L’uomo che fece credere al Terzo Reich di possedere un Vermeer
Era l’alba del 29 maggio 1945 quando gli uomini del Servizio d’Intelligence olandese bussarono alla porta di una villa silenziosa nei pressi di Laren, non lontano da Amsterdam. Cercavano un collaborazionista, un uomo che, secondo le accuse, aveva venduto ai nazisti uno dei più preziosi capolavori del patrimonio olandese: un presunto Vermeer, finito nientemeno che nella collezione privata del maresciallo Hermann Göring.
L’uomo che aprì la porta non era un mercante d’arte né un ufficiale compromesso. Era un pittore, un borghese dallo sguardo inquieto e dalle mani nervose: Han van Meegeren. Di fronte agli inquirenti, non negò di aver venduto il quadro. Ma aggiunse qualcosa che fece ammutolire tutti:
“Non ho venduto un Vermeer ai nazisti. Ho venduto un mio quadro.”
Van Meegeren era nato nel 1889 a Deventer, nei Paesi Bassi. In gioventù aveva studiato belle arti all’Aia e si era dedicato alla pittura con sincera ambizione. Ma la critica lo ignorò: troppo accademico per i modernisti, troppo moderno per i tradizionalisti. Le porte delle gallerie gli rimasero chiuse, e dentro di lui crebbe un rancore sottile, quasi una vendetta intellettuale.
Fu così che, nella solitudine del suo studio, nacque l’idea folle e geniale: dimostrare che i critici che lo avevano disprezzato non sapevano distinguere un originale da un falso.
Per anni studiò ossessivamente le tecniche dei maestri olandesi del Seicento. Analizzò le craquelure delle tele, la lucentezza degli oli antichi, persino l’odore dei pigmenti. Si procurò tele d’epoca, raschiando via i vecchi dipinti e riutilizzandole. Inventò un metodo per indurire le vernici a base di resine sintetiche, che poi sottoponeva al calore per simulare l’invecchiamento. Quando presentò il suo primo capolavoro – I discepoli di Emmaus, “attribuito a Johannes Vermeer” – i maggiori esperti dei Paesi Bassi si inginocchiarono metaforicamente davanti alla “riscoperta” di un nuovo periodo religioso dell’artista di Delft.
Nessuno osò dubitare.
L’eco del “ritrovamento” si diffuse in tutta Europa. Collezionisti, mercanti e musei si contendevano le nuove tele attribuite al grande Vermeer. Tra i più avidi acquirenti vi erano gli emissari del Reichsmarschall Göring, ossessionato dal possesso dell’arte olandese.
Fu allora che Van Meegeren, attraverso un intermediario compiacente, mise sul mercato una nuova tela: Cristo e l’adultera. Il quadro, carico di un’aura mistica e realizzato con la sua consueta maestria ingannatrice, divenne l’oggetto del desiderio del potente gerarca tedesco. Göring la acquistò, cedendo in cambio ben 137 dipinti autentici provenienti da musei olandesi requisiti durante l’occupazione.
Il falsario non poteva immaginare che, qualche anno dopo, proprio quel quadro gli avrebbe salvato la vita.
Alla fine della guerra, con i nazisti sconfitti, gli Alleati trovarono Cristo e l’adultera nel caveau personale di Göring. La scoperta scatenò l’indignazione: si parlò di un capolavoro nazionale sottratto al popolo olandese. Van Meegeren fu arrestato con l’accusa di collaborazionismo e “vendita di un bene artistico ai nemici della patria” — reato passibile di pena di morte.
Ma l’artista ribaltò il processo. Davanti ai giudici dichiarò: “Non sono un traditore. Ho venduto un falso ai nazisti. Quel Vermeer è mio.”
Gli inquirenti rimasero perplessi. Nessuno gli credette: troppo audace, troppo rischioso. Per dimostrare la propria innocenza, Van Meegeren chiese di poter dipingere un nuovo “Vermeer” davanti a una commissione di esperti e giornalisti. Gli fornirono tele, colori e resine. In pochi giorni realizzò Gesù tra i dottori, identico nello stile ai suoi presunti capolavori seicenteschi.
Il verdetto fu inevitabile: aveva detto la verità. L’uomo che tutti credevano un collaborazionista era in realtà il falsario più geniale del XX secolo.
Il processo si concluse nell’ottobre 1947. Van Meegeren fu condannato a un anno di carcere per frode e falsificazione, ma morì poche settimane dopo, colpito da un infarto prima di iniziare la pena. Nella sua casa furono ritrovate vernici, pigmenti e appunti che rivelavano fino a che punto l’arte e la scienza della falsificazione si fossero intrecciate nella sua mente.
Il quadro che aveva ingannato Göring divenne così un simbolo paradossale: un falso che, per un breve istante, aveva messo in ginocchio il potere e l’arroganza del Reich. Quando Göring fu informato che il suo prezioso Vermeer era un falso, rimase in silenzio. Poi, dicono i testimoni, scoppiò a ridere:
“In tutta la guerra, è la prima volta che qualcuno mi ha truffato.”
E forse, in quell’attimo, Han van Meegeren, il pittore respinto e dimenticato, ebbe la sua vendetta.
Dietro al genio ingannatore di Han van Meegeren si nascondeva una vera officina chimica dell’arte.
Usava tele seicentesche autentiche, raschiate e riutilizzate, e pigmenti antichi come lapislazzuli e terre naturali, evitando i colori moderni.
Il segreto era nella vernice a base di bachelite, che, cotta in forno, produceva le tipiche craquelure dell’invecchiamento.
Poi stendeva patine di fuliggine e carbone, affumicando i quadri per simulare secoli di vita.
Infine inventava provenienze e lettere d’archivio, perché nessun falso è completo senza una buona storia.
Così nacquero i “Vermeer” che ingannarono critici, collezionisti e persino il potere del Reich.
Il filmato: Il Falso Vermeer di Göring

Troppo forte!!!