatti trasformati in torce viventi, ma rivela un quadro più ampio e inquietante: incendi appiccati con metodo, con inneschi preparati, con una crudeltà che non nasce dal caso ma da un disegno.
In Calabria, come in altre regioni, il fuoco diventa strumento per liberare terreni da vincoli, creare pascoli, favorire interessi economici, intimidire, muovere appalti o segnare confini criminali. Il bosco, per alcuni, è un ostacolo da eliminare. E così, mentre il caldo estremo già rende il territorio fragile e i soccorritori rischiano la vita — uno di loro l’ha persa nel compimento del dovere — c’è chi studia come rendere le fiamme più veloci, più estese, più difficili da fermare. La crudeltà verso gli animali è solo la punta dell’iceberg di un sistema che usa il fuoco come linguaggio e come arma, colpendo natura, comunità e speranze.
Servono sopralluoghi, reperti, testimonianze. Servono controlli veterinari, verifiche sugli inneschi, telecamere nelle aree più esposte. Serve che chi sa qualcosa parli. Adesso, non tra un mese.
Perché chi incendia un bosco non distrugge una proprietà senza volto. Mette in pericolo vite umane. Devasta un patrimonio che appartiene a tutti. Condanna migliaia di animali a una morte atroce.
E chi arriva a trasformare un gatto in una torcia vivente ha superato una soglia dalla quale non si torna indietro.
A quel punto non basta più parlare di “mancanza di senso civico”. Non basta appellarsi alla cultura, al rispetto dell’ambiente o alla buona educazione.
Bisogna trovare i responsabili. E bisogna fare in modo che paghino fino all’ultimo giorno e fino all’ultimo euro consentiti dalla legge.
Ogni incendio lascia cenere, ma non deve lasciare assuefazione. La barbarie non diventa normale solo perché si ripete. Il nostro compito è ricordarlo, ogni volta: la natura brucia, ma la coscienza no. E finché qualcuno avrà il coraggio di raccontare, ci sarà ancora una possibilità di fermare chi scambia la vita per combustibile.
© 2026 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
la notizia è stata riportata dal quotidiano Voce e anticipata, in forma non dettagliata, dal notiziario Rai sera del 23-07
immagine generata da AI Copilot
Scarica in PDF
