La famiglia Elkann-Agnelli fa dietro-front e incassa
È passato soltanto un mese da quando un evento tanto importante quanto passato in sordina, si consumava a Torino, con una romantica sfilata dei mezzi storici che hanno segnato lo sviluppo dell’Italia.
Camion, pullman e furgoni di una certa età, transitavano per il centro della città, dopo quattro giorni di quello che adesso possiamo definire “un meeting clandestino destinato a pochi complici di uno sgradevole segreto”. Una serie di assemblee che sussurravano il futuro dell’azienda, riservando a qualche giornalista più intraprendente soltanto qualche spunto per andare ad approfondire da sé.
Cosa fatta da Civico 20 News che, il 1º luglio pubblicava per mano del sottoscritto il seguente, ottimistico articolo, purtroppo smentito. Dunque è di dovere un’errata corrige, o forse è meglio definirlo un aggiornamento di quello che era stato intitolato così:
Alle OGR di Torino, i quattro giorni dell’IVECO per celebrare i 50 anni dell’azienda. Un evento pubblico quanto coperto dal segreto. Quali sono i programmi IVECO?

Infatti, tanto da redattore quanto da torinese di “vecchia generazione” ci sono voluti un paio di giorni per metabolizzare una sgradevole notizia per la città e per il futuro del gruppo IVECO.
Una notizia a questo punto ufficiale e condivisa con tutta la stampa nazionale. Non è una menzogna e neppure un voltafaccia dell’azienda, proprio per la segretezza degli incontri precedenti, ma adesso si sa la triste verità detta ancora una volta “si suppone”, solo a metà.
Dunque, il 30 luglio, è stata divulgata la notizia che il gruppo Industrial Vehicles Corporation, nato nel 1975, dalla fusione di numerosi marchi di veicoli commerciali e diventato uno dei più grandi al mondo, al pari di Mercedes, Scania & Volvo, non è più italiano.
L’opposto di quanto sbandierato sottovoce in occasione del cinquantenario, da parte dei dirigenti del gruppo Elkann Agnelli.
Il gruppo è destinato a diventare indiano, acquisito per 3,8 miliardi di euro dalla Tata Motors di Mumbai. Durante l’annuncio i vecchi dirigenti e i nuovi proprietari hanno dichiarato il loro impegno a: «non chiudere stabilimenti in Italia e non tagliare la forza lavoro». Parole confortanti, ma pur sempre e solo parole e in quanto tali preoccupanti. Soltanto a Torino Iveco conta oltre 7000 dipendenti.
Momento di conforto è dato dallo smembramento del gruppo. Infatti, Iveco Defence che produce mezzi militari, resterà italiana, passando per la cifra di 1,7 miliardi al gruppo statale Leonardo.
Se, come disse Totò (in questo momento l’unico credibile): «è la somma che fa il totale», il totale dell’operazione è di 5,5 miliardi di euro. Poiché la famiglia Elkann–Agnelli risulta possedere il 27% dell’Iveco, l’incasso dell’eredità industriale, ammonta a circa 1,5 miliardi di euro. Un buon affare, ma per chi?
La notizia ha scatenato le opinioni, soprattutto sul Web e i commenti sono plurimi. Si va da uno scoramento alla cognizione dello scorporo di quel prodotto italiano che ci invidiava il mondo. Altre voci rimarcano l’inadeguatezza della politica che, anche in questo momento di dazi e sostegno all’industria nazionale, “sull’affarie Iveco”, slitta e si defila anch’essa. Una realtà che si rinnova in un Paese che ha scritto la storia della meccanica. Tanti i commenti aridi e polemici, altri, molto pertinenti.
Che altro aspettarsi dai sorrisi di plastica degli eredi di un ancor più vasto impero, ma scollegati dall’appartenenza?
Recriminare non serve e i sindacati dovrebbero assumersi qualche responsabilità, spostando il tiro dalla polemica alla proposta collaborativa. Il rischio di un neppure troppo lento abbandono della “new Iveco made in India” è concreto. Il colosso asiatico offre manodopera a costo dimezzato e altre aziende del torinese hanno fatto scuola su l’andar delle cose.
L’Embraco, un esempio tra tanti & Il metodo “della rana bollita”
L’Embraco è a Riva di Chieri, nata come Aspera nel 1971, quando il gruppo Fiat produceva ottimi frigoriferi, negli anni 80 era leader mondiale per la produzione di compressori, anticipando un’economia globale.
Ceduta nel 1985 all’americana Whirlpool, l’Embraco è poi passata alla “controllata brasiliana” che, dopo essersi insediata nella sede piemontese, sperperando a spese dell’azienda, quest’ultima è stata delocalizzata con progressione in Slovacchia. Inutili le proteste di sindacati e dipendenti, sacrificati con il collaudato metodo della “rana bollita”, e oggi L’Embraco, fabbrica vuota è in vendita, dopo molteplici innesti di aziende internazionali “modello pacco”, sanguisughe degli “aiuti di Stato”.
Un parallelo con l’Iveco, che, per chi segue lo spopolamento progressivo delle aziende italiane, presenta quei sintomatici paragoni che hanno trasformato l’Italia da miracolo economico a mistero di rapida decadenza. Un iter che ha interessato non solo l’auto e l’indotto, ma anche l’industria siderurgica e chimica del nostro Paese.
Se si vuole individuare un colpevole, forse risiede in quella diatriba tra guelfi e ghibellini tuttora in atto anche sotto forma di governo e opposizione, imprenditori e sindacati.
Forme di contrapposizione ideologica sbandierata nel nome del popolo italiano. Popolo adoperato, quindi tradito, che oggi si risveglia con un grosso, iconico pezzo storico in meno.
Fa dunque rabbia ascoltare frasi come: «non chiudere gli stabilimenti in Italia e preservare la forza lavoro», rattristano anche i brividi.
Ma questa è solo un’opinione, nessun dipendente e nessun dirigente perderà il posto, anzi le nuove opportunità di trasferimento nelle fabbriche indiane faranno scoprire loro nuove esperienze. E qui mi fermo perché è sbagliato far terrorismo informatico. Iveco avrà davanti un futuro roseo e migliore!?
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Spero proprio che la storia non si ripeta perché, chi ha lavorato in Aspera, non può dimenticare i cartelli Embraco sparsi in tutta l’azienda con la scritta “la visione del futuro ” e non rabbrividire davvero a leggere che l’Iveco diventa indiana
Architetto,hai scritto bene Tu in questo articolo che condivido totalmente.
Alcuni giorni fa passando dalla curva delle 100 lire in lungo stura lazio ci si accorgeva della fila dei tir che attendevano l entrata allo scarico merci di iveco , e allora tra me e me mi dicevo.. però questa si che è ancora una fabbrica Italiana che ..funziona ..a ..Torino.
ahimè tutto …cancellato.. ,
Ora direi che della.. Fiat ..non ci sono che i…ricordi..
Che tristezza…
Ahimè
oltre alla tristezza c’è anche un qualcosa che offende da ogni punto cardinale sia a causa delle dichiarazioni di continuità esternate solo un mese fa in un clima massonico di malcelata segretezza, oltretutto conservata dagli stessi dipendenti “di un certo livello” che si accorgeranno tardi di essersi impallinati da soli, riceveranno offerte o ricchissima buonuscita o chissà cosa, ma a mio parere ne porteranno segni interiori
Il livello di certa imprenditoria è sconfortante. Da una politica che non fa altro che azzuffarsi e dove la meritocrazia non brilla, non ci si può aspettare che disattenzione o interventi di facciata.
Ciao Architetto, che aggiungere ad un’analisi non faziosa come questa. Mi vengono in mente le mille Boite, lo scrivo maiuscolo perché se lo meritano, sparse in Torino perse per sempre. Ogni portone ospitava una o più aziende, che sostenevano le richieste Fiat e di un intero ciclo produttivo, centinaia e centinaia di persone capaci nel loro lavoro, mani esperte. Sono triste
proprio così, i torinesi come noi lo sanno, in ogni cortile c’era un’azienda, oggi silenzio! Ecco perché siamo tristi, lo sentivamo vicino a noi il fermento della città, questo e altro. E pensare che c’erano scioperi, la gente si lamentava perché c’era lavoro!
Penso che Elkann, da buon figlio di buona mamma (essendo Ebreo lo si può definire solo in via matrilineare…) ebrea, appena ha visto i soldi ha subito preferito guadagnare qualcosa, dopo gli esborsi (per gli avvocati e il Fisco) da 850 mln per la causa familiare/ testamentaria. Dimenticando i 3 miliardi avuti da Conte pochi anni fa e tutti gli altri nel corso degli anni, altro che manovra finanziaria….Dispiace per gli operai, per il vanto Italiano di possedere una fabbrica così importante di camion, di altro depauperismo economico in casa. E’ inutile controbattere, è l’EU che lo vuole, siamo fatti fuori da tutti, soprattutto dal fuoco amico. Dispiace per le generazioni future, anche se so che non se ne fregano proprio, pensano di poter guadagnare senza costruire nulla e, così facendo, non si potrà andar lontano. Si salvi chi può
in pratica è così. Il sottoscritto, da torinese poi, quando passava in lungo stura Lazio dove c’è l’Iveco (2 km da casa) fin da ragazzo godeva nel vedere le file di grossi camion (allora erano mezzi ottimi), pronti per la consegna.. Adesso invece vorrei concludere con un ultimo, amaro commento: “forse non è un male, gli indiani finalmente torneranno a costruirli come si deve!