È il momento dei beni rifugio e della speculazione sui prezzi dell’energia. La durata del conflitto rischia di mettere in ginocchio l’Occidente
La guerra è partita e pare che la soluzione non sia così rapida e il copione Venezuela non possa funzionare. Analisti militari sostengono che l’Iran è ormai priva di missili, per cui le ostilità dovrebbero ridursi in settimana, ma da quelle parti le previsioni sono un optional, anche perché le operazioni belliche si stanno espandendo.
Si allarga la crisi in Medio Oriente. Ieri 2 marzo, Israele ha lanciato un nuovo attacco su vasta scala al cuore di Teheran e altre città dell’Iran. Ma il conflitto ha coinvolto anche gruppi militanti filoiraniani, aprendo un nuovo fronte in Libano, dove Tel Aviv annuncia di aver “lanciato una campagna offensiva contro Hezbollah che potrebbe includere un’invasione di terra”.
Intanto Teheran risponde ai raid con lancio di missili e droni: esplosioni sono state avvertite a Gerusalemme, Tel Aviv, Dubai, Abu Dhabi e Doha. In Oman una petroliera, la Mkd Vyom battente bandiera della Repubblica delle Isole Marshall, è stata attaccata da un drone marino a largo della costa del governatorato di Muscat. L’esplosione nella sala macchine ha causato la morte di un membro dell’equipaggio di nazionalità indiana.
Intanto quali saranno le conseguenze sull’economi Italiana e sulle tasche dei nostri concittadini? Sui mercati azionari mondiali dopo l’attacco di Stati Uniti ed Israele in Iran, si è registrato un blocco dovuto alla cautela, con vistosi ribassi.
Si avvantaggiano, come sempre in questi casi, i beni rifugio e s’impennano i prezzi dell’energia, in risposta ad uno shock che rischia di mettere in ginocchio l’Occidente in una fase economica già fragile. Il petrolio è volato sino a sfiorare gli 80 dollari al barile e gli ha fatto eco il prezzo del gas, che ad Amsterdam balza del 20%, mettendo a rischio l’Europa che dipende fortemente dal gas importato.
Il trasporto aereo mondiale è praticamente fermo. L’Iran sta bloccando il passaggio dallo stretto di Hormuz come ritorsione per gli attacchi statunitensi e israeliani sul suo territorio, dove transita circa un quinto del greggio commerciato nel mondo. Immediatamente, centinaia di petroliere e navi di gas liquefatto sono state bloccate ai lati dello Stretto, così come le portacontainer commerciali dei colossi internazionali della logistica come Maesrk, costrette a deviare su rotte più lunghe.
La reazione dei mercati è stata immediata: a mercati chiusi il greggio ha raggiunto 76,75€. Nella giornata di ieri, gli analisti hanno previsto ulteriori rialzi, con il Brent che potrebbe raggiungere 100 dollari al barile. L’Opec si è mossa per aumentare la produzione, ma questo non è bastato a rassicurare i mercati. Intanto il Quatar ha baloccato la produzione. Alcuni esperti però predicano maggiore calma, sottolineando che il settore petrolifero si sta preparando da tempo a questo scenario.
Per tutta risposta, negli scambi over the counter del weekend, il petrolio ha fatto un balzo di circa il 10%, superando la soglia dei 70 dollari al barile, che non vedeva da tempo. La febbre del petrolio sale, nonostante il tentativo dell’Opec di raffreddare i prezzi con un aumento non previsto dell’offerta, gli esperti già pronosticano una ascesa delle quotazioni fino a 100 dollari, livello toccato in occasione dello scoppio della guerra in Ucraina.
La reazione più violenta è quella del gas. I future sul Dutch TTF alla Borsa di Amsterdam sono volati del 35,49% a 43,300 euro, confermando che il blocco avrà pesanti ripercussioni anche sul mercato del gas, nella delicatissima fase di uscita dall’inverno. Secondo gli esperti il gas potrebbe far segnare un rialzo del 130% se la chiusura di Hormuz si prolungherà almeno per un mese. Una tendenza che rischia di mettere in ginocchio l’Europa che dipende fortemente dal gas importato dal Medioriente.
A poco o nulla è servito l’intervento immediato degli otto Paesi Opec+, che hanno deciso un aumento della produzione di oltre 200mila barili al giorno per il mese di aprile. Il rialzo è superiore alle previsioni, ma rappresenta una percentuale trascurabile della produzione del cartello e sicuramente insufficiente a dare una risposta decisa al blocco imposto dalla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Controcorrente viaggiano ovviamente il dollaro e lo Yen, l‘oro e gli altri metalli preziosi, che rappresentano dei beni rifugio in fasi come questa. Il dollaro index, che rappresenta l’andamento del dollaro rispetto ad un basket delle principali valute globali, segna un rialzo dello 0,75% a 98,30, mentre l’euro è stato spinto al ribasso a 1,1724 (-0,75%). Avanza anche lo yen a 183,98 contro euro (-0,2%).
L’oro non è da meno e guida il rialzo dei preziosi con un progresso del 3,3% a 5.411,24 dollari l’oncia, molto vicino ai recenti record raggiunti sopra i 5.600.
I mercati azionari globali sono in rosso.
All’andamento negativo dei mercati asiatici fa eco un’apertura riflessiva delle Borse europee, stando all’andamento dei Futures. Fine seduta da dimenticare per le Borse dell’Eurozona come, del resto, tutti i panieri mondiali, chiamati a fare i conti con il rapido deterioramento del quadro geopolitico.
Gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la successiva risposta di Teheran hanno riacceso le tensioni in Medio Oriente, alimentando timori di un conflitto più ampio. Sotto pressione soprattutto i settori più esposti al ciclo economico, mentre gli investitori valutano le possibili ripercussioni sulle forniture energetiche e, a cascata, sulla crescita globale e sulle prossime mosse delle banche centrali.
Il derivato sul Dax di Francoforte segna un -2,7%, Quello sul Cac-40 francese un -1,9%. Non va meglio per Piazza Affari dove il FIB segna un -2,5%. Terreno più stabile per Londra (-0,06%).
Situazione in evoluzione.

Analisi pressoché ineccepibile. Bello che qualcuno abbia il coraggio di dire, pubblicamente, che “le previsioni sono un optional, anche perché le operazioni belliche si stanno espandendo. Si allarga la crisi in Medio Oriente”.
Tutto gli “espertoni” fanno a gara a chi la sa più lunga ma basta fare zapping da un canale ad un altro per sentire tutto e il suo contrario.
Gran confusione che si riversa sulla popolazione sconcertata dalla aumento dei prezzi e dalla paura del domnai