I Vescovi oggi hanno paura di esporsi e di sfidare le Lobby. Monsignor Riboldi prese per il bavero un camorrista.
In una Chiesa Cattolica che non riesce più ad attrarre l’interesse dei fedeli vanno ricordati quegli uomini che hanno mantenuta viva la fede, anche nelle condizioni più complicate.

Uno di questi è sicuramente Monsignor Antonio Riboldi, proveniente dall’Istituto della Carità, seguace del beato Antonio Rosmini, che, nel 1978, è stato chiamato da Papa Paolo VI ad essere Vescovo di Acerra e che l’11 marzo dello stesso anno è stato Consacrato vescovo dall’Arcivescovo di Palermo, Cardinale Salvatore Pappalardo.
Da Vescovo di Acerra, Monsignor Riboldi ebbe a dire: “Voglio raccontarvi un fatto che mi è successo. Dalle mie parti c’è una camorra che è nient’altro che una lebbra. La lebbra si cura con pastiglie, quella lebbra non va via con pastiglie, neanche con una dose da cavallo, anzi, ci casca il cavallo!”.
Questo per far capire a chi legge lo spessore e la levatura morale del Vescovo rosminiano.
Riboldi, parlando con il suo uditorio, disse: “Incontrai uno di quei camorristi, era uno della mia città, molto importante, la gente diceva che aveva 400 killer alle sue dipendenze, era una potenza, in Campania. Tanto per intenderci, da quell’uomo dipendevano i più grossi affari della Campania”.
Parole che non lasciano molto spazio all’immaginazione. Monsignor Riboldi era uno che non andava per il sottile e che diceva le cose per quello che erano.
Il suo racconto si fa particolareggiato quando spiega: “Un giorno, avendo sentito che in cattedrale avevo urlato contro di loro, mi fermò in piazza del Duomo e mi affrontò. Aveva due o quattro guardaspalle, cominciò: “Eminenza”. Ribadii subito: “Non sono cardinale, grazie!”. Allora riprese: “Eccellenza, lei è una persona intelligente, può fare carriera, lei domani potrebbe essere un…” – fa un gesto un po’ seccante e poi continua – ‘lei alla domenica farebbe meglio a non parlare di noi, parli della Madonna, dei santi, verremmo anche noi’”.
Vescovi della levatura di Antonio Riboldi ce ne sono molto pochi. Tantissimi vescovi, negli anni, hanno trattato e dialogato con camorra, ‘ndrangheta, mafia, sacra corona unita, pur di non avere ritorsioni e per “portare a casa la pelle”.
Monsignor Riboldi, con quella sana incoscienza che deriva dalla Fede in Gesù Cristo, invece, prosegue: “Non ci ho più visto: pensava di spaventarmi? Ebbi un raptus improvviso e lo presi per il bavero e gli dissi: ‘Ma scusi, lei chi crede di essere per dire a un vescovo quello che deve fare e dire? Ma chi è lei? Non solo io dico quello che dico, ma dico anche di più e dico a lei che come da sbaglia e urlerò sempre che non si può ammazzare, né rubare, né permettersi di comandare in questo paese. Lei è un uomo qualunque, è avvertito!’”.
Il racconto non rende bene l’idea se non si conoscono la supponenza e il senso di onnipotenza che alberga nella mente e nel cuore dei camorristi. Monsignor Riboldi ha compiuto un gesto che gli poteva veramente costare una rivoltellata.
Il fatto è accaduto in piazza, mentre Monsignor Riboldi saliva le scale del Duomo per entrare in Cattedrale. Vi erano le persone, la gente ha visto e il camorrista, moralmente annientato, ha solo balbettato: “Ah, ma questa è guerra! Volete la guerra, la guerra!”.

Monsignor Riboldi, a mente fredda, spiega poi: “Voi direte che sono stato matto! No, sono stato un vescovo che se non avesse fatto così non sarebbe più stato un vescovo ma un vigliacco! Certo, mi sono reso la vita difficile, molto difficile, ma non c’era altra soluzione. Avrei potuto fare i fatti miei, non parlare. Invece, ho perfino detto che mi ammazzassero. Quindi i miei fratelli cristiani che dicono che fanno i fatti loro e non sono vigliacchi… pensiamoci! Certo, qualcuno potrebbe ribattere che io sono vescovo, che posso fare questo ma gli altri no; che il Vangelo è per il vescovo e non per i camorristi. No, no! E’ per parlare del male nel mondo, in mezzo ai lebbrosi e guarirli. Ecco che cos’è il Vangelo”.
Con questo racconto si vuole mettere in evidenza come il Vangelo obbliga tutti i Cristiani – proprio tutti – a spendersi per la realizzazione, già su questa terra, della giustizia propria del Regno di Dio.
Bisogna dirle queste cose perché – in questo 2025, anno del Giubileo – la Chiesa Cattolica si trova a fare i conti con il “pride month”, ossia quel mese in cui la Lobby LGBT invade le strade delle principali città italiane, con la complicità di sindaci, assessori e amministratori locali, per “celebrare la comunità arcobaleno”. Cosa c’è da celebrare?
A detta della rivista “ELLE”: “Quest’anno sono circa cinquanta le città che hanno confermato lo svolgimento di un Pride per l’edizione 2025. Un’adesione sempre più ampia e partecipata”.
La domanda che moltissimi Cristiani Cattolici si fanno è: i Vescovi delle città coinvolte dal “carnevale fuori stagione” cosa pensano di fare? La Chiesa Cattolica esorterà, nelle Cattedrali e nelle Parrocchie, i propri fedeli a non prender parte a queste iniziative?
I Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, gli operatori pastorali, avranno il coraggio di dire a sindaci, assessori, consiglieri – che si dicono Cattolici – che dare il patrocinio al “gay pride” va palesemente contro la Dottrina e contro la Parola di Dio?
Il mese di giugno è appena iniziato. Vedremo cosa accadrà ma, ahinoi, quasi sicuramente, constateremo come non vi sono poi tanti vescovi con la tempra e la fede di Monsignor Antonio Riboldi.

Realtà molto triste, caro Elia. Per non parlare della desolante situazione dei vescovi del Piemonte, in gran parte sevili del pensiero unico.Che amarezza!
Concordo con chi ha scritto il precedente commento! E mi chiedo come possano dormire la notte cardinali vescovi e preti tutti se vivono da codardi omertosi e lasciano offendere Dio e il suo santo progetto d’amore; e in più bazzicano la massoneria che è satanista e fa di tutto per distruggere il cattolicesimo con progetti come quello di Abu Dabi che punta a parificare il Padre di Gesù e la sua Parola con le religioni pagane, l’Islam, l’induismo ecc. Ormai hanno l’anima coperta dalla cenere dell’inferno
Nel cuore si prova una pena grande, per l’incapacità di fare qualcosa. Anche nella mia città quest’anno per la prima volta il 26 luglio ci sarà il gaypride ed è tremendo.Almeno si dovrebbe pregare dalla mattina alla sera e implorare Dio a gran voce e invece niente mi viene una gran pena,non so cosa fare