Il nuovo libro di Massimo Centini sul megalitismo e l’arte rupestre
Antichi insediamenti, monumenti in pietra, misuratori solari. A prima vista risulta molto difficile trovare nel passato la chiave di lettura che ci può condurre nel modo di pensare dei nostri antenati. Ad oggi, nonostante le numerose scoperte, ancora non sappiamo per quale motivo gli antichi si sono presi la briga di alzare pietre dalle dimensioni incredibili, come ad esempio nell’isola di Pasqua, oppure anche solo quale fu la spinta alla costruzione di un sito come Stonehenge, che parrebbe senza dubbio una sorta di santuario, utilizzato a tal fine anche da popolazioni successive, come i celti.
In Europa gli esempi sono innumerevoli, e una visita alle grotte di Cosquer, vicino a Marsiglia, situata oggi a 37 metri di profondità e ricostruita totalmente in superficie per poter mostrare ai turisti e agli studiosi la sua magnificenza, lascia incredibilmente stupiti, poiché rappresenta la capacità artistica di uomini e donne di 30.000 anni fa. Moltissimi altri luoghi recano tracce del tempo che fu, La Val Camonica è un altro ricco esempio: si tratta di uno dei più grandi complessi di arte rupestre d’Europa. Le sue incisioni, realizzate tra il Neolitico e l’età del Ferro, raccontano oltre ottomila anni di storia umana. Tra le più celebri figurano il “Guerriero di Naquane”, simbolo di forza e sacralità, e le scene di caccia e di aratura, che testimoniano il passaggio da società nomadi a comunità agricole. Le rocce istoriate qui diventano un linguaggio sacro, dove mito, rito e quotidiano si fondono nella pietra.
Le incisioni rupestri della Valcamonica non sono isolate, appartengono a un più vasto sistema di comunicazione preistorico che si estende dalle Alpi francesi alla Scandinavia, fino alle steppe eurasiatiche. Il segno inciso sulla roccia è un linguaggio universale, fatto di simboli che attraversano culture e millenni. Cerchi concentrici, spirali, figure antropomorfe e animali stilizzati compongono un alfabeto del sacro, un codice che racconta la nascita del pensiero simbolico.
L’antropologo Massimo Centini ha da poco dato alle stampe il libro “Un dio di pietra”, Yume edizioni, rielaborazione di un testo omonimo di qualche anno fa; un libro che si colloca in una linea di ricerca rara e preziosa, quella che unisce archeologia, tradizioni popolari e mitologia del megalitismo. Massimo Centini esplora le pietre come oggetti dotati di biografia, capaci di raccontare il rapporto tra le comunità antiche e il sacro.
Il volume si concentra sulle figure litiche antropomorfe, sugli idoli scolpiti e sulle pietre “parlanti” che punteggiano l’Europa antica. Centini indaga la loro funzione rituale, la loro iconografia essenziale e la loro persistenza simbolica, dove volti appena accennati, corpi geometrici, occhi che sembrano emergere dalla materia.
Il libro è interessante perché non separa mai il dato archeologico dalla dimensione culturale, le pietre diventano testimoni di culti arcaici, di forme di religiosità tellurica, di memorie che sopravvivono nei miti locali. L’autore mette in dialogo reperti, folklore e interpretazioni storiche, mostrando come il megalitismo sia stato un fenomeno complesso, capace di modellare paesaggi e immaginari.
Chiudendo il volume, resta la sensazione di aver attraversato un paesaggio mentale fatto di simboli, silenzi e gesti primordiali. Ed è proprio in questo dialogo tra materia e immaginario che il libro trova la sua forza più autentica, raccontando il passato attraverso gli studi moderni e con un’attenzione particolare per le zone italiane.
