Una testimonianza di Arduino Baietto (Recensione di Alessandro Mella)
Perché questa recensione assuma pienamente senso è necessario fare una premessa d’ordine generale. Io e l’autore ci conosciamo da anni e possiamo dire di volerci bene malgrado due storie completamente diverse, non sovrapponibili, per certi aspetti perfino contrapposte. Io sono un liberale nel solco di Cavour, Giolitti ed Einaudi. Arduino vanta una lunga ed importante militanza a sinistra divisa tra sindacato e PCI. Lui uomo, appunto, saldamente e coerentemente collocato a sinistra. Io resto quel genere di persona considerata troppo di sinistra da quelli di destra e troppo di destra da quelli di sinistra. Insomma rivendico il privilegio principale di noi liberali: Far arrabbiare tutti.
Quindi potrebbe sembra impresa ardua, per uno come me, scrivere di un libro in cui la storia della sinistra piemontese (ma non solo) fa da sfondo non secondario alle vicende narrate dall’autore. Baietto, infatti, riprende le sue memorie da dove le aveva lasciate con il libro “Officina Esperienze”. In verità la mia distanza personale dai fatti, dalle persone, dal cammino ideologico e politico dell’autore, mi rende l’impresa semplice e mi permette di osservare e meditare senza condizionamenti. Una visione che mi conferma l’utilità di libri come questo per documentare una fase della nostra storia che, condivisibile o meno nei contenuti, c’è stata e merita la sua memoria. Merita di essere raccontata da chi l’ha vissuta e da chi desidera trasmettere, in qualche modo, le sensazioni e i moti dell’anima provati a quel tempo.
In questo nuovo libro, “Sindacalista per Ventura”, arricchito dalla prefazione di Giovanni Tesio, l’autore racconta la sua esperienza personale nel sindacato. E lo fa con spirito disincantato e sereno. Nel suo scrivere non c’è insana nostalgia, egli sa che quella stagione non potrà ripetersi non per colpa sua ma perché il mondo cambia, la società cambia, tutto si evolve e non sempre felicemente. Tuttavia non solo la rivendica con legittimo orgoglio nei suoi aspetti vissuti positivamente ma, quando necessario, non esita a criticare le vicende e le persone che egli riteneva allora negative. O su cui, con la maturità le opinioni possono essere mutate. Lo fa senza sconti, senza censure, con responsabilità piena.
Lo stile del volume è semplice, scorrevole, anche i dialoghi sono estremamente diretti e Baietto fa una scelta impattante cioè quella di inserirli nel testo senza evidenziazioni di sorta. Altra scelta inconsueta è l’impiego dei tempi. Egli, infatti, sfugge alla regola del “si comincia con un tempo e si finisce con quello” mostrando una rara abilità nell’adattare la scelta dei tempi al momento, al contesto, alla forza comunicativa di quanto vuole esprimere. È un abile esercizio di scrittura quello di passare con disinvoltura non casuale dal passato imperfetto al remoto transitando per il presente storico. Quasi come se l’uno si adattasse ad un frammento di memoria piuttosto che ad un altro. Il lettore più “navigato” non potrà non notare questo valzer che Arduino Baietto conduce con padronanza assoluta.
Come detto, l’autore affronta con coraggio, autocritica costante e solido buon senso molti temi estremamente difficili. Forse il capitolo più intenso, più forte, più lacerante è quello che lui dedica alla stagione del terrorismo. Con lo smarrimento degli animi, la paura di tutto e tutti, l’ansia per quanto potrebbe accadere. Ma, soprattutto, il riconoscere lealmente la difficoltà che ebbero allora ad accettare l’idea che, mentre le bombe neofasciste esplodevano ancora, quella delle Brigate Rosse non fosse una manovra occulta di forze reazionarie ma, effettivamente, una deviazione insana di una frangia alla loro sinistra. Scrive, infatti, Baietto ad un tratto: “Ma i più attenti esaminatori dei deliranti proclami emanati dopo ogni attentato delle Brigate Rosse, non ammettevano dubbi. Gli attentatori si rifacevano alla storia della sinistra italiana, si ispiravano alla Resistenza, alla lotta dei partigiani. Erano figli deviati della nostra stessa cultura. Accettare questo concetto, prenderne coscienza, era per noi doloroso”. È un passaggio chiave perché si comprende pienamente come quella comunità abbia, ad un tratto, respinto la facile via di fuga per allontanare quell’infezione così vicina eppure così lontana.
Anni difficili con difficoltà importanti e momenti dolorosi. Come l’assassinio di Carlo Casalegno ed il fallimento dello sciopero di protesta. Chi scrive ricorda quando, di questo fatto, raccolse le memorie del giornalista torinese Gino Apostolo.
Baietto parla anche, tra i tanti ricordi, dei giorni difficili del rapimento di Aldo Moro e dell’importanza dell’intransigenza di fronte ai rapitori. Della necessità di non portare le istituzioni a riconoscere, in qualche modo, i brigatisti trattandoli come interlocutori. Un’intransigenza che ad un tratto portò l’autore ad una scelta che egli non smise di rimproverarsi perché percepita, dai suoi “compagni”, come ambigua e non comprensibile. Le intenzioni di Baietto non furono comprese ed egli ne avvertì terribilmente lo straziante peso con, attorno a sé, un clima di sospetto terribile. Sguardi tutt’altro che benevoli attorno alla sua figura messa pericolosamente in discussione sul piano morale.
Al sindacato, che lui ha amato nel senso nobile del termine operandovi all’interno animato dalle migliori intenzioni, egli non riserva solo elogi e nemmeno le sole facili celebrazioni. Anzi, non gli risparmia critiche anche molto forti e sentite denunziandone a voce alta anche i meccanismi meno limpidi. Tra queste critiche una mi ha molto colpito perché tale da smentire, in qualche modo, un luogo comune spesso contestato al sindacalismo. Leggendo il passo il lettore capirà da sé: “Il sindacato – in particolare chi aveva ruoli di responsabilità – avrebbe dovuto interrogarsi di più sui motivi della sconfitta, sul ritardo nel capire i cambiamenti della società, dell’economia, del mercato industriale, ma anche, e forse soprattutto, avrebbe dovuto guidare i lavoratori sulla strada difficile dei doveri, e non solo su quella facile dei diritti”.
Ma sarebbe facile pensare che Baietto, a lato del rivendicare le vittorie e le conquiste (ma anche le sconfitte la cui paternità, quando opportuno, egli s’assume senza riserve), abbia criticato solo le sigle e gli altri. No, spesso nelle pagine del volume egli muove critica a sé stesso. Ripercorre i fatti con limpidezza e non si risparmia dei rimproveri sinceri e sentiti. È l’Arduino veterano che non giudica ma commenta l’Arduino, più giovane ed ardente, di tanti anni fa. Non vado troppo oltre per non togliere ai lettori il piacere della lettura e mi limito ancora a citare un episodio. Quando l’autore inizia a chiudere il suo racconto, con la melanconica sua uscita di scena, non senza rimpianti e disillusioni, egli cita una frase di un collega, Badii, che mi ha molto colpito. Perché la sento vicina anche al mio cuore avendo sempre percepito la vita come un servizio da rendere. Andandosene egli disse: “Ecco com’è la morte: hai ancora tante cose da fare ma devi andare, non hai più tempo”. È una morte metaforica ovviamente, ma che fa riflettere e rispecchia il momento in cui la vita cambia, in cui si chiudono dei cicli che vorremmo ancora tenere ben aperti per concludere qualcosa.
Avviandomi alla chiusura, perché le recensioni troppo lunghe rischiano di essere noiose, con questo libro Arduino Baietto consegna, ancora una volta, una testimonianza storica diretta e senza sconti.
I contenuti ideologici, i pensieri, gli episodi, i giudizi sulle persone ed il resto possono essere condivisi da chi legge o meno ma questo dipende, ovviamente, dalla propria di prospettiva. Ma è quanto egli visse, quanto sentì, quanto percepì ed è questo che conta.
Un’immagine, secondo la sua prospettiva, di una stagione storica passata ma che, nel bene o nel male, ha pieno diritto alla memoria. Un ricordo cui l’autore ha concorso con questo volume. Un uomo di sinistra, Baietto, ma non della sinistra parafrasando un pensiero dedicato, anni fa, a Giorgio Gaber.
Alessandro Mella
Arduino Baietto
Sindacalista per Ventura – La storia di una chiamata corrisposta
Araba Fenice 2026 – pp. 175 – ISBN 9791257810375
