Non è una provocazione anonima comparsa sui social, è una definizione utilizzata pubblicamente da Gabriele Segalla, medico che da anni concentra la propria attività di ricerca e divulgazione sulle caratteristiche chimiche e tossicologiche dei vaccini a mRNA.
Ma cosa c’è, concretamente, dietro questa affermazione?
È questa la domanda che dovrebbe interessare chiunque voglia affrontare seriamente una vicenda che, al di là delle convinzioni personali sui vaccini, riguarda chimica, farmacologia, sicurezza dei medicinali e responsabilità.
La questione non è soltanto l’mRNA
Nella ricostruzione proposta da Segalla, il punto di partenza è relativamente semplice: per comprendere gli effetti di un prodotto farmaceutico non basta guardare soltanto al suo principio attivo, bisogna considerare l’intero sistema che lo porta nell’organismo, nel caso dei vaccini a mRNA, entrano quindi in gioco le nanoparticelle lipidiche (LNP) e i loro componenti.
Tra questi c’è l’ALC-0315, uno dei lipidi utilizzati nella formulazione di Comirnaty, ed è proprio su questa sostanza che Segalla concentra una parte significativa delle proprie contestazioni.
La sua tesi è che la valutazione tossicologica e metabolica di questo componente debba essere esaminata con particolare attenzione, considerando non soltanto la molecola originaria ma anche ciò che può accadere dopo la sua introduzione nell’organismo.
In altre parole: che cosa succede realmente a quelle molecole dopo che il prodotto è stato somministrato?
È qui che il ragionamento di Segalla compie il salto più importante.
Nel suo intervento del settembre 2026, il ricercatore utilizza esplicitamente l’espressione «arma chimica» e chiama in causa chi avrebbe progettato e autorizzato il prodotto, chiedendo spiegazioni sulla scelta dei componenti e sulla loro caratterizzazione chimica e tossicologica.
Non è più, dunque, una discussione sull’opportunità della vaccinazione, è un’accusa che investe direttamente il processo attraverso il quale un prodotto è stato progettato, caratterizzato, valutato e autorizzato, e proprio per questo richiede una verifica molto più rigorosa di quella che normalmente accompagna una polemica sui vaccini.
Una domanda scomoda
C’è una domanda che, in una discussione seria, dovrebbe essere posta senza paura: la caratterizzazione chimica e tossicologica dei componenti delle nanoparticelle lipidiche è stata sufficientemente approfondita?
Se la risposta è sì, occorre mostrare i dati, se la risposta è no, occorre capire quali aspetti siano stati trascurati e perché.
E se le conclusioni di Segalla sono sbagliate, il modo più efficace per dimostrarlo non è ridicolizzarle, ma confutare le sue analisi nel merito, cosa ad oggi non avvenuta.
La questione, quindi, non dovrebbe essere trasformata nell’ennesimo referendum tra «pro-vax» e «no-vax», quella contrapposizione non risponde alla domanda, la domanda è molto più concreta: le accuse scientifiche formulate da Segalla sono sostenute dai dati? i documenti regolatori e la letteratura scientifica disponibile rispondono adeguatamente alle criticità che egli solleva?
È davvero «l’ora dell’accusa»?
Il titolo scelto da Segalla — «È l’ora dell’accusa» — contiene già una tesi: quella secondo cui la questione non sarebbe più soltanto scientifica, ma potrebbe assumere anche una dimensione di responsabilità, ma proprio per questo la soglia della prova deve essere altissima.
Un’accusa straordinaria non diventa vera semplicemente perché viene pronunciata da un medico, così come non diventa falsa semplicemente perché mette in discussione una posizione istituzionale, deve essere verificata.
Ed è forse questo il punto più interessante dell’intera vicenda, non chiedersi in anticipo da quale parte stare, ma chiedersi quali documenti abbiamo, quali dati sono disponibili e che cosa quei dati consentono realmente di affermare, perché se le contestazioni di Segalla non reggono, sarà possibile dimostrarlo.
Ma se alcune delle sue domande rimangono senza risposta, ignorarle non farà scomparire il problema, una frase come «i vaccini Covid sono armi chimiche» non dovrebbe essere né creduta sulla parola né archiviata con una risata.
