La suora uccisa in via Asti (1986)
Quando sentivano nominare via Asti, i vecchi Torinesi ricordavano subito la caserma La Marmora al civico 22, sede del comando della Guardia Nazionale Repubblicana. Un luogo dalla fama sinistra, il cui ricordo era ancora abbastanza vivo, al di fuori delle celebrazioni resistenziali, almeno fino ad alcuni anni or sono.
Nella Torino noir, via Asti è ricordata per un omicidio rimasto impunito, avvenuto nella notte fra il 2 e il 3 gennaio 1986, al civico 32, nell’elegante palazzina liberty dell’Istituto Pro Infantia, sorto nel giugno del 1907 col nome di Pro Infantia Derelicta, dove vengono ospitati bambini orfani, figli di detenuti e di famiglie problematiche. In quell’anno l’Istituto è affidato alle suore terziarie francescane.
Il 3 gennaio 1986, alle 7:00, una religiosa scende al pianterreno e nota la porta dell’ufficio di direzione aperta con la serratura scassinata, come anche il cassetto della scrivania.
Avverte la madre superiora che esce dalla palazzina, suona il campanello di un vicino per chiedere aiuto: «Ci sono i ladri, chiami la polizia». L’uomo accorre, mentre la moglie chiama il 113. Intanto, tutte le suore sono scese nell’ingresso, ma manca suor Rosangela, che dorme in una camera al piano terreno accanto a quella dei bambini.
La superiora chiede all’addetta alle pulizie, appena giunta al lavoro, di andarla a chiamare: forse è rimasta addormentata. La donna raggiunge la camera della monaca ed entra: la trova bocconi sul letto, con la camicia da notte strappata. Al suo urlo accorrono tutte le religiose. Un’altra telefonata al 113: «Hanno ucciso una suora». Arrivano le volanti della Mobile, il vicequestore Piero Sassi, il capo della Omicidi Aldo Faraoni.
La vittima è Silvana Gasperini, di 37 anni, originaria di Cividate al Piano (Bergamo). Il padre, emigrato in Svizzera, fin da bambina l’aveva affidata per gli studi a un istituto religioso elvetico. A diciotto anni, col nome di Suor Rosangela, è entrata nell’Ordine terziario francescano, col proposito di assistere bambini abbandonati ed emarginati. Per qualche mese è rimasta a Susa, nella Casa Madre, poi è stata trasferita in via Asti, a Torino. Il padre è mancato nel 1972, la mamma nel 1979, ha ancora un fratello in Svizzera, zii e cugini nella Bergamasca.

Suor Rosangela è stata vista ancora in vita dalla madre superiora, nella sera del 2 gennaio 1986, verso le 23:30, quando, dopo i saluti, si è ritirata nella sua stanza.
Questa la ricostruzione della tragica notte. Verso le due del mattino, due malviventi si sono introdotti nella palazzina, sono penetrati nell’ufficio della direzione e qui hanno scassinato la serratura del cassetto della scrivania, dove hanno preso circa 400 mila lire. Hanno poi raggiunto la stanza di suor Rosangela per prelevare il salvadanaio coi risparmi dei bambini. Forse cercavano anche dell’oro. La suora si è svegliata e ha tentato di chiedere aiuto, ma uno dei due, con una mano le torce il braccio dietro la schiena, mentre con l’altra le schiaccia il viso contro il cuscino per impedirle di gridare, fino a soffocarla. Poi l’ha gettata sul letto a faccia in giù. La camicia da notte strappata, indica che lei, anche se minuta e fragile, ha cercato disperatamente di difendersi. L’autopsia ha accertato che è stata soffocata tra le due e le tre di notte. Intanto, il complice ha rovistato nei cassetti, ha preso il salvadanaio e un borsello di suor Rosangela con 200 mila lire. Poi sono fuggiti. La Stampa illustra con un disegno di Enrico Pandiani il tragitto compiuto dai malviventi nell’Istituto.
In breve, gli investigatori della Mobile annunciano di aver identificato i responsabili dell’uccisione. Sono due fratelli nomadi, Boban che dice di aver 13 anni (i poliziotti ritengono che ne abbia due di più per la sua corporatura) e Nenado, che ne dichiara 12. Nenado, la sera del 31 dicembre 1985, è stato sorpreso a rubare in un alloggio di corso San Maurizio ed è stato affidato all’istituto di via Asti, secondo la prassi seguita in caso di reati attuati da minori di 14 anni. Suor Rosangela si è occupata di lui: dopo la doccia, gli ha consegnato abiti puliti e lo ha ristorato con caffelatte e biscotti. Il giorno successivo Nenado è fuggito: da una finestra di un locale attiguo alla stanza della religiosa, si è calato nel giardino interno e da qui è salito su una scala appoggiata al muro di cinta, in vicinanza di un albero di fico: ha così potuto scavalcare il muro e saltare nel cortile di un condominio di corso Quintino Sella 45, sul lato opposto dell’isolato. Di qui è uscito superando la cancellata sul corso Sella: lo ha visto un inquilino del condominio.
I ladri sono entrati nella palazzina delle suore percorrendo lo stesso tragitto, ma a ritroso: hanno scavalcato la recinzione del condominio di corso Sella, hanno attraversato il giardino, superato il muretto che confina col cortile dell’Istituto e sono penetrati nella palazzina. È un percorso complicato, difficile da individuare dall’esterno. Certamente conoscevano la pianta dell’edificio e sapevano dov’era la direzione e dov’era custodito il danaro. È sparito un giocattolo, variamente descritto dalle cronache, ad avvalorare la tesi che all’uccisione abbia partecipato un ragazzo.

Quella notte, i fratelli si sono introdotti nell’Istituto e uno di loro ha ucciso la monaca? Oppure il ragazzo ha indicato a qualcuno come arrivare nella stanza della suora e cosa rubare?
Il padre dei due, Miograd, di 34 anni, viene fermato domenica 5 gennaio nel campo nomadi di via Paolo Veronese mentre si nasconde in una baracca non sua. È accusato di aver indotto un minore a commettere reati. Qualche ora prima i poliziotti hanno trovato anche i due ragazzi. Fra il sabato e la domenica, alla ricerca della refurtiva, vengono setacciati una decina di campi che circondano la città. Non si trovano tracce del salvadanaio e neppure del giocattolo che una benefattrice aveva regalato all’Istituto ed era ancora imballato nella sua scatola. I due fratelli, interrogati, negano. Il magistrato ordina una serie di perizie. Non ci sono documenti per provare l’età dei ragazzi e in Questura spiegano ai giornalisti che: «I giovani nomadi dichiarano un’età inferiore a quella reale perché sanno che sotto la soglia dei 14 anni un minore non è punibile». Il professor Torre dell’Istituto di Medicina Legale illustra i metodi per stabilire l’età dei ragazzi, la radiografia panoramica dei denti e l’esame dei nuclei di ossificazione del polso.

Mercoledì 22 gennaio padre e figli tornano in libertà dopo 17 giorni. Gli indizi raccolti dalla Mobile contro i tre sono labili. Manca una prova risolutiva. Per il sostituto procuratore che coordina le indagini, la pista dei nomadi resta la più valida: per impedire che Miograd si allontani da Torino chiede al giudice istruttore di imporgli l’obbligo di risiedere in città e di presentarsi periodicamente in Questura. Per quattro anni la polizia segue questa pista, ma l’8 maggio del 1990, Miograd e i suoi due figli sono prosciolti.
Il delitto di via Asti entra fra i cold case.
Si torna a parlare di suor Rosangela quando, nell’aprile del 2000, il regista Dario Argento gira a Torino il suo film Non ho sonno che, secondo i giornali, sarebbe ispirato alla tragica vicenda. L’anno seguente, quando esce il film, appare che la morte della suora non ha corrispondenze con la trama.

Sempre nel 2001, intervistato dal giornale La Stampa, Piero Sassi «il miglior poliziotto d’Italia», afferma che il caso irrisolto di Suor Rosangela costituisce per lui un grande dispiacere (La Stampa, 24 giugno 2001).
Su questo caso sono reperibili in rete numerose ricostruzioni e, nelle varie versioni, si riscontrano talora particolari non secondari discordanti fra loro. Per il nostro racconto ci siamo basati sul libro di Piero Abrate, Storie assassine. Fatti di sangue e violenza che hanno sconvolto il Piemonte a cavallo del nuovo millennio, Ligurpress, Genova, 2016 (m.j.).
