I compleanni non sono la celebrazione del tempo che resta
Non è una notizia. Non interessa ai giornali, ai ministri, agli uffici del personale e nemmeno agli algoritmi che ormai
decidono chi merita attenzione e chi può essere archiviato nella cartella “utenti inattivi”. Sessantuno anni una volta era l’età dei saggi. Oggi è l’età dei sopravvissuti.
C’è chi per quarantasei anni ho servito lo Stato, ha attraversato continenti, crisi internazionali, ambasciate, riunioni interminabili e aeroporti africani dove il destino sembrava sempre in ritardo di qualche ora. C’è altresì chi ha incontrato presidenti, generali, ministri, capi villaggio e pescatori come pure navigato nell’Atlantico tra delfini e balene. Ma ha altresì visto tramonti che nessuna fotografia potrà mai raccontare imparando che il valore di un uomo non si misura dalla sua età ma dalle tempeste che ha attraversato.
Nel contempo ha visto anche altro: ciò che spesso non compare nei comunicati ufficiali come la distanza tra le dichiarazioni e la realtà, tra le promesse e gli interessi, tra la retorica e il prezzo che qualcuno paga davvero sul terreno. Incontrando uomini coraggiosi nell’adempimento del proprio dovere e altri voltarsi dall’altra parte. Forse è questo il problema. Forse troppo per essere considerati ancora utili.
Chi ha visto troppo diventa scomodo non perché custodisce segreti, ma perché possiede la memoria. E la memoria, in tempi di slogan, è una presenza ingombrante. Così arriva la pensione. Una parola elegante per descrivere una lenta evaporazione. Non sei morto, sia chiaro. Sarebbe più semplice. Sei semplicemente scomparso dai radar. Il telefono squilla meno.
Le persone che un tempo avevano urgenza di incontrarti scoprono improvvisamente di poter vivere senza di te. I giovani manager che non hanno mai lasciato una sala riunioni ti spiegano il mondo con la sicurezza di chi lo ha studiato su PowerPoint. Tu ascolti. Perché a sessantuno anni hai imparato che discutere è spesso inutile. La vera ironia è il non sentirsi vecchio, ma soltanto inutilizzato.
Come una nave ancora perfettamente in grado di navigare ma lasciata in porto perché qualcuno ha deciso che il colore della vernice non è più di moda la società contemporanea adora parlare di inclusione. Include tutti. Tranne gli anziani. A sessantuno anni sei troppo giovane per essere considerato un patriarca e troppo vecchio per essere considerato una risorsa.
Sei sospeso in una terra di mezzo dove l’esperienza viene celebrata nei convegni ma accuratamente evitata nelle assunzioni. Eppure ci sono eventi che dovrebbero insegnare qualcosa. La morte di Luca Attanasio avrebbe dovuto aprire una riflessione seria su chi conosce davvero certi Paesi, certe dinamiche, certi rischi. Avrebbe dovuto spingere a valorizzare competenze costruite in anni di presenza sul campo. Invece no. Si preferisce spesso l’apparenza dell’innovazione alla sostanza dell’esperienza.
“Largo ai giovani”, ripetono.
Giusto.
Ma sarebbe bello spiegare perché, per fare spazio a qualcuno, sia necessario fingere che qualcun altro non esista più. La verità è che spesso non si è archiviati perché vecchi bensì perché si rappresenta un ricordo vivente di ciò che è accaduto, di ciò che funziona e di ciò che non funziona. Ma spesso si viene archiviati perché chi ha attraversato il mondo reale rischia di contraddire le favole raccontate nei palazzi. Meglio riporre tutto in un cassetto.
Etichetta: pensionato. Pratica chiusa.
E ci si ritrova a spegnere le candeline di rito, una per ogni anno vissuto. E forse una in più per tutte le illusioni che nel frattempo si sono consumate. Ma se c’è una lezione che gli anni insegnano è questa: l’oblio esiste soltanto per chi smette di camminare. E allora l’importante è continuare il cammino magari con qualche capello bianco in più, qualche certezza in meno e molte storie da raccontare. Perché i compleanni non sono la celebrazione del tempo che resta. Sono la prova che il tempo trascorso non è riuscito a sconfiggerci.
E, tutto sommato non è un risultato così modesto.
Alberto Scafella
