E una domanda inevitabile: come se ne viene fuori?
Da oltre vent’anni la Torino–Lione non è soltanto un’infrastruttura: è un simbolo. Un’opera che nasce lontano nel tempo, dentro le strategie europee degli anni ’90, quando l’Unione decise di cucire il continente con corridoi ferroviari capaci di collegare penisola iberica, Francia, Italia e Europa centrale. La TAV non è figlia di un governo, né di un partito: è figlia di tutti i governi, di destra, di sinistra, di centro, tecnici e di coalizione. È un progetto che attraversa generazioni politiche e che, piaccia o no, rappresenta una scelta europea prima ancora che italiana.
Negli anni, l’opera si è evoluta: accordi Italia–Francia, revisioni del tracciato, Osservatorio, ratifiche parlamentari, approvazioni tecniche, cantieri transfrontalieri, finanziamenti europei, fino alle recenti decisioni del 2026 che hanno dato avvio alle tratte italiane. Un percorso lungo, complesso, che ha visto cambiare governi, ministri, equilibri politici, ma non la direzione generale del progetto.
La nascita del dissenso: un territorio che chiede ascolto
Le prime contestazioni non nascono nei palazzi, ma nelle case della Val di Susa. Cittadini, tecnici, amministratori locali: persone che temevano l’impatto ambientale, la presenza di amianto e uranio nelle montagne, la scarsa trasparenza, la sproporzione tra costi e benefici. Era un dissenso civile, radicato, comunitario. Un dissenso che appartiene alla democrazia, perché la democrazia vive anche di voci contrarie, di territori che chiedono di essere ascoltati.
Per anni, la protesta è stata questo: un grido civile.
La degenerazione: quando la protesta smette di essere protesta
Poi, lentamente, qualcosa si è spezzato. Nei cortei pacifici si sono infiltrati gruppi che con la Val di Susa non avevano nulla a che fare. Gruppi organizzati, strutturati, riconoscibili nei filmati: maschere da sub, caschi, guanti rinforzati, colori distintivi per riconoscersi, strategie di avanzamento e arretramento, lancio di pietre, molotov, bastoni, incendi di auto, aggressioni alla polizia.
Non è più dissenso. Non è più protesta. È violenza organizzata, con dinamiche paramilitari.
E chiamarli “manifestanti” è un insulto ai manifestanti veri.
La polizia, chiamata a proteggere cittadini, lavoratori e beni pubblici, diventa bersaglio. Non nemico: bersaglio. Perché chi attacca la polizia non difende la valle, non difende la democrazia, non difende il territorio. Difende solo la propria volontà di distruggere.
Il prezzo della violenza: la causa perde voce
Quando la violenza entra in scena: la causa perde credibilità, il territorio perde voce, i cittadini pacifici vengono oscurati, la politica si polarizza, la società si spaventa
La protesta non è più protesta: diventa guerra, caos, destabilizzazione. E chi usa caschi, maschere, molotov e strategie militari non rappresenta nessuno, se non sé stesso.
Una domanda inevitabile: come se ne viene fuori?
È la domanda che oggi dobbiamo porci, senza retorica e senza paura.
Come si esce da una spirale in cui: un’opera è diventata simbolo di divisione, un territorio è diventato teatro di scontro, una protesta civile è stata sequestrata da gruppi violenti, la politica si accusa a vicenda dimenticando che la TAV è stata approvata da tutti, la violenza sembra riaccendersi ciclicamente, spesso in momenti politicamente delicati. La risposta non è semplice, ma esiste.
Restituire la protesta ai cittadini, non ai violenti
Separare con chiarezza chi protesta e chi attacca. Ridare voce ai comitati civili, togliere spazio ai gruppi organizzati.
Ricostruire fiducia tra istituzioni e territorio
La trasparenza non è un optional: è l’unico ponte possibile.
Depoliticizzare la TAV come arma di propaganda
Ricordare che l’opera è stata approvata da governi di ogni colore. Smettere di usarla come clava elettorale.
Difendere la democrazia dal suo nemico più insidioso: la violenza travestita da dissenso
Perché la democrazia vive di protesta, ma muore di guerra.
Ricominciare a parlare, davvero
Non per convincere, ma per capire. Non per vincere, ma per ascoltare. Non per imporre, ma per ricucire.
Conclusione
La TAV è un’opera che divide, ma la violenza divide molto di più. La protesta è un diritto, ma la guerra è un tradimento della protesta. E oggi, più che mai, serve una scelta di maturità civile: tornare a distinguere il dissenso dalla distruzione, la voce dalla violenza, la protesta dalla guerra.
Se i contestatori pacifici avevano ragione — e su molti punti avevano ragione — e se i loro timori — ambientali, sanitari, geologici — fossero fondati? E se la protesta, quella vera, quella civile, quella nata dal territorio, fosse stata oscurata proprio nel momento in cui chiedeva ascolto? allora la loro voce merita di essere recuperata, protetta, ascoltata. La violenza non li rappresenta: li tradisce. La guerra non difende la valle: la devasta. E la democrazia non si difende con le molotov: si difende con il dialogo, con la trasparenza, con la responsabilità.
Come se ne viene fuori? Riconoscendo che il dissenso è un diritto, la violenza è un tradimento, e la verità — quella vera — non si costruisce con le pietre, ma con le parole.
Ed è qui che arriva la frase più dura, ma anche più sincera:
Ho paura che non se ne viene fuori, se i giochi sono già stati avviati e se l’accordo con la Francia è stato siglato. Noi possiamo solo cercare di ridurre al minimo l’impatto ambientale.
È una frase che non rinuncia alla realtà, ma non rinuncia nemmeno alla responsabilità. Perché se l’opera è ormai decisa, allora la battaglia non è più “TAV sì o TAV no”, ma TAV come, TAV quanto, TAV con quali garanzie, TAV con quale trasparenza.
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