9 Marzo 2026

3 thoughts on “Lefebvriani dinanzi a un bivio: “falsa chiesa” o ancora ipocrisia?

  1. I sacerdoti della Fraternità San Pio X, a quanto mi consta, hanno sempre celebrato, anche negli anni della scomunicata, in comunione con il Papà regnante. In ciò differenziandosi radicalmente da “sede vacantisti” e “sede pro azionisti” dai quale Minutella ha preso la questione dell'”una cum”

    1. Egregio, ho molta più stima dei sedevacantisti e dei sedeprivazionisti piuttosto che dei Lefebvriani che – per me – sono dei sepolcri imbiancati.

  2. Il “Piccolo Resto Cattolico” avrà avuto ragione sin dall’inizio, ma è finito nel torto essendo anch’esso impaniato in una situazione d’apparente ipocrisia. Don Alessandro Minutella si lascia infatti considerare papa-Leone-di-Maria senza mai avere formalmente accettato la supposta designazione celeste per acclamazione dei presbiteri ispano-americani e dei confratelli del Sodalizio: peggio, lascia che costoro celebrino in unione col Leone-di-Maria (mentre non si sa in unione con chi celebri egli stesso) quando è evidente che papa non è – e dunque si tratta di messe illecite – se non altro perché non è vescovo. Anche infatti aderendo alla discutibilissima tesi del prof. Brunoni (rinunciando letteralmente al “ministero di vescovo di Roma”, Benedetto avrebbe separato il papato dal governo della diocesi di Roma e della Chiesa universale; i cardinali avrebbero così perduto la prerogativa di individuare, col vescovo di Roma, lo stesso deputato ad accettare dal Cielo il “munus” petrino; la designazione del papa sarebbe così possibile secondo le stesse modalità oggi vietate dal diritto canonico, specie dalla “Universi dominici gregis” ossia anche per acclamazione o ispirazione), rimane ciò nonostante che il papa in quanto capo del collegio apostolico, cioè dei vescovi, dev’essere vescovo a sua volta: ma don Minutella non lo è, sicché – a parte tutto il resto – persino nella sua ottica egli non è papa e commette un grave abuso ad approvare che confratelli e fedeli lo considerino tale, specie – ripeto – lasciando celebrare in unione con sé. Questo abuso sfocia in un situazione paradossale di “scisma implicito” ossia talmente ambiguo da sconfinare nella medesima ipocrisia condannata (giustamente) riguardo ai tradizionalisti cosiddetti “unacum”. Una enorme delusione per una parabola pastorale sostanzialmente ineccepibile (sugli atteggiamenti sorvoliamo) fino alla agnizione come grande-prelato (Monza, 29-6-2025), del tutto ridicola in assenza del requisito minimo per considerarla non dico plausibile ma almeno astrattamente possibile ossia, ancora una volta, la qualità di prelato e dunque di vescovo.

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