Dai viaggi nel mondo alla ricerca spirituale: il colore come linguaggio dell’anima e strumento di trasformazione.
Susanna Viale, torinese, unisce una formazione artistica solida — Liceo Artistico, Accademia Albertina e la guida del maestro Sergio Albano — a studi in Scienze Politiche, antropologia, sociologia e dottrine spirituali. Viaggiatrice instancabile, ha visitato oltre sessanta Paesi, trasformando l’incontro con culture e simboli diversi in una ricerca pittorica che intreccia esoterismo, psicologia e spiritualità.
Autrice delle 78 tele dei Tarocchi Psicologici, esposte in sedi prestigiose in Italia e all’estero, espone dal 1974 in Europa, America, Africa e Asia. Sta realizzando la Casa dei Sette Colori, un museo a cielo aperto dedicato all’arte come percorso iniziatico.
Dal 2017 fa parte dei Pachamuralisti, creando opere pubbliche per comunità native in America Latina e Nord Africa. Ha collaborato con istituzioni internazionali, tra cui l’Unione Europea, ed è stata Presidente dell’AIAPI, partner ufficiale dell’UNESCO.
La sua poetica è chiara: l’arte come esperienza trasformativa, capace di toccare l’anima e generare consapevolezza.
Questa immagine di Susanna — Caos Cosmico — ha una forza che ti prende subito, come se ti tirasse dentro un vortice mentale e sensoriale.
Non è una foto, è quasi un organismo: un volto umanoide che sembra emergere da un magma di linee, spirali, colori saturi, come se la psiche si fosse fatta carne e galassia allo stesso tempo.

Quello che colpisce è il doppio movimento:
- verso l’interno, perché il volto è costruito come una mappa emotiva, con occhi enormi e un’espressione che non è né pacifica né inquieta, ma sospesa;
- verso l’esterno, perché tutto intorno c’è un brulicare di forme che ricordano nebulose, tessuti organici, correnti di energia.
Il titolo Caos Cosmico non è un vezzo: è proprio la chiave.
È un caos che non distrugge, ma genera. Un caos che sembra dire: “Dentro di noi c’è un universo che pulsa, e non è mai lineare”.
C’è anche una componente quasi totemica: il volto verde, le spirali, le texture che ricordano scaglie o membrane. È come se l’artista avesse creato un archetipo, una figura che sta tra umano, animale e cosmico.
Questo secondo quadro — Unione — è ancora più dichiaratamente relazionale rispetto a Caos Cosmico.
Qui l’artista non mette al centro un solo volto-archetipo, ma due presenze che si guardano, si sfiorano, si rispecchiano. È come se Susanna avesse trasformato la relazione in un organismo vivente, fatto di simboli, colori e correnti energetiche.
Cosa mi ha colpito
- Le due figure non sono semplicemente “accanto”: sono intrecciate, come se condividessero un campo energetico comune.
- Le ali, le spirali, gli occhi disseminati ovunque creano un’atmosfera da mitologia interiore, un mondo dove il simbolo è più reale del corpo.
- Il cuore stratificato in alto è un segno esplicito ma non banale: non è un cuore romantico, è un cuore cosmico, un centro di vibrazione.

Rispetto a Caos Cosmico, qui c’è meno caos e più armonia dinamica.
L’unione non è fusione: è dialogo tra differenze.
Le due figure hanno colori diversi, lineamenti diversi, energie diverse — eppure convivono in un equilibrio che sembra dire: “L’altro non è una minaccia, ma un’espansione del mio mondo.” È un quadro che parla di: complementarità, dualità che non si annulla incontro tra maschile e femminile interiori relazione come trasformazione.
Forse a qualcuno quest’arte potrebbe turbare
Che turbi o che affascini, tocca qualcosa di profondo. E questo, in fondo, è il segno di un linguaggio che non parla solo alla mente, ma a quella parte più antica e intuitiva che tutti portiamo dentro.
L’arte di Susanna tocca, profondità arcaiche.
Evoca forme, colori, strutture che appartengono a un immaginario primordiale:
maschere, spirali, occhi, ali, figure ibride, geometrie che ricordano culture antiche, africane, precolombiane, mediterranee.
Non perché lei “copi” quelle tradizioni, ma perché attinge a un luogo interiore dove i simboli non hanno ancora un nome, ma hanno già una forza.
È quello che gli antropologi chiamano immaginario originario: ciò che precede la cultura e che ogni cultura, poi, declina a modo suo.
Il colore come antidoto al turbamento
“l’insieme dei colori, la loro linearità, credo che possa coprire questi turbamenti ancestrali come la luce copre l’oscurità ridimensionando paure”.
Il colore, nella sua opera, non è decorazione: è cura.
È come se la parte luminosa dell’anima prendesse per mano quella più antica e inquieta e le dicesse: “Puoi guardare senza paura.”
Basta non fermarsi alla superficie del simbolo, ma entrare nel suo movimento:
il caos che diventa ordine, l’ombra che trova luce, l’archetipo che si fa umano.
C’è chi vede il turbamento, invece chi vede la trasformazione.
Entrambi sono esatte, perché l’arte di Susanna contiene entrambe le forze:
la memoria antica che inquieta e la luce contemporanea che armonizza.
Ho voluto rendere omaggio a un’artista che non dipinge semplicemente figure o simboli, ma trasmette su tela la propria interiorità. Susanna mi racconta spesso che, quando inizia un’opera, non sa davvero dove la porterà: traccia i primi segni, i contorni, e poi la mano procede da sola, come se la mente si facesse da parte per lasciare spazio alle emozioni del cuore. È un gesto antico, quasi medianico, in cui l’artista diventa canale più che autrice.
Insieme condividiamo un cammino di ricerca che non è solo estetico, ma umano.
Un percorso fatto di domande, intuizioni, silenzi, e di quella forma di conoscenza che a volte si esprime in parole, altre volte in colori.
È in questo dialogo — tra pensiero e immagine, tra interiorità e mondo — che riconosciamo la nostra essenza di uomini: fragili, in cammino, eppure capaci di trasformare ciò che viviamo in qualcosa che parla anche agli altri.
