Quando la scuola scavalca la famiglia
C’è una linea sottile, ma fondamentale, tra educare e istruire. Oggi quella linea viene oltrepassata con leggerezza da chi propone di introdurre o rafforzare l’educazione sessuale nelle scuole, presentandola come una necessità urgente e
civile. Ma dietro questa apparente modernità si cela un problema profondo: la progressiva espropriazione del ruolo educativo della famiglia.
La scuola deve insegnare ciò che i genitori non possono trasmettere: le materie, la conoscenza, il metodo. Ma non può pretendere di sostituirsi alla famiglia nell’educazione affettiva, morale e sessuale. È in casa che un bambino, il ragazzo impara i valori, il rispetto, la delicatezza dei sentimenti. È con l’esempio dei genitori che cresce la consapevolezza del corpo e della dignità dell’altro, non con lezioni standardizzate e schede ministeriali.
Ogni famiglia ha la propria sensibilità, i propri tempi, i propri valori. Pretendere di omologarli in un unico modello educativo significa non solo violare la libertà dei genitori, ma anche impoverire la ricchezza delle differenze umane e culturali che costituiscono la società. La scuola deve essere un’alleata della famiglia, non una sua supplente.
Eppure, il dibattito pubblico mostra un’altra deriva: la strumentalizzazione politica di questo tema. Ogni volta che si parla di femminicidi, tragedie vere, che meritano rispetto e soluzioni serie, qualcuno rispolvera l’idea dell’educazione sessuale obbligatoria come risposta salvifica. È una scorciatoia per nascondere la realtà: i femminicidi non nascono da un deficit di lezioni, ma da un vuoto di valori, da famiglie disgregate, da assenza di esempi, da un’educazione sentimentale che non si costruisce in aula, ma a casa, giorno dopo giorno.
Ridurre il dramma della violenza di genere a una questione di programmi scolastici è un modo comodo per lavarsi la coscienza e spostare la responsabilità su altri. Ma è nella crisi della famiglia, nella perdita di autorevolezza dei genitori, nel crollo del senso del limite e del rispetto che va cercata la radice del problema.
Non sarà una nuova materia a restituire dignità e rispetto tra uomini e donne. Sarà invece il recupero del ruolo educativo della famiglia, del dialogo vero, dell’esempio concreto. La scuola torni a essere ciò che deve: un luogo di sapere, di pensiero critico, di formazione culturale. La famiglia torni a essere la prima maestra di vita. Solo da questo equilibrio potrà rinascere una società capace di rispetto e di responsabilità.
Troppi genitori di oggi vogliono essere amici dei figli, non guide. Rinunciano al ruolo educativo per paura di scontentarli, confondendo la libertà con l’assenza di regole. Delegano alla scuola, allo smartphone o alla società ciò che dovrebbero insegnare loro: il senso del limite, il rispetto, la responsabilità. Invece di crescere figli forti, allevano adulti fragili, incapaci di affrontare la fatica e le conseguenze delle proprie scelte. L’autorità non è autoritarismo: è amore che educa e responsabilità che forma.
Ma finché i genitori cercheranno l’approvazione dei figli invece di dar loro direzione, cresceremo generazioni che sanno tutto di sé, ma nulla della vita.
Alberto Scafella
