Riceviamo e pubblichiamo
Condizione di profondo declino strategico
L’Italia, una penisola strategica al centro del Mediterraneo, si trova oggi in una condizione di profondo declino strategico, incapace di sfruttare i suoi intrinseci punti di forza e costretta a muoversi in un campo di manovra tattico estremamente limitato. Questo è il quadro sconfortante che emerge da recenti analisi geopolitiche, che tracciano una “radiografia” impietosa del Paese.
La Teoria della Grande Strategia Italiana:
In teoria, la strategia italiana, come quella di ogni collettività che mira alla sopravvivenza, dovrebbe concentrarsi su pilastri fondamentali. Tra questi, l’aumento della profondità difensiva, ovvero il controllo delle sponde circostanti – dai Balcani all’Africa, passando per il Mediterraneo occidentale – per prevenire minacce esterne. Cruciale sarebbe anche il controllo dei flussi marittimi e terrestri per la sua potente manifattura e una sfera d’influenza decisiva sulla sponda africana, fonte vitale di energia. Infine, l’Italia, pur essendo un paese mediterraneo, dovrebbe affermare la sua sfera d’influenza sul continente europeo.
La Cruda Realtà: Un Paese non Sovrano:
Tuttavia, queste ambizioni rimangono puramente teoriche. La ragione è chiara: l’Italia non è un paese sovrano. Fa parte di quella che viene definita la “sfera d’influenza americana”, un “Impero europeo dell’America”. L’egemone, gli Stati Uniti, non consente ai suoi “paesi satelliti” di perseguire una propria “grande strategia”, confinandoli alla mera “tattica”.
Punti di forza inutilizzati, debolezze strutturali:
Nonostante questa limitazione, l’Italia possiede punti di forza notevoli. La sua posizione centrale nel Mediterraneo, un bacino di crescente rilevanza globale, la rende teoricamente un crocevia inevitabile. L’omogeneità etnica e religiosa della sua popolazione, rara in Europa, dovrebbe permettere di assorbire shock interni senza frantumarsi. Le sue straordinarie capacità industriali, seconda manifattura d’Europa, sono un asset indiscusso. Il suo simbolismo e “brand” seducono a livello globale.
Eppure, questi vantaggi si trasformano in criticità. L’Italia non controlla nessuna delle sponde adiacenti; la Turchia, ad esempio, si è insediata a Tripoli e ha sostituito l’influenza italiana in Albania. Il paese è profondamente inserito nella catena del valore tedesco, divenendo ancillare alla Germania e perdendo autonomia sui propri flussi commerciali.
Il problema più grave, tuttavia, risiede nella sua demografia e psicologia collettiva. L’Italia è un paese vecchio, con una popolazione anziana che rifugge il dolore, la fatica e la “ricerca di potenza”, considerandola anacronistica. La propaganda interna ha spinto il paese a credere di essere “fuori dalla storia”, desideroso di “sciogliersi in sensi amorosi” con altre potenze, specialmente europee, senza comprendere la natura di competizione tra nazioni. Questo porta all’assurdo di una “penisola senza mare”, dove il Mediterraneo, da grande opportunità, viene visto con “orrore”, solo come fonte di preoccupazioni come migranti o movimenti di potenze ostili.
Una tattica di sopravvivenza:
Il “Che Fare?” Di fronte a tale scenario, la domanda è: “che fare?”. La strada è stretta, ma esiste un margine di manovra tattico.
L’Italia dovrebbe:
- Allentare i legami con la sfera produttiva tedesca, anche a costo di sacrifici economici, cercando nuovi mercati e accettando la “sofferenza” come parte della ricerca di potenza.
- Sfruttare la propria “rendita simbolica e di disperazione” per attirare l’interesse delle massime potenze, giocando un “doppio gioco” con attori come Cina e Russia per ottenere attenzione americana, senza però arrivare al punto di rottura con Washington.
- Bluffare con l’uso della forza militare. Per avere voce in capitolo nel Mediterraneo, l’Italia deve almeno minacciare l’uso della forza, come fanno tutte le potenze.
- Agganciarsi agli Stati Uniti per frenare le potenze continentali come Germania e Francia, evitando di divenire completamente ancillare ad esse.
- Rinnovare la propria “pedagogia nazionale”, abbandonando l’ideologia e la propaganda che la vogliono “fuori dalla storia”. È necessario comprendere che l’Europa è un’arena di interessi, e il Mediterraneo un mare da vivere attivamente, pronti anche ai “patimenti”.
Si tratta di un percorso “difficilissimo da attuare”, che richiede una pianificazione decennale o trentennale. La sopravvivenza dell’Italia come nazione dipenderà dalla sua capacità di recuperare una “inclinazione di potenza” e di accettare che la storia non è finita.
