Rappresentare o interpretare la realtà?
La possibilità di utilizzare senza particolari limiti strumenti digitali capaci di modificare, migliorare e persino peggiorare una fotografia apre il sipario su nuove e interessanti discussioni.
Che cosa chiediamo oggi a un’immagine fotografica? Desideriamo che riproduca fedelmente ciò che si trovava davanti all’obiettivo oppure che esprima emozioni, ricordi e interpretazioni personali? E fino a che punto una fotografia può essere trasformata prima di perdere il proprio legame con la realtà?
A titolo d’esempio presentiamo, in alto, l’immagine originale e più in basso quelle ritoccate con IA:



Per comprendere il significato della rivoluzione introdotta dall’intelligenza artificiale è utile ripercorrere brevemente il lungo cammino attraverso il quale l’essere umano ha cercato di rappresentare il mondo.
Le prime immagini dell’umanità: la pittura.
La pittura nasce probabilmente da molteplici esigenze: lasciare una traccia, comunicare, raccontare, celebrare un rito o attribuire un significato simbolico agli animali e agli avvenimenti della vita.
Nella grotta di Liang Metanduno, sull’isola di Muna, in Indonesia, è stata scoperta una sagoma di mano realizzata con pigmento e risalente ad almeno 67.800 anni fa. Potrebbe essere opera di Homo sapiens e rappresenta, secondo le attuali conoscenze, una delle più antiche testimonianze di arte rupestre datate con sicurezza.
Sempre in Indonesia, nell’isola di Sulawesi, è stata individuata una scena figurativa risalente ad almeno 51.200 anni fa. L’immagine mostra alcune figure antropomorfe in relazione con un maiale selvatico. Non possiamo stabilire con assoluta certezza se rappresenti una scena di caccia, un racconto mitologico o un episodio rituale; possiamo però riconoscervi una delle più antiche narrazioni visive finora conosciute.
Queste testimonianze dimostrano che la capacità artistica non si è necessariamente sviluppata attraverso un progresso lento e lineare. Fin dalle prime pitture pervenute fino a noi, l’essere umano appare già capace di osservare, selezionare e sintetizzare la realtà, trasformandola in un’immagine dotata di significato.
Dalla rappresentazione all’interpretazione:
A partire dal V secolo a.C. l’arte greca raggiunse una notevole padronanza delle proporzioni, dell’anatomia e del movimento. La pittura greca è andata quasi completamente perduta, ma le testimonianze letterarie, la ceramica e le successive opere romane ci permettono di intuire il livello di naturalismo e di raffinatezza raggiunto.
Nel Rinascimento, tra il XV e il XVI secolo, possiamo parlare di una perfezione rappresentativa consapevole e scientificamente organizzata. La prospettiva geometrica, lo studio dell’anatomia, il chiaroscuro e l’osservazione della natura permisero di rappresentare lo spazio e il corpo umano con una coerenza mai sistematizzata prima in modo così completo.
Il Rinascimento, tuttavia, non inventò la capacità umana di osservare e rappresentare il mondo: trasformò quella capacità in un sapere teorico, geometrico e anatomico.
Con il Romanticismo, tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento, la pittura diventò esplicitamente espressione della sensibilità individuale. Il paesaggio non descriveva più soltanto la natura, ma rifletteva lo stato d’animo dell’artista: inquietudine, solitudine, nostalgia, terrore e percezione del sublime. Pensiamo alle opere di Friedrich, Turner, Goya e Delacroix.
Nel Postimpressionismo e nell’Espressionismo, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la realtà visibile venne trasformata ancora più radicalmente attraverso l’emozione interiore. Van Gogh alterava colori e forme per comunicare ciò che sentiva; Munch, con L’urlo, non rappresentava semplicemente una persona che grida, ma cercava di rendere visibile l’angoscia stessa.

Possiamo quindi individuare nel Romanticismo, intorno al 1800, uno dei momenti decisivi nei quali l’opera non cercò più di essere fedele soltanto a ciò che l’occhio vedeva, ma soprattutto a ciò che l’artista provava. Circa un secolo dopo, con l’Espressionismo, la realtà esterna divenne il materiale attraverso il quale rappresentare una realtà interiore.
La nascita della fotografia:
La fotografia nacque ufficialmente nella prima metà dell’Ottocento. La prima immagine fotografica permanente conosciuta fu realizzata dal francese Joseph Nicéphore Niépce, probabilmente tra il 1826 e il 1827. Intitolata Veduta dalla finestra a Le Gras, richiese un’esposizione di parecchie ore e venne impressa su una lastra di peltro ricoperta di bitume.
La data convenzionale della nascita pubblica della fotografia è il 19 agosto 1839, quando il procedimento messo a punto da Louis Daguerre venne presentato all’Accademia delle scienze e all’Accademia delle belle arti di Parigi. Per questa ragione il 19 agosto viene celebrato come Giornata mondiale della fotografia.
Il dagherrotipo produceva un’unica immagine positiva, estremamente nitida, sopra una lastra di rame argentata. Quasi contemporaneamente, l’inglese William Henry Fox Talbot sviluppò il negativo su carta, dal quale si potevano ottenere più copie positive. Il principio negativo-positivo sarebbe diventato la base della fotografia analogica successiva.
È però opportuno precisare che la fotografia delle origini non era ancora in grado di fermare un movimento o un’espressione della durata di pochi secondi. Le prime esposizioni erano molto lunghe. La possibilità di cogliere l’istante, il gesto e l’emozione fugace si sviluppò progressivamente grazie al miglioramento dei materiali fotosensibili e degli apparecchi.
Una svolta fondamentale avvenne nel 1888, quando George Eastman commercializzò la macchina fotografica Kodak con pellicola in rullo. Nel 1889 venne introdotta la pellicola flessibile trasparente in celluloide. Il fotografo poteva così impressionare una serie di immagini sopra un rullo negativo, dal quale ricavare successivamente le stampe positive su carta.
La moderna fotografia a colori su diapositiva si affermò con il Kodachrome, introdotto nel 1935. La pellicola negativa a colori destinata al grande pubblico arrivò nel 1942 con il Kodacolor. È interessante osservare che la diapositiva a colori moderna precedette quindi di alcuni anni la diffusione del negativo cromatico.

La fotografia diventa creazione:
La fotografia creativa nacque quasi contemporaneamente alla fotografia stessa. Già nell’Ottocento alcuni autori compresero che la macchina fotografica non era soltanto uno strumento per registrare il reale, ma poteva servire a costruire immagini, raccontare storie ed esprimere stati d’animo.
Nel 1840 Hippolyte Bayard realizzò l’Autoritratto in figura di annegato. Si fotografò fingendosi morto e accompagnò l’immagine con un testo ironico. La fotografia non documentava un avvenimento realmente accaduto, ma metteva in scena una finzione attraverso la quale l’autore esprimeva la propria delusione. Possiamo considerarla una delle prime fotografie concettuali della storia.
Negli anni Cinquanta dell’Ottocento si diffusero fotomontaggi e composizioni costruite. Nel 1857 Oscar Gustave Rejlander realizzò Le due strade della vita, combinando più di trenta negativi. Nel 1858 Henry Peach Robinson creò Fading Away, una drammatica scena familiare ottenuta assemblando diversi negativi.
Il movimento che rivendicò con maggiore decisione il valore artistico della fotografia fu però il Pittorialismo, sviluppatosi soprattutto tra il 1880 e il 1915.
I fotografi pittorialisti sfocavano intenzionalmente le immagini, intervenivano sui negativi e sulle stampe, utilizzavano nebbia e controluce e sceglievano procedimenti che facevano assomigliare la fotografia a un disegno, a un’incisione o a un dipinto.
Il loro obiettivo era dimostrare che il fotografo non fosse un semplice operatore al servizio di una macchina, ma un artista capace di imprimere nell’immagine la propria sensibilità. Tra i maggiori protagonisti del movimento troviamo Julia Margaret Cameron, Alfred Stieglitz, Edward Steichen e Robert Demachy.
Una seconda svolta avvenne negli anni Venti e Trenta del Novecento con Dadaismo, Surrealismo, Costruttivismo e Bauhaus. Man Ray sperimentò solarizzazioni e fotografie realizzate senza macchina fotografica, chiamate rayografie. László Moholy-Nagy utilizzò fotogrammi, sovrapposizioni e punti di vista inconsueti. I surrealisti trasformarono la fotografia in uno strumento per esplorare il sogno e l’inconscio.
La manipolazione fotografica, dunque, non è nata con il computer e neppure con l’intelligenza artificiale. È sempre stata presente, attraverso la posa, la scelta dell’inquadratura, l’illuminazione, il ritocco, il fotomontaggio e gli interventi effettuati in camera oscura.
Dalla pellicola all’immagine digitale:
Con il passaggio dalla pellicola al digitale la fotografia ha conosciuto una nuova trasformazione. L’immagine non è stata più registrata attraverso una modificazione chimica del materiale fotosensibile, ma convertita in informazioni numeriche.
La diffusione delle fotocamere digitali, dei programmi di elaborazione e, successivamente, degli smartphone ha reso la modifica delle immagini sempre più semplice e immediata. Contrasto, luminosità, colori, nitidezza e proporzioni potevano essere cambiati senza intervenire fisicamente sopra un negativo.
Anche l’impiego di filtri colorati, obiettivi particolari e sistemi anamorfici aveva già consentito ai fotografi di interpretare la realtà anziché riprodurla fedelmente. Un vero sistema anamorfico, più che un semplice filtro, utilizza un obiettivo o un adattatore capace di comprimere otticamente l’immagine in senso orizzontale. Esistono poi filtri che ne imitano alcuni effetti, come i caratteristici riflessi luminosi orizzontali.
Ogni scelta tecnica ha sempre contribuito a trasformare ciò che si trovava davanti all’obiettivo in una visione personale.
La rivoluzione dell’intelligenza artificiale:
L’introduzione dell’intelligenza artificiale ha offerto nuove opportunità creative a chiunque desideri, per piacere o per lavoro, trasformare immagini fotografiche senza possedere necessariamente una preparazione tecnica specialistica.
L’IA può modificare il cielo, eliminare o aggiungere persone e oggetti, ringiovanire un volto, cambiare un’espressione, ricostruire parti mancanti e trasformare completamente l’atmosfera di un paesaggio.
La vera novità non consiste quindi nell’aver inventato la manipolazione fotografica, ma nell’averla resa estremamente potente, rapida e accessibile. Operazioni che un tempo richiedevano esperienza, strumenti professionali e molte ore di lavoro possono ora essere realizzate in pochi secondi.
I risultati di queste autentiche manipolazioni possono suscitare interesse, meraviglia, curiosità, sgomento o fastidio. Le reazioni dipendono in parte dallo stato psicologico di chi osserva, ma non possono essere utilizzate da sole per ricavarne un giudizio o una diagnosi sulla sua personalità.
La medesima immagine può essere percepita come gradevole in un momento e artificiosa o inquietante in un altro.
Lo stato d’animo svolge certamente un ruolo importante. Quando siamo sereni possiamo accogliere più facilmente colori vivaci, trasformazioni fantasiose e immagini idealizzate. In una condizione di tristezza o irritazione, gli stessi elementi potrebbero apparirci eccessivi, falsi o disturbanti.
Conta anche l’aspettativa. Se desideriamo soltanto un miglioramento tecnico, una trasformazione molto evidente può infastidirci. Se invece ci aspettiamo un’opera fantastica o visionaria, la stessa trasformazione può entusiasmarci.
Siamo inoltre particolarmente sensibili alle modifiche dei volti delle persone che conosciamo. Anche una piccola variazione degli occhi, del sorriso o delle proporzioni può farci pensare: «Gli somiglia, ma non è più lui».
Non deve essere sottovalutato neppure il bisogno di autenticità. Alcune persone apprezzano l’idealizzazione; altre avvertono disagio quando rughe, imperfezioni o caratteristiche personali vengono cancellate. Ciò che per qualcuno rappresenta un miglioramento può essere percepito da un altro come perdita dell’identità.
Persino i paesaggi possono provocare reazioni contrastanti. Un cielo drammatico può essere bellissimo in un’immagine dichiaratamente artistica, ma apparire ingannevole se la fotografia viene presentata come una testimonianza documentaria.
Diventa quindi essenziale distinguere fra fotografia documentaria e immagine creativa. La libertà di trasformare un’opera non dovrebbe essere confusa con la possibilità di presentare come autentico ciò che autentico non è.

Quale realtà vediamo?
Rimane infine una considerazione sulla cosiddetta “visione della realtà”.
Gli animali non vedono tutti come noi. Ciascuna specie percepisce colori, profondità, movimenti e dettagli in modo differente, secondo le proprie caratteristiche biologiche e necessità evolutive. Non esiste pertanto un’unica immagine oggettiva del mondo condivisa da tutti gli esseri viventi.
Il tema della diversa percezione del mondo negli esseri viventi merita naturalmente un approfondimento specifico e sarà oggetto di una prossima riflessione.
Anche l’essere umano vede soltanto una parte molto limitata delle radiazioni presenti nell’ambiente. Il nostro cervello seleziona e interpreta continuamente le informazioni ricevute dagli organi di senso, costruendo una rappresentazione utile della realtà.
La fotografia aggiunge un ulteriore livello di mediazione: prima interviene l’occhio del fotografo, poi l’obiettivo, quindi il sensore o la pellicola e, infine, l’elaborazione dell’immagine. Con l’intelligenza artificiale si introduce un altro interprete, capace di ricostruire ciò che vede sulla base di modelli matematici e di un immenso patrimonio di immagini precedentemente analizzate.
L’IA non rende automaticamente una fotografia più bella. Può renderla più spettacolare, armoniosa o tecnicamente perfetta. La bellezza dipende però anche dal fatto che l’immagine continui ad apparirci emotivamente vera, persino quando non è più fotograficamente autentica.
Forse, allora, la domanda più importante non è se un’immagine modificata rappresenti ancora la realtà, ma quale realtà desideri comunicarci: quella che si trovava davanti all’obiettivo, quella vissuta interiormente dal fotografo oppure quella immaginata dall’intelligenza artificiale.
Ognuno potrà trovare la propria risposta.

Immagine di copertina di G.Guerreri modificata con Chat GTP
Altre immagini di G.Guerreri dall’alto:
Notturno a Bergeggi – originale in alto e ritoccate con IA più in basso.
Campo di girasoli nelle Langhe
Nuvole dopo il tramonto ad Alba
Nubifragio nel golfo di Noli
Machu Picchu Ande peruviane 2.430 m
Bosco invernale Valle di Lanzo
Campi di Lavanda in Provenza


Bellissimo articolo. Grazie Giancarlo.
Grazie a te, è un argomento alquanto discusso e divisivo… ma dobbiamo parlare sempre di tutto. Il mio parere è che dobbiamo solo evitare di essere sopraffatti dalle manovre di coloro che ci vogliono strumentalizzare, e l’IA è solo uno dei tanti modi che questi esseri possono utilizzare. Come in tutte le cose quello che fa la differenza è soltanto l’uso che si fa degli strumenti che sua disposizione 😉
AI non AI, cosa importa. Il mio interesse riguardo la fotografia è stato sempre presente da quando ho avuto la possibilità di avere un mezzo per fare foto. Un mio zio faceva il fotoreporter e di mestiere il fotografo tuttofare come erano tempo addietro e mi aveva insegnato a stampare oltre a fare le fotografie e senza esposimetro considerato poco professionale (chi si ricorda delle Hasselblad e Rolleiflex 6×6 e Leica 35 mm). Ebbene….cosa importa…importante è fermare il tempo perchè questo riesce a custodire per sempre le nostre emozioni, gli affetti e i ricordi più veri della nostra vita. Un ringraziamento a Giancarlo per la sua continua opera di divulgazione.
Grazie carissimo… cerchiamo di affrontare argomenti sempre nuovi per aprirci al dialogo e alle altrui considerazioni 👍🏼