La Marchesa d’ Cavour: il giorno in cui Torino cantò uno scandalo
La carrozza corre verso la Venaria. Non è una battuta di caccia. Non è una visita diplomatica. È un appuntamento.
Dentro, Carlo Emanuele II, duca di Savoia, figlio di Cristina di Francia, sovrano elegante e inquieto, uomo più incline al piacere che al conflitto.
La scena non la racconta un cronista di corte. La racconta il popolo.
Carlo Emanuele aveva sposato nel 1663 la giovanissima Francesca Maddalena d’Orléans, tredici anni appena. Morì pochi mesi dopo, nel gennaio 1664. Le cronache parlano di salute fragile; la tradizione la immagina isolata nel Bastion Verde dei Giardini Reali, più bambina che duchessa.
Nel 1665 il duca si risposa con Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, donna di carattere, destinata a governare con energia e a dare alla dinastia l’erede, Vittorio Amedeo II. È lei la “Bela Madamin” della canzone. Perché sì, questa storia è una canzone.
L’amante evocata dal canto non è figura nebulosa. Costantino Nigra, nei Canti popolari del Piemonte, la identifica con precisione: Giovanna Maria di Trecesson, marchesa di Cavour, morta a Parigi nel 1677. Dal rapporto con il duca nacquero tre figli: Don Giuseppe di Trecesson, abate di Sixt e poi di Lucedio, e le figlie Cristina e Luisa Adelaide. Non semplice maldicenza dunque. Una relazione che lasciò tracce.
Nel 1888 Nigra pubblica il testo raccolto nella tradizione orale.
Ecco la scena come la cantava il Piemonte:
La Marchesa d’ Cavour:
Sua Autessa l’è muntà an carossa, An carossa a l’è bin munté Che a la Venaria vol ande.
(Sua altezza -il Duca- è salito/montato in carrozza, in carrozza è bello montare perché vuole andare alla Venaria)
Quand a l’e stait a la Venaria L’a buta le guardie tut anturn Per la marcheza d’ Cavour
(Quando è giunto alla Venaria, ha disposto attorno alla residenza le guardie, a causa della presenza della marchesa di Cavour)
Bela Madamin munta an carossa, An carossa l’e bin munte A la Venaria la vol dco ande.
( La bella duchessa -moglie del Duca- sale in carrozza, in carrozza è bene salire, anche lei vuole andare alla Venaria)
Quand a l’e staita a la Venaria L’a trova le guardie tut anturn Per marcheza di Cavour.
(Quando è giunta alla Venaria ha trovato le guardie schierate a causa della presenza della marchesa di Cavour)
Bela madamin sforsa le guardie, E le guardie l’a bin sforse; Per cule stanse la vol ande.
(La bella giovane signora – la duchessa – esercita la sua autorità sulle guardie, e lo fa con decisione; perché vuole entrare in quelle stanze)
Quand a l’e staita ant cule stanse, La marchesa l’a trova cugià E sua altessa da l’auter la.
(Quando giunge in quelle camere, trova la marcesa a letto e il duca accanto)
– Mi v’ringrassio, sura marchesa, Sura marchesa v’ ringrassio tant Che vi sie fait un si bel amant –
(“Io vi ringrazio signora marchesa, signora marchesa vi ringrazio tanto che vi siete fatta un così bell’amante”)
Sura marcheza a j’a ben di-je -So-sì l’e pas del me piazì; L’e sua Altessa ch’a vol cozì-
(La signora marchesa gli risponde con garbo:”Questo non è per il mio piacere è il volere di sua altezza”
Sua Altessa a j’a ben di.je; -Bela Madamin, ste cheta vui, la Marcheza l’e pi bela che vui-
(Sua altezza gli dice con decisione: “Bella Signora, state calma, rispetto a voi, la marchesa è più bella”)
Bela Madamin munta an carossa, An carossa l’e bin munte Che an Fransa la vol turne.
(La duchessa sale in carrozza, in carrozza è bene salire perché vuole tornare in Francia)
Quand l’e staita a meta strada, Bela Madamin s’volta andare, A l’a vist avnì dui vale-d’-pie.
(Arrivata a metà strada, la Duchessa guarda indietro, vede arrivare due staffieri)
-O ferma, ferma, ti dla carossa, Ferma, ferma, che t’ faro ferme, E dentra na tur t’ faro bute.-
(“Fermati, fermati, tu della carrozza, fermati, fermati, ti costringerò a fermarti, e ti farò incarcerare dentro ad una torre”)
Bela Madamin ch’a j’a ben di-je: -S’a fussa nen del me fiolin, Gia mai, gia mai turneria a Turin.-
( La Duchessa gli risponde rassegnata: “Se non fosse per il mio figliolo, mai più, mai più tornerei a Torino”
Quand l’e staita pr’ antre ant le porte Tuti fazio solenità; Bela Madamin a l’e turna.
(Quando è stata nei pressi delle porte della città, tutto il popolo festeggiava: Bela Madamin è tornata!)
L’a manda ciame Sura marcheza; -Mi vi dag temp sulament tre di, An sul me stat ferme-ve pa pi.
(Ha mandato a chiamare la Signora marchesa: “Vi do solamente tre giorni di tempo, non fatevi più trovare sul mio Stato”)
Qui lo storico deve fermarsi. Non possediamo verbali, lettere, relazioni diplomatiche che attestino una scena simile alla Venaria. Ma possediamo la canzone. E quando una città canta una storia per generazioni, quella storia è entrata nella memoria collettiva.
Nigra stesso osserva con ironia che la poesia popolare avrebbe potuto conservare del duca ricordi più nobili. E invece ha scelto l’amore. E lo scandalo.
Il primo verso: “Sua Altessa l’è muntà an carossa” non è innocente. Nel piemontese tradizionale “munté an carossa” possiede una sfumatura ambigua. Il popolo usa il doppio senso come arma sottile: dice senza dire. È satira in forma cantata. È politica mascherata da galanteria.
Due secoli dopo, quella stessa atmosfera seduce Guido Gozzano, che nel 1918 pubblica una novella ispirata alla canzone.
La vicenda passa così: dalla corte alla strada, dalla raccolta folklorica alla letteratura.
Perché racconta una Torino che osserva il potere e lo commenta. Una Torino che non scrive pamphlet, ma canta.
La marchesa di Cavour forse non immaginava di diventare protagonista di una ballata. Il duca certamente non pensava che il suo nome sarebbe rimasto legato a un verso malizioso. Eppure è così che funziona la memoria popolare: non trattati e decreti, ma una carrozza che corre verso la Venaria.
E una duchessa che, per amore del figlio, torna a Torino.
www.sergiosalomone.eu (Ogni giovedì sul sito: Osservatorio sul Patrimonio Storico)
© 2026 CIVICO20NEWS – riproduzione riservata
Scarica in PDF

La nostra Storia, caro Sergio non deve essere relegata o obliata.Ottima testimonianza
Grazie Direttore.
La storia vive finché la si studia, la si documenta, la si racconta con rigore e stimolando curiosità.