Danni collaterali della guerra che sta bruciando il Medioriente
Il blocco dello stretto di Hormuz, in seguito ai drammatici eventi che infiammano il Medioriente, conta migliaia di navi mercantili e cisterna bloccate, tra le quali, la cronaca degli eventi, ha messo in luce anche quelle che trasportano l’urea fertilizzante ricavata dal gas naturale, con gravi danni per l’agricoltura mondiale.
Una notizia tra le tante, che però ha acceso la curiosità del pubblico. Infatti… che cosa è questa “urea derivata dal gas naturale” che parte dai giacimenti metaniferi del Golfo Persico, verso il mondo, a fertilizzarne i campi?
Si tratta di un arricchente agricolo azotato perlopiù derivato dall’ammoniaca che a sua volta viene prodotta utilizzando il gas naturale come materia prima. L’urea è uno dei concimi industrializzati più comuni e concentrati al mondo, usato per migliorare la fertilità del suolo e quindi, la produttività agricola.
Il processo è il seguente: l’ammoniaca viene prodotta attraverso il processo Haber-Bosch, che combina l’idrogeno ottenuto dal gas naturale con l’azoto presente nell’aria ad alte temperature e pressioni.
I paesi del Medio Oriente ed in particolare Iran, Arabia Saudita, Oman ed Emirati Arabi Uniti sfruttano le loro abbondanti riserve di gas naturale anche per produrre i succitati fertilizzanti azotati, esercitando quasi il monopolio della produzione di urea, ammoniaca e solfato di ammonio. Circa il 60% del gas naturale infatti, in questa regione del mondo viene utilizzato come materia prima per la sintesi dei fertilizzanti, rendendola fornitore “critico” a livello globale.
L’interruzione del rifornimento di questa materia, dovuta a una prolungata guerra nell’area del Golfo Persico, può risultare gravissima per la produzione agricola in molte zone del mondo, soprattutto in Asia, Africa e Sudamerica. Una minaccia per la sicurezza alimentare e un elevato aumento dei prezzi. Danni economici e gastronomici collaterali di una guerra che per molti è difficile da comprendere nelle reali intenzioni delle autocrazie che si scontrano in un teatro in cui ogni residuo diritto internazionale è caduto in predicato.
Un motivo in più per riproporre la necessità di rendere i quattro angoli del mondo indipendenti da fonti fossili e derivati, non solo energetici, ma anche agricoli, provenienti da giacimenti sfruttati anche per questa produzione.
Infatti, la conversione di liquami, rifiuti organici e residui biologici in fertilizzante e gas naturale è un metodo adottabile anche a livello “locale”. Consente di produrre il biogas o biometano, anche da modesti impianti di digestione anaerobica, in grado di ottenere il digestato, prezioso fertilizzante organico per un’agricoltura biologica. Fonte naturale di nutrienti essenziali per le piante che migliora la fertilità del suolo in modo “naturale”.
Un metodo che consente di produrre sia metano, quindi, un combustibile ottenuto a bassissimo costo, sia il fertilizzante, oltre che rendere indipendenti le aziende agricole che potrebbero adoperare il biogas per produrre elettricità e allo stesso tempo approvvigionarsi di stallatico prima dai propri stessi scarti di lavorazione.
In Italia questo genere di impianti sono in aumento al Nord, ma i tempi sono maturi & necessari per incentivare ovunque, anche dal punto di vista legislativo questi piccoli impianti, così da rendersi indipendenti dalle massicce produzioni provenienti dal Medioriente, certamente di minor qualità. E poi, attualmente sotto bombe e missili, vergogna di altre “facce da stallatico” dell’umanità.
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Interessante articolo Carlo Grazie.