I Lefebvriani dovranno prendere una decisione che ha grande valore storico.
Il mondo dei Lefebvriani, il cosiddetto mondo della Tradizione, si trova dinanzi ad un bivio che difficilmente lascerà indenni coloro i quali sceglieranno la strada errata.

Il Fondatore del “Sodalizio Sacerdotale Mariano”, don Alessandro Maria Minutella, pur trovandosi in missione in Sud America, sulla vicenda ha scritto: “l’annuncio della comunità lefrebviana di consacrare nuovi vescovi senza il permesso di Roma ripropone la questione decisiva in un momento inaspettato”.
Il Superiore Generale della “Fraternità Sacerdotale San Pio X – FSSPX” sa benissimo che se consacreranno dei vescovi senza l’esplicito consenso del Vaticano, e dunque del Romano Pontefice, incapperanno nella “rottura della comunione con Papa Leone XIV” e violeranno la disciplina ecclesiastica prevista nel Codice di Diritto Canonico.
Don Pagliarani sa benissimo che se la FSSPX procederà ad una consacrazione non autorizzata da Oltre Tevere giungerà come una scure la scomunica latae sententiae stabilita dal Canone 1382 del Codice di Diritto Canonico.
Il Vescovo consacrante, così come il Vescovo consacrato, verranno scomunicati in un processo automatico di cui la Sede Apostolica dovrà solamente prendere atto.
Benissimo fa don Minutella a chiedersi: “Questi vescovi all’indomani della consacrazione, nel Canone della Messa quale nome pronunceranno? Evidentemente non più quello del falso papa di Roma, dal momento che diventano scismatici”.
La fattispecie della questione è assai interessante visto che sono anni che i fedeli della “Fraternità Sacerdotale San Pio X” vanno in giro con “la puzza sotto il naso” a chiamare “eretici”, “scismatici” e “settari” tutti quelli che non frequentano i loro priorati fatti di pizzi, merletti, cappe magne e damerini.

Nel 2026, i figli del capriccioso monsignor Marcel Lefebvre dovranno fare i conti con l’odio, il livore, la cattiveria che hanno riversato nei confronti della Sede Apostolica, valida sino al 13 marzo 2013.
Don Minutella spiega che “così coloro che per dodici anni si sono ostinati a dir Messa in unione con “papa Francesco”, d’improvviso si troveranno di fronte ad una scelta che diventa fondamentale”.
Siamo nel tempo di una “QUESTIONE DECISIVA”: stare nella “falsa chiesa” che intronizza Pachamama, approva la benedizione delle coppie LGBT all’altare, incoraggia la distribuzione della Comunione ai divorziati e risposati, oppure, riconoscere con umiltà e onestà intellettuale che il “Piccolo Resto Cattolico” ha avuto ragione sin dall’inizio.
La storia, come sempre, ci dirà come andranno le cose ma, sicuramente, ci saranno implicazioni non da poco per il popolo di Dio che trarrà le sue conseguenze.

I sacerdoti della Fraternità San Pio X, a quanto mi consta, hanno sempre celebrato, anche negli anni della scomunicata, in comunione con il Papà regnante. In ciò differenziandosi radicalmente da “sede vacantisti” e “sede pro azionisti” dai quale Minutella ha preso la questione dell'”una cum”
Egregio, ho molta più stima dei sedevacantisti e dei sedeprivazionisti piuttosto che dei Lefebvriani che – per me – sono dei sepolcri imbiancati.
Il “Piccolo Resto Cattolico” avrà avuto ragione sin dall’inizio, ma è finito nel torto essendo anch’esso impaniato in una situazione d’apparente ipocrisia. Don Alessandro Minutella si lascia infatti considerare papa-Leone-di-Maria senza mai avere formalmente accettato la supposta designazione celeste per acclamazione dei presbiteri ispano-americani e dei confratelli del Sodalizio: peggio, lascia che costoro celebrino in unione col Leone-di-Maria (mentre non si sa in unione con chi celebri egli stesso) quando è evidente che papa non è – e dunque si tratta di messe illecite – se non altro perché non è vescovo. Anche infatti aderendo alla discutibilissima tesi del prof. Brunoni (rinunciando letteralmente al “ministero di vescovo di Roma”, Benedetto avrebbe separato il papato dal governo della diocesi di Roma e della Chiesa universale; i cardinali avrebbero così perduto la prerogativa di individuare, col vescovo di Roma, lo stesso deputato ad accettare dal Cielo il “munus” petrino; la designazione del papa sarebbe così possibile secondo le stesse modalità oggi vietate dal diritto canonico, specie dalla “Universi dominici gregis” ossia anche per acclamazione o ispirazione), rimane ciò nonostante che il papa in quanto capo del collegio apostolico, cioè dei vescovi, dev’essere vescovo a sua volta: ma don Minutella non lo è, sicché – a parte tutto il resto – persino nella sua ottica egli non è papa e commette un grave abuso ad approvare che confratelli e fedeli lo considerino tale, specie – ripeto – lasciando celebrare in unione con sé. Questo abuso sfocia in un situazione paradossale di “scisma implicito” ossia talmente ambiguo da sconfinare nella medesima ipocrisia condannata (giustamente) riguardo ai tradizionalisti cosiddetti “unacum”. Una enorme delusione per una parabola pastorale sostanzialmente ineccepibile (sugli atteggiamenti sorvoliamo) fino alla agnizione come grande-prelato (Monza, 29-6-2025), del tutto ridicola in assenza del requisito minimo per considerarla non dico plausibile ma almeno astrattamente possibile ossia, ancora una volta, la qualità di prelato e dunque di vescovo.