E’ immorale vedere governi riconoscere lo stato di Palestina senza inserirlo almeno in un contesto di garanzie internazionali per l’altra parte, senza vedere Israele partecipare al processo di costruzione del nuovo, solo per partito preso e in modo unilaterale. Vergognoso è vedere federazioni sportive chiedere e più grave ancora, concedere l’espulsione di Israele e dei suoi atleti dalle competizioni – il caso Israel Tech nel ciclismo è una testimonianza indelebile di questa vergogna – espellere professori ebrei dalle scuole, dalle università o non farli parlare e vedere rettori e presidi difendere l’indifendibile e il governo tacere, invece di commissariare gli atenei ed espellere i violenti e i loro sodali del personale docente e non docente, cosa che andrebbe fatta da anni per riportare le università e le scuole italiane alla normalità europea, quelle dei paesi civili, nei quali il professore non fa politica e gli studenti non occupano i plessi per impedire a chi studia di adempiere a un dovere fondamentale della società, previsto peraltro dalla Costituzione: quello per il cittadino di realizzarsi spiritualmente e materialmente con i mezzi che lo stato stesso gli mette a disposizione. Questo marciume ereditato da una stagione di sangue, che ha prodotto una ideologia collosa e collusiva, andrebbe spazzato via senza pietà ne misericordia, se esistesse ancora uno Stato degno di questo nome la cosa si potrebbe fare in poche mosse: in primo luogo abolendo il valore legale dei titoli di studio, il che svuoterebbe in un colpo solo gli atenei da quella manica di finti-vecchi studenti che vi bivaccano trasformandolo in un centro sociale, dove la minoranza dei politicizzati si infiltra attraverso il vettore dell’intrattenimento, raggiungendo così una linea di massa critica da utilizzare come ariete contro quelli che ritiene i propri nemici.
Secondo, riformare i rettorati, attenzione non parlo di irregimentare l’insegnamento quello è e resta doverosamente libero, però i “magnifici” non fanno politica e al di sopra del magnifico consiglio, ci mettiamo un bel consiglio amministrativo, separato e con tanto di incompatibilità, che amministra il patrimonio delle università con economicità, efficacia ed efficienza, trasparenza, legalità e responsabilità. Le occupazioni sottraggono patrimonio immobiliare alle università, questo è un bene da gestire in modo oculato, non appartiene agli studenti, essi ne usufruiscono che è cosa, ben diversa e ne devono avere massimo rispetto, altrimenti vale la regola classica “chi rompe paga”. L’università è pubblica o privata, se è pubblica, comunque non è aperta al pubblico; anche qui non ci capiamo, in università si entra con il badge, e le guardie giurate all’entrata a controllare gli ingressi, tutti gli altri entrano se devono necessariamente interfacciare con la stessa, previo contatto con la vigilanza e l’ufficio relazioni esterne; all’interno devono esserci solo – e ripeto solo – professori, studenti, bidelli e personale tecnico-amministrativo. Le università erogano un servizio pubblico e devono essere sottoposte alle prescrizioni regolamentari di qualsiasi altro ente amministrativo. Facciamo un esempio pratico, l’azienda trasporti torinese, ha probabilmente, le sue mense, spazi ricreativi per le pause, bar, sale per riunione sindacali, dopolavoro, circoli sportivi ecc..ebbene i cittadini non sono autorizzati a entrare in questi spazi. L’azienda è un soggetto che eroga un servizio pubblico, ma la sua personalità giuridica non è aperta al pubblico, a meno che non decida la direzione generale di inserire una giornata di visita guidata ai depositi per far vedere i mezzi storici ai cittadini.
Per l’università idem. Circoli sportivi, teatri, laboratori, aule, auditorium interno, mense, bar, sono esclusivamente a disposizione degli studenti, dei professori e del personale universitario non docente in genere, oltre naturalmente agli avventori che si trovino in università come fornitori, consulenti o cittadini in visita per la risoluzione di problematiche amministrative post laurea o ancora in qualità di ospiti. La gestione dei servizi non è affidata agli studenti, ma appaltata, dietro gara e evidenza pubblica, a concessionari privati scelti dal consiglio di amministrazione; agli studenti compete fare gli studenti e al massimo se devono lavorare, lo fanno attraverso gli stage aziendali che l’università in strettissimo contatto con il mondo delle imprese, mette loro a disposizione. Il numero degli studenti in una università non deve superare la capacità di carico delle infrastrutture; se la supera di una volta si può provvedere ad ampliarle, oltre questa cifra – ammesso che si vada verso un boom delle iscrizioni e dai dati sembra esattamente l’opposto – si provvede a istituire un nuovo ateneo. L’esempio della Sapienza a Roma, ci dice molto in merito. Una università fatta per un numero massimo di 20.000 studenti, se ne ritrova oggi 120.000, dopo aver toccato picchi, negli anni scorsi di più di 200.000, soglie talmente alte da uccidere la qualità di qualsiasi servizio; sarebbe necessario riportarla a circa 30.000 posti e far nascere altri due atenei cittadini, che assorbano altri 30.000 studenti circa per ateneo: il resto è dispersione fisiologica. Aggiungo che i test d’ingresso dovrebbero essere obbligatori per tutte le facoltà, scientifiche e umanistiche.
Il consiglio degli studenti è posto a elezione diretta, le liste non devono essere politiche, i rappresentanti interfacciano con il rettorato per presentare proposte e denunciare problemi riscontrati nella attività didattica: mezzi a disposizione, carenze infrastrutturali o carenza nella qualità dei servizi. Se vogliono fare politica gli studenti creano dei circoli esterni all’università, che frequentano nel tempo libero; non si porta materiale propagandistico, bandiere o giornali che non siano autorizzati dal rettorato e comunque qualsiasi dibattito organizzato e ospitato in sede universitaria non deve eccedere nei toni, che devono essere sempre improntati al rispetto reciproco delle opposte visioni:l’università non è ne una curva dello stadio, ne un centro sociale di destra o sinistra o anarchico e anche il personale docente e non docente è altresì chiamato “nello svolgimento delle proprie funzioni” a non esprimere in nessun modo opinioni politiche di alcun tipo e aggiungerei, come altri funzionari pubblici, a non essere iscritti a nessun partito politico. Riforme di questo tipo potrebbero evitarci gli spettacoli indecenti contro Israele che abbiamo visto in questi giorni, oltre a evitare il consolidamento di comportamenti asociali, anti-sociali o generalmente anomici in un luogo deputato – in teoria – alla selezione delle classi dirigenti e tecniche, che una volta cristallizzati in forme ideologiche vanno successivamente a infiltrare e permeare le strutture statali nel loro complesso, con gravi ripercussioni – come possiamo vedere attualmente – sull’esercizio delle funzioni esercitate dalle stesse. Probabilmente a molti sembrerà il libro dei sogni, ma non smetterò di combattere affinché l’Italia abbia la sua palingenesi, che possa fare giustizia di questo schifo venduto di volta in volta come politica, amministrazione, giustizia, correttezza istituzionale o umanitarismo spacciato per umanità e soprattutto di questa semantica orwelliana utilizzata da sedicenti progressisti come norma fondamentale del discorso, dove l’inversione a specchio dei termini ci porta diritti nel loro futuro distopico preferito, 1984: l‘ignoranza è forza, la guerra è pace, l’amore è odio.
No, no è più solo un romanzo purtroppo, è qui e ora e nessuno può sottrarsi al confronto e alle ricadute malsane che questa linguaggio distorto porta con se. Nel vangelo di Matteo è scritto “Guardatevi dai falsi profeti i quali vengono verso di voi in vesti da pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Li riconoscerete dai loro frutti..”. Smascherare questa insidiosa e subdola neolingua è solo il primo passo, il secondo è cominciare a combatterli sul serio e non solo con le parole, se non lo facciamo, loro, finiranno per parlare a nome di tutti, saranno la nostra voce e faranno le nostre veci; nessuno poi si mostri indignato o stupito se, a causa di questa nostra afonia, tutti, indistintamente, saremo colpiti da una meritata damnatio memoriae.
