Dal “delitto di Garlasco” allo stravolgimento del processo penale il passo è breve. In Italia si resta innocenti sino a prova contraria?
Da diverse settimane, per non dire da mesi, si parla nuovamente del “delitto di Garlasco”, nel quale morì Chiara Poggi.
Martedì 17 giugno le diverse parti attoriali, facenti parte il processo, inizieranno un nuovo incidente probatorio perché la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Pavia, sotto egida del Giudice per le Indagini Preliminari – GIP, ha stabilito che – nonostante una sentenza passata in giudicato che ha definito Alberto Stasi quale colpevole – si devono cercare “nuovi soggetti in concorso”.
Il nome “più gettonato”, al momento, è quello di Andrea Sempio. A renderlo appetibile agli inquirenti la cosiddetta “Impronta 33” dove vi sarebbero, a detta di taluni genetisti, “15 minuzie” bastevoli a renderla utile ai fini delle indagini.
Nella serata di ieri, in diretta, a “Quarto Grado”, su Rete4, è emerso che il frammento di intonaco sul quale vi sarebbe l’“Impronta 33” è indisponibile agli inquirenti e che, parimenti, anche le unghie di Chiara, periziate all’epoca dei fatti, non sarebbero più disponibili per nuove perizie.
Al momento pare che la Procura della Repubblica di Pavia voglia portare a prova delle sue tesi una fotografia dell’“Impronta 33” ma non l’intonaco originale. Il nostro ordinamento giudiziario prevede che si possa rinviare a giudizio un soggetto sulla base di una foto di quella che, secondo l’accusa, configurerebbe prova?
L’“Impronta 33”, impronta palmare, tra l’altro, non era “sporca” di sangue e, dunque, nulla avrebbe a che fare con l’omicidio di Chiara Poggi.
Lorenzo Drigo, su “ilSussidiario.net”, ha sostenuto che “secondo i difensori di Stasi si tratterebbe dell’impronta di Sempio, ma per ora non ci sono ancora reali certezza in merito; fermo restando che resta certo che quell’impronta non contiene tracce di sangue e che non si esclude che possa contenere del DNA”.
Sorge un problema: come si estrapola una porzione di DNA da una fotografia che riproduce soltanto visivamente l’intonaco con su impressa l’“Impronta 33”?
Questa strada è molto pericolosa perché se si iniziano ad assurgere a prove delle immagini di quelle che sarebbero prove reali, allora tutto il costrutto processuale penale italiano, serio e consolidato, viene gettato alle ortiche.
Giorgia Venturini, su “FanPage”, ribadisce come l’“Impronta 33” “è già stata analizzata in passato e non è stato trovato alcun dna e non era insanguinata. All’epoca non era stato possibile associarlo a qualcuno, in questi giorni però la Procura ha detto che è di Andrea Sempio”.
Che fine sta facendo il principio di garantismo sino a prova contraria?
Andrea Sempio era stato oggetto di indagini ed investigazioni già nel 2017 e la questione si era chiusa con un’archiviazione che, va detto, non è stata impugnata secondo i tempi e i modi previsti dalle norme.
Come si può dunque portarlo a processo, rinviarlo a giudizio, se non vi sono corpi di reato, elementi incontrovertibili e evidenze scientifiche inoppugnabili, tali da giustificare una tale azione?
L’avvocato difensore di Andrea Sempio, Massimo Lovati, sempre a “Quarto Grado”, insiste nel dire che se non vi sono i corpi del reato non è possibile montarvici sopra una tesi accusatoria. Parole di evidente buon senso e fondate sul senso logico di veneranda memoria.
Ciò che conta, in un processo penale, non sono suggestioni, pensieri, idee o sensazioni, ma prove tangibili, analizzabili, verificabili e sempre periziabili da tutti i periti nominati dalle parti in causa.
Il caso del “delitto di Garlasco”, dunque, va visto con empatia per la prematura scomparsa della povera Chiara Poggi ma anche per il fatto che vorrebbe aprire un “vaso di Pandora” che potrebbe rivoluzionare completamente il processo penale, il suo epilogo e la sua implicazione nella vita di quanti si troveranno ad essere processati.
Il biologo Luciano Garofano, già Generale dell’Arma dei Carabinieri e Comandante del RIS di Parma, attuale consulente dei legali di Andrea Sempio, non ha dubbi: “le tracce non sono databili, il DNA è parziale e inidoneo” a costituire prova certa.
Nelle varie interviste rilasciate aggiunge: “Io come ex Comandante del RIS sono assolutamente convinto del lavoro pregevole fatto dai miei collaboratori. In quel periodo ci siamo occupati di casi nazionali che non mi sembra abbiano mai esibito tentennamenti o errori. Poi si può sbagliare, questo è umano, ma non credo che noi abbiamo sbagliato. Però con tanta serenità riaffrontiamo questa verifica che non potrà che confermare l’ottimo lavoro fatto allora”.
Sulle capacità del RIS di Parma c’è poco da dire. E’ uno dei reparti di pregio dell’Arma dei Carabinieri. Ciò che preoccupa l’opinione pubblica sono i processi lunghi, ripetuti, arzigogolati e infiniti.
In Italia si rischia di essere imputati per cose mai commesse e rimanere sotto lente d’ingrandimento della Magistratura per anni, se non per decenni.

A Sempio manca l’alibi, lo scontrino del parcheggio fornito non era suo e poi stanno arrivando altre prove. Stiamo a vedere cosa verrà fuori nel prossimo incidente probatorio!!
Sempre che la verità venga fuori perché mi sa tanto che dietro a questo delitto ci sono i crimini che venivano perpetrati al Santuario della Bozzola!
Cara Rosalba, aspettiamo l’esito del processo prima di accusare qualcuno.
Una cosa è sicura: se si iniziano ad assurgere a prove delle immagini relative ai fatti siamo mal messi.