Non è un dettaglio giudiziario, non è soltanto l’ennesimo capitolo di una tormentata vicenda politica rumena, è un fatto che, inevitabilmente, riapre una ferita ancora non rimarginata, quella del rapporto tra potere politico, magistratura e volontà popolare in Romania.
Ieri 21 settembre 2026 Georgescu è stato fermato dagli investigatori della DIICOT, la procura rumena specializzata nella criminalità organizzata. Gli inquirenti hanno perquisito cinque immobili a Bucarest e nelle località di Mogoșoaia, Ciolpani e Buftea. Dopo quasi nove ore di perquisizioni nella sua abitazione, Georgescu è stato portato nella sede della DIICOT e quindi formalmente trattenuto per 24 ore. La procura ha annunciato l’intenzione di chiedere al giudice la custodia cautelare per 30 giorni.
Le accuse sono gravi: costituzione di un gruppo criminale organizzato e truffa con conseguenze particolarmente gravi, in forma continuata. Secondo la ricostruzione degli investigatori, tre persone avrebbero operato insieme dal 2021 per convincere un imprenditore rumeno della possibilità di ottenere un finanziamento internazionale, chiedendo in cambio garanzie economiche. Il presunto danno ammonterebbe a oltre 1,1 milioni di euro.
Ma c’è una parola che non dovrebbe mai scomparire da questa vicenda: presunto.
Georgescu è indagato, non è stato condannato, le accuse della procura devono essere sottoposte al giudizio dei tribunali e alla verifica del contraddittorio.
Ed è proprio qui che comincia il problema politico.
Perché l’uomo che oggi viene portato fuori dalla sede della procura è lo stesso Călin Georgescu che nel 2024 aveva sconvolto il panorama politico rumeno, arrivando primo al primo turno delle elezioni presidenziali. Quel processo elettorale fu successivamente annullato dalla Corte costituzionale rumena.
Da allora, ogni procedimento che riguarda Georgescu viene inevitabilmente letto attraverso quella frattura.
Per i suoi sostenitori, il nuovo arresto può apparire come l’ennesimo episodio di una persecuzione politica e la giustizia deve essere abbastanza forte da perseguire un eventuale reato, ma anche abbastanza trasparente da convincere persino chi non si fida delle istituzioni e le autorità rumene hanno una responsabilità enorme.
Non basta dire che esiste un’inchiesta. Bisogna spiegare, nei limiti consentiti dalla legge, quali fatti vengono contestati, quali prove li sostengono e quale sia il nesso concreto tra Georgescu e il presunto meccanismo criminale.
Perché quando l’indagato è un uomo che ha rappresentato una parte significativa dell’elettorato rumeno, ogni errore procedurale, ogni ambiguità e ogni eccesso comunicativo rischiano di trasformarsi in benzina per la sfiducia.
E la sfiducia è il vero pericolo, non soltanto per Georgescu, non soltanto per i suoi avversari, per le istituzioni rumene.
