Abbiamo stabilito che il 5/6/2026 è stato il giorno della Terra, ma Lei lo sa?
… e oggi 8/6/2026 è il giorno degli oceani, ma… Se mi occupo da decenni di energie rinnovabili e di contenimento delle attività antropiche che causano il riscaldamento globale, è perché tutto era stato già previsto quando frequentavo la facoltà di architettura presso il Politecnico di Torino. Si ragionava di questo e altro, si studiava, si anticipavano i tempi sperando di fermare la folle dipendenza dai combustibili fossili.
Niente è accaduto allora, forse qualcosa sta succedendo adesso, poiché la guerra di Donald Trump e le crisi nel Golfo Persico, hanno finalmente aperto gli occhi al mondo. È questo il maggiore spot per le energie rinnovabili. Molti paesi stanno finalmente invertendo la tendenza, ma intanto molto danno è stato fatto.
Secondo James Hansen, il climatologo che già negli anni ’80 aveva avvertito il mondo sui rischi del riscaldamento globale, il 2026 potrebbe superare il record del 2024, a causa della combinazione tra il riscaldamento globale e l’arrivo di un possibile “super El Niño” e risultare l’anno più caldo di sempre.
È una notizia alla quale l’umanità si è mollemente abituata, adagiandosi sui propri peccati di vanità, ma il rischio è sempre più concreto. Lentamente, seguendo il procedimento della rana bollita la razza umana e con lei la maggior parte delle forme di vita, entro il 2100 faranno a gara per trovare un angolo fresco in cui sopravvivere.
Le simulazioni hanno rilevato che il cambiamento maggiore avverrà attorno ai +1,5 °C, ovvero il punto in cui ci troviamo ora: «Dobbiamo intervenire quanto prima, rafforzando le misure di adattamento e mitigazione», ammonisce Radhika Khosla, direttrice della ricerca presso l’Oxford India Center for Sustainable Development e ricercatrice presso il Sommerville college, oltre che professoressa presso la Smith School of Enterprise dell’Università di Oxford e altri istituti geografici.
Non sappiamo quale sarà l’anno del collasso. E forse è un bene. Le date assolute tranquillizzano o terrorizzano inutilmente; la realtà invece lavora lentamente, per accumulo. Il cambiamento climatico non assomiglia a un’esplosione improvvisa, ma a una lunga incrinatura del mondo.
Ogni estate più torrida della precedente, ogni ghiacciaio ritirato, ogni fiume impoverito, ogni incendio fuori stagione non è un episodio isolato: è una frase dello stesso racconto.
Negli ultimi centocinquant’anni la temperatura media del pianeta è aumentata di circa 1,2–1,3 gradi rispetto all’epoca preindustriale. A prima vista sembrerebbe poco. Ma un solo grado nella temperatura media terrestre equivale a una trasformazione gigantesca degli equilibri climatici. Gli oceani trattengono oltre il 90% del calore in eccesso generato dai gas serra. Questo significa che il mare non è soltanto vittima del riscaldamento: ne è anche il grande amplificatore futuro.
Acque più calde producono uragani più intensi, alterano le correnti marine, impoveriscono l’ossigeno disponibile e distruggono interi ecosistemi. Le barriere coralline, che ospitano una parte enorme della biodiversità marina, stanno vivendo episodi di sbiancamento sempre più frequenti. E quando il mare cambia, cambia anche la vita sulla terraferma: pesca, agricoltura, migrazioni, disponibilità di cibo.
Se non interverranno elementi nuovi in grado di sovvertire le previsioni, gli scenari più pessimisti elaborati dagli scienziati climatici indicano che, entro la fine del secolo, alcune regioni del pianeta potrebbero diventare difficilmente abitabili durante lunghi periodi dell’anno. Non perché la Terra “muoia”, ma perché caldo estremo, siccità e umidità renderebbero pericolosa perfino la normale sopravvivenza umana all’aperto.
La vera domanda, allora, non è: “Quando finirà la vita?”. La vera domanda è: “Quanto degrado sociale, economico e umano siamo disposti a tollerare prima di reagire seriamente?”.
Qui entra in gioco un equivoco molto diffuso: pensare che basti piantare alberi. La riforestazione è indispensabile, ma non basta. Una foresta assorbe anidride carbonica, protegge il suolo, abbassa le temperature locali e conserva biodiversità. Ma un progetto di piantumazione massiva non può essere l’alibi per continuare a bruciare combustibili fossili come è dimostrato dalla crisi geopolitico-energetica generata dalla crisi del Golfo Persico.
Per dare un’idea delle proporzioni: l’umanità emette ogni anno oltre 35 miliardi di tonnellate di CO₂. Nessun programma realistico di forestazione può compensare da solo una simile quantità senza una drastica riduzione delle emissioni industriali ed energetiche.
L’“antidoto”, se vogliamo usare questa parola, non è unico. È una combinazione di interventi: energia rinnovabile, efficienza energetica, trasporti meno dipendenti dal petrolio, riforestazione, protezione degli oceani, agricoltura meno aggressiva, riduzione degli sprechi, nuove tecnologie di accumulo energetico e soprattutto una diversa idea di sviluppo. Cose che si sanno, che si discutono alle COP climatiche dove si riuniscono quasi 200 Paesi membri, ma che non si mettono in atto
La difficoltà non è tecnica. Le conoscenze fondamentali esistono già. La difficoltà è politica, economica e culturale. Il pianeta ragiona in secoli; i governi spesso in pochi anni elettorali; i mercati, talvolta, in trimestri finanziari.
Eppure qualcosa si muove. Il costo dell’energia solare ed eolica è diminuito drasticamente negli ultimi decenni. Molti Paesi stanno investendo nella decarbonizzazione. Cresce la sensibilità delle nuove generazioni. Anche la ricerca scientifica sugli oceani, sulla cattura della CO₂ e sui sistemi energetici sta accelerando.
Ma il tempo conta. Ogni decennio di ritardo rende la transizione più difficile e più costosa.
Forse l’errore più grave sarebbe abbandonarsi al fatalismo. L’idea che “ormai sia troppo tardi” rischia di diventare una forma elegante di resa. La storia umana mostra invece che le società cambiano rapidamente quando percepiscono davvero il pericolo. È accaduto con guerre, epidemie, crisi economiche. Potrebbe accadere anche con il clima.
Naturalmente esiste un limite oltre il quale molti processi diventano irreversibili: scioglimento dei ghiacci, perdita di specie viventi, desertificazione di vaste aree. Ma non siamo ancora davanti a una sentenza definitiva. Siamo piuttosto davanti a un bivio.
E allora forse la domanda conclusiva non dovrebbe essere: “Entro quale anno collasserà la vita sulla Terra?”. La domanda più onesta è un’altra: “Entro quale anno decideremo finalmente di comportarci come una civiltà adulta?”.
Perché il cambiamento climatico non è soltanto una crisi dell’atmosfera. È una crisi della nostra idea di futuro. E concludendo su questa nostra severa colpa, ogni esplosione, ogni incendio di una raffineria o di un deposito di combustibili che la cronaca ci riporta in questi tempi bui tempestati di guerre, si levano al cielo tonnellate di CO2. Tutto questo mentre in questa vecchia Europa, gente di buona volontà si applica nella raccolta differenziata.
C’è molto che non va nella testa della razza umana e questo forse il Pianeta Vivente lo percepisce, non capisce, ci sopporta e aspetta. Nei suoi 4 miliardi di vita, non è la prima volta che dovrà rifare tutto daccapo prima o poi.
Carlo Mariano Sartoris

Perfetta analisi credo ,dal mio ignorante punto di vista . Sicuramente i “ grandi “ della Terra badano più all’oggi che al domani e mettere d’accordo simili personaggi non è sicuramente una passeggiata. Credo che il Pianeta provvederà a fare un RESET prima o poi. Chissà quanti ne ha fatti in miliardi di anni. Ma saremmo capaci per esempio a tornare indietro, a perdere molte comodità create dal progresso?. Certo non può farlo il singolo individuo ma sarebbe penso una cosa buona per tutti.
Tu parli di fatalismo, ma credo anch’io che sia troppo tardi. Anche il ritiro dei ghiacciai funziona da “gattochesimordelacoda”, con le terre scoperte che assorbono più calore…
L’unica via di salvezza per il pianeta terra è la drastica riduzione del numero di umani che la popolano.
Non parlo affatto di fatalismo, anzi, è lontano dai miei cinquant’anni di studio sull’argomento energetico-climatico. Non tutti leggono in fondo quello che scrivo anche tra le righe. È ovvio che anche il permafrost contribuirà, così come il riscaldamento delle acque che fa da serbatoio termico a contatto con l’aria, primo responsabile degli eventi climatici estremi. Nessun fatalismo, Ma una parentesi di ipotetica risposta. La guerra di Trump, ad esempio, sta obbligando molte scelte energetiche rinnovabili, poiché molti paesi hanno aperto gli occhi sulla dipendenza da fonti fossili. Non è la soluzione finale, è un inizio con tanto ritardo… Purtroppo
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Certo che la Terra è arrabbiata, e ha tutte le ragioni!
Purtroppo la deforestazione, dovuta alla follia umana di voler cercare sempre nuove terre per le coltivazioni che vanno ad alimentare gli allevamenti intensivi, non si è fermata:procede, secondo l’ultimo rapporto FAO di ottobre 2025, al ritmo di 10,9 milioni di ettari l’anno! I Paesi che per ora non stanno facendo nulla per fermare tutto questo sono Bolivia e repubblica democratica del Congo. Altrove qualcosa gli Stati hanno fatto e faranno,ma troppo poco. Oltre alla deforestazione voluta dalla specie dei “sapiens”, c’è quella provocata dagli incendi sempre più devastanti…che è comunque causa e conseguenza del riscaldamento globale, ascrivibile sempre alla peggiore specie vivente sulla Terra.
Hai ragione Carlo, quando dici che già molti anni fa scienziati e altre persone intelligenti avevano colto il problema e mettevano in guardia contro ciò che ora sta accadendo…povere Cassandre destinate a non essere credute, ma solo per interesse!
Grazie per il bellissimo articolo.
Speriamo nelle rinnovabili e in altre varie cose che gli umani debbono cambiare, pena l’estinzione!
Purtroppo i grandi della Terra pensano all’oggi, ai guadagni esclusivamenti materiali del presente e i “comuni mortali” pagano in primis con la salute e tutti gli altri problemi arrivano in condeguenza
Sul nostro pianeta vivono anche migliaia di esseri evoluti, e completamente sconosciuti, che fanno la differenza semplicemente immaginando quello che serve per vivere tutti in armonia:
Pensa, immagina, avviene
Un dato che colpisce molto è questo: quando Dante scriveva la Commedia, sulla Terra viveva circa un ventesimo degli abitanti attuali. Quando Giordano Bruno immaginava un universo infinito popolato da infiniti mondi, gli esseri umani erano meno di 600 milioni, cioè meno della popolazione odierna dell’Europa. Quando Darwin pubblicò On the Origin of Species, la popolazione mondiale era appena superiore a 1 miliardo.
In altre parole, metà di tutti gli esseri umani oggi viventi sono nati dopo che la Terra aveva raggiunto i 4 miliardi di abitanti nel 1974. Questo rende il periodo che va dagli anni Settanta a oggi uno dei più straordinari cambiamenti demografici della storia umana.
Prima dello sviluppo agricolo gli alberi nel mondo superavano i 5,5 mila miliardi… ora non arriviamo a 3 mila miliardi. Se pensiamo che la maggior parte della CO2 viene fissata dai vegetali… quando parliamo di risolvere l’Effetto serra proviamo a pensare a quello che continuiamo a fare ai vegetali…
Già i vegetali. Ieri era la giornata degli oceani. Come scritto nell’articolo sono i maggiori divoratori di CO2, ma con il riscaldamento degli oceani, la plastica a mollo e l’acidificazione delle acque, anche le alghe stanno andando in sofferenza. Che dire? Io cerco di fare del mio meglio per quei pochi lettori di buona volontà che seguono CIVICO 20 e questi articoli… Qualcuno ringrazia e condivide…